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martedì 31 marzo 2020
 
 

Trionfo Tv infarcito di spot

06/03/2014  Il film di Sorrentino andato in onda martedì in prima serata ha catturato un numero di spettatori superiore a quello di alcune serate di Sanremo, nonostante le interruzioni pubblicitarie.

Nell’ormai continuo confronto tra La dolce vita e La grande bellezza, proviamo anche noi a buttarci in questo gioco di somiglianze e differenze tra Federico Fellini e Paolo Sorrentino. La prima impressione è quella della metaforica “uccisione del padre”, così come accadde a Johannes Brahms nei confronti di Ludwig van Beethoven. Dopo la morte del genio di Bonn, per un cinquantennio circa era sembrato impossibile riuscire a comporre sinfonie che non rimandassero, inevitabilmente, a un paragone con Beethoven. Schubert, Schumann, Mendelssohn, pur scrivendo bellissime sinfonie, rimasero intrappolati nel confronto, come se l’ombra di quel titano della musica dovesse avere per sempre la meglio sulle velleità dei musicisti successivi. Fu Brahms, dopo patimenti compositivi annosi, a squarciare quel velo che aveva imprigionato i suoi colleghi. Brahms prende di petto Beethoven e l’Inno alla gioia nel quarto movimento della sua prima sinfonia, e lo cita, ma a modo suo, come a dire: «Ecco, ora vi faccio vedere cosa avrei fatto io al suo posto». Il risultato fu la “liberazione” dal beethovenismo: si aprì un’altra pagina della storia della musica, non più intimidita o quasi sconfitta dalla grandiosità beethoveniana.

In questo senso, la stessa cosa accade con La grande bellezza: per troppi anni abbiamo visto – soprattutto nel cinema italiano – una sorta di sconfortato e ineluttabile fellinismo delle immagini: «Sì, è vero, l’aveva già fatto lui, e a noi cosa resta?», da cui sembrava impossibile o quasi scampare. Per scrollarsi di dosso un peso così ingombrante, Sorrentino, allo stesso modo di Brahms con Beethoven, omaggia Fellini con una dolce vita cinquant’anni dopo. Allora, nel 1960, quando il film di Fellini fu premiato a Cannes (l’Oscar non lo vinse per quella pellicola ma per Otto e mezzo, tre anni dopo) l’Italia si divise tra denigratori e fanatici entusiasti: fa parte del carattere del nostro Paese, sempre pronto a essere guelfo purché vi sia nei paraggi chiunque reciti da ghibellino.

Gli articoli de L’Osservatore romano, le polemiche che finirono addirittura in Parlamento, gli anatemi nelle Chiese alla domenica: insomma, La dolce vita ebbe un battage pubblicitario che aumentò a dismisura l’interesse per quel film. Che, di suo, proponeva uno schema narrativo nuovo, per molti spettatori ostico. Eppure, il successo del film fu enorme. Allo stesso modo, oggi sta accadendo con La grande bellezza.

Dopo poche ore dall’Oscar c’è stato chi ha ammonito, col ditino alzato, la politica perché «mette il cappello su La grande bellezza». Colpevoli i telegrammi di felicitazioni del presidente della Repubblica, del presidente del Consiglio e del ministro Franceschini. A seguire, colpevoli i complimenti di chiunque, purché famoso, abbia osato dire: «Bene, bravo, viva». Certo, salire sul carro del vincitore è specialità squisitamente italica, così come i complimenti al vincitore sono un atto quantomeno doveroso: ed è sempre accaduto per chiunque abbia vinto l’Oscar. Fatto sta che la polemicuzza ha aggiunto all’aura del film qualcosa di più elettrizzante per quei possibili spettatori ancora ignari di grandi bellezze, piccole bruttezze, vite dolci o schifose.

Così, nel 1960 si fece la fila per andare al cinema a vedere Fellini, con episodi più o meno veri - ma certamente verosimili - di viaggi dalla provincia alla grande città da parte di chi non voleva farsi riconoscere mentre entrava in sala. Oggi, non c’è più bisogno di trasferte per nascondersi agli occhi del vicino. Basta la televisione, al riparo delle quattro mura domestiche. La grande bellezza ha visto anche la partecipazione, nella produzione, di MedusaFilm, per una quota minoritaria. MedusaFilm è di Silvio Berlusconi. Mediaset anche. Mediaset ha mandato in onda il film, scontentando gli esercenti delle sale cinematografiche, che speravano di inserire nella programmazione la pellicola di Sorrentino.

Ma se una volta si contavano i biglietti staccati all’entrata dei cinematografi, oggi si analizzano i dati Auditel e la share. Così, un film difficile nella forma - secondo molti - s’è guadagnato addirittura un passaggio televisivo da quasi nove milioni di telespettatori. Il botteghino ci avrà anche rimesso, la Tv no, anzi, considerando gli inserzionisti pubblicitari che avranno investito non pochi denari, è facile immaginare che per Mediaset sia stata una serata da ricordare. Più o meno come quella dell’Oscar per Sorrentino. Il quale, prima ancora di vincere, aveva accettato di girare uno spot per la Fiat 500, in veste di guidatore trionfatore. Se poi il film non ce l’avesse fatta, quello spot magari non l’avremmo mai visto. E i soldi per girarlo sarebbero stati bruciati allegramente…

Nel 1960, per Fellini e i produttori Angelo Rizzoli e Peppino Amato, il problema era vendere un film osteggiato da una parte del cattolicesimo e una parte della politica. Oggi, mala tempora, la politica non sta molto bene e se osa complimentarsi col regista viene spernacchiata. Per Sorrentino e la produzione italo-francese, il problema è far girare in Tv la pellicola, possibilmente con poche interruzioni pubblicitarie. Esattamente la stessa battaglia che Federico Fellini condusse con altri registi a metà degli anni Ottanta. Così, si dimostra che anche in questo campo in Italia siamo fermi da più di un ventennio. Disse Fellini, nel 1989: «Penso che gli spot in un film sono un’aggressione, un atto d’inciviltà, un reato, un’offesa, un vero e proprio sacrilegio». Oggi, certi sacrilegi non fanno più notizia e le proteste di molti telespettatori fanno solo colore.

Infine, una domanda: se quasi nove milioni di italiani hanno visto La grande bellezza in Tv (36% di share), cioè più di alcune serate del Festival di Sanremo, vuol forse dire che noi italiani non siamo più tutti canterini ma tutti sorrentini? E che a Sanremo preferiamo l’Oscar? O che, come nel 1960, l’interesse per un bellissimo film è anche figlio del clamore pubblicitario che gli gravita attorno?

Multimedia
La Grande Bellezza vince l'Oscar: il video della proclamazione
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