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Il prossimo presidente Usa? Kamala Harris

08/10/2020  La candidata alla vicepresidenza in realtà studia già da presidente. A "nonno" Biden, 78 anni, il compito di farle da nave scuola (di Fulvio Scaglione)

Piaciuto il dibattito presidenziale? Ok, lo so. A dibattere, nell’anfiteatro anti-Covid allestito presso l’Università dello Utah, c’erano i vice. Quello reale, del presidente in carica, ovvero Mike Pence. E quello ipotetico, scelto dal candidato presidente dei democratici Joe Biden, cioè Kamala Harris, prima donna di colore a ritrovarsi nel ticket per la Casa Bianca.

Perché dibattito presidenziale? Per tante ragioni. La prima è che Donald Trump non si batte con Biden ma con se stesso. In condizioni normali, diciamo le condizioni in cui si trovavano gli Usa fino alla fine del febbraio scorso, non ci sarebbe stata storia. L’economia americana volava, la disoccupazione era al minimo storico, i salari crescevano… Non a caso la gran parte degli osservatori dava per molto probabile la rielezione di Trump.

Poi è arrivato il Coronavirus, la prima vera emergenza della presidenza Trump. E lì The Donald è sprofondato: dichiarazioni bombastiche, una gaffe dietro l’altra, attacchi ai medici e agli specialisti, ricette mediche fantasiose, ostilità dichiarata alla mascherina, il tutto mentre il virus impazzava (contagiati e morti sono in crescita costante da marzo, senza un momento di remissione https://statistichecoronavirus.it/coronavirus-stati-uniti/) e ai cittadini americani, già coinvolti dalle polemiche e dalle divisioni sulla discriminazione razziale, nessuno riusciva a dare l’impressione di saper davvero che fare. Infine la malattia dello stesso Trump. Sarà il virus a fargli perdere la presidenza. Biden non ha dovuto far altro che stare calmo, mostrarsi ragionevole, sorridere e raccogliere i frutti.

Biden, però, non è il candidato che i Democratici volevano, è solo il candidato che avevano a disposizione. Esperto (è sulla scena politica Usa da quasi mezzo secolo), simpatico, fedele gregario di Barack Obama (i due sono amici sul serio), fama di persona onesta. In più, gradito all’establishment del Partito Democratico, dai Clinton agli Obama alla Pelosi. Non poca cosa. Ma non è la tempra di un presidente. Biden è una seconda fila. Di lusso, forse, ma nulla più. Non gli si riconoscono idee fulminanti e nemmeno successi di rilievo. Quando Obama era presidente lui era incaricato di gestire la crisi in Ucraina: tra lo scandalo del figlio Hunter (stipendiato di lusso di un’azienda ucraina di proprietà russa) e l’esito politico generale, non proprio un trionfo.

In più, Biden ha 78 anni. Con Trump, che ne ha 74, forma la coppia di sfidanti per la Casa Bianca più vecchia della storia delle elezioni americane. Al di là del simpatico dato statistico, e senza voler gufare nessuno, questo rende non fantascientifica l’ipotesi che durante un’eventuale presidenza Biden possa spuntare la necessità di applicare il Venticinquesimo Emendamento della Costituzione, quello che fu introdotto dopo la morte di John Fitzgerald Kennedy (1963) e il caos che ne seguì alla Casa Bianca. Per una malattia, per una sopravvenuta incapacità a svolgere le funzioni presidenziali (e in quel caso l’Emendamento può essere applicato anche su iniziativa della maggioranza dei membri del Governo) o per morte del presidente.

In ogni caso, Biden sarebbe un presidente nella terza età, un ottuagenario in una delle poltrone più massacranti del mondo. Ecco perché il dibattito tra Pence e la Harris è servito soprattutto a “misurare” la Harris. In un duplice senso: come supporto indispensabile all’anziano (forse presidente) Biden nell’immediato e come eventuale candidato alla presidenza nel 2024, quando un Biden ottantatreenne difficilmente potrebbe ricandidarsi.

Madama la presidentessa in pectore non ha sfigurato, anzi. Cosa che il suo curriculum, peraltro, autorizzava a prevedere. Figlia di madre indiana e padre giamaicano (quindi, per piacere, non chiamiamola afroamericana, semmai asioamericana o indoamericana), la Harris viene dal mondo della Giustizia, essendo stata per sette anni procuratrice generale della California. Nel 2017 è diventata senatrice democratica per lo stesso Stato e tre anni dopo candidata alla vicepresidenza. Guarda combinazione, tre anni di Senato e poi corsa alla Casa Bianca proprio come Barack Obama.

La Harris è tosta, ha imparato a esserlo nelle aule dei tribunali. Ma è anche furba. Il vero segretario politico del Partito Democratico, Obama stesso, qualche mese fa aveva rimbrottato Alexandria Ocasio-Cortez e altre rappresentanti democratiche al Congresso che avevano appoggiato Bernie Sanders alle primarie contro Biden e, più in generale, sostenevano politiche radicali, da ala sinistra del Partito Democratico. La Harris ha recepito il messaggio e si è messa in favore di vento. Niente più New Green Deal (il piano per un’economia sostenibile presentato dalla Ocasio-Cortez e respinto al Senato con 43 democratici astenuti), università pubblica gratis per tutti, accoglienza benevola per gli immigrati. Nulla che non piaccia ai notabili del partito e nulla, soprattutto, che possa servire ai repubblicani per attaccarla. La signora studia da presidentessa, insomma. A nonno Biden il compito di farle da nave scuola.

 

 

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