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mercoledì 15 luglio 2020
 
 

Il terrore non si ferma a Natale

26/12/2011  Dalle chiese della Nigeria alla moschea di Damasco, dalle strade di Baghdad alle piazze del Cairo, la violenza continua. Ma ci sono anche segnali di speranza da cogliere.

I resti di una delle autobomba esplose nei giorni scorsi a Baghdad (Iraq).
I resti di una delle autobomba esplose nei giorni scorsi a Baghdad (Iraq).

Per molti popoli, purtroppo, è stato un altro Natale orrendo. In Iraq siamo ormai a 80 morti in pochi giorni, dopo le autobomba che hanno colpito luoghi ed edifici pubblici della capitale Baghdad. In Nigeria i terroristi di Boko Haram, un gruppo fondamentalista islamico che si richiama ai talebani afghani, hanno colpito le chiese proprio durante le funzioni natalizie: più di 30 morti.


     In Afghanistan almeno 20 morti a causa di un kamikaze che si è fatto esplodere tra la folla convenuta a un funerale. E in Siria, 45 morti per gli attentati che hanno sconvolto la capitale Damasco nel quartiere della grande moschea degli Omayyadi, dopo dieci mesi di proteste e rivolte che il regime di Assad ha cercato di soffocare con l'esercito, al prezzo di 5 mila morti. In Egitto, infine, la repressione dei militari ha fatto decine di morti proprio alla vigilia delle Feste.

     E' un prezzo tremendo. Che spinge a una domanda: dieci anni dopo l'attacco alle Torri Gemelle e la conseguente guerra contro l'Afghanistan dei talebani, e otto anni dopo l'invasione anglo-americana dell'Iraq, non è cambiato nulla? 150 mila morti (ammesso che la stima sia corretta, mentre è forse carente per difetto) tra Afghanistan e Iraq e siamo ancora allo stesso punto?

     Il pensiero è legittimo, ma la realtà è diversa. Nelle tragedie di questi giorni possiamo  rinvenire sia i residui di errori passati non ancora risolto sia i segnali di problemi e opportunità future. 

     E' certo crollata l'illusione, per anni coltivata dal Governo degli Usa e alimentata anche in Europa da intellettuali protervi o proni, di costruire da zero nuove democrazie usando come strumento la guerra. Quelle che governano l'Afghanistan e l'Iraq sono parodie della democrazia. Regimi che hanno preso il posto di dittature orrende ma che, nella sostanza, non controllano i rispettivi Paesi e sono la riedizione contemporanea dei "regimi fantoccio" del periodo coloniale. 

     In Iraq è bastato il ritiro delle truppe Usa per far esplodere tutte le tensioni e dar vita allo spettro di una guerra civile che, inevitabilmente, porterebbe alla frammentazione del Paese: il Kurdistan indipendente e sciiti e sunniti a contendersi il resto del territorio. L'Afghanistan ha un Presidente, Hamid Karzai, eletto tra i brogli e dotato di un'autorità che si estende poco oltre i confini della capitale Kabul, laddove è protetto dalla forza militare internazionale. Altro che democrazia...

     Anche in Nigeria si scontano problemi vecchi e mai davvero affrontati. La popolazione è quasi equamente ripartita tra cristiani e musulmani ma il Governo centrale, che ha fatto della Nigeria uno dei Paesi più corrotti al mondo, non è in grado di controllare le pulsioni fondamentaliste che animano larga parte della parte islamica della nazione.

     I terroristi di Boko Haram (il nome del gruppo vuol dire: "L'educazione occidentale è peccato") interpretano con la violenza un sentimento abbastanza diffuso nel Nord della Nigeria, cioè il desiderio di instaurare la shar’ia (legge islamica) in tutti i 36 Stati del Paese. Sono due fenomeni che si alimentano l'un l'altro:  non a caso l'ascesa di Boko Haram è cominciata proprio nei primi anni Duemila, cioè quando la shar’ia è stata introdotta in 12 Stati della Nigeria: in 9 a pieno titolo, in altri 3 con validità solo per le aree con popolazione in maggioranza musulmana.

     Mentre forti segnali di novità arrivano, nonostante tutto, dalla Siria e dall'Egitto. Le rivolte contro i regimi di Mubarak prima e dei militari poi in Egitto, e contro quello di Assad in Siria, nascono da un'importante maturazione di masse imponenti del mondo arabo. I giovani e gli strati più istruiti di quelle popolazioni hanno visto quale vicolo cieco siano il terrorismo e il fondamentalismo e ora si battono per costruire società più democratiche ma soprattutto più aperte. 

      Sono loro i "nemici" naturali dei talebani, di Boko Haram, dei terroristi kamikaze che sconvolgono l'Iraq e l'Afghanistan. Per questo è credibile che gli attentati di Damasco possano essere opera di Al Qaeda. Il fondamentalismo islamico tutto vuole tranne che popoli decisi a prendere in mano il proprio destino.

         
     
     

     

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