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martedì 22 ottobre 2019
 
LA TESTIMONIANZA
 

Inferno Siria: storie di quotidiana violenza e di umanità calpestata

14/01/2017  Aleppo, ma anche Palmira, Homs, Raqqa. Staffan de Mistura, inviato speciale del Segretario generale dell'Onu, racconta angosce e speranze per un conflitto dove le tregue diventano spesso carta straccia in poche ore. Ha iniziato l'anno nuovo così come ha finito il vecchio: lavorando per ridare pace a una terra insaguinata.

Un mercatino notturno nel cuore di Aleppo. Gennaio, foto Reuters.
Un mercatino notturno nel cuore di Aleppo. Gennaio, foto Reuters.

Parla a notte fonda, dopo l’ennesima giornata trascorsa a negoziare. «Oggi la tregua è stata rispettata. Ieri no. Domani chissà». Dal 10 luglio 2014 Staffan de Mistura si misura con uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi della storia recente, quello di Siria. Lo fa in nome e per conto del segretario generale delle Nazioni Unite. Respira la polvere e il fumo che i bombardamenti lasciano dietro di sé, calpesta macerie, consola chi piange i morti, visita i feriti, rincuora gli sfollati, stringe a sé vedove e orfani. Il suo compito, nobile e disperato, è trasformare il dolore in politica. Fissa negli occhi i leader del mondo, traduce a ciascuno nella sua lingua (de Mistura ne parla sette, arabo incluso) la disperazione che raccoglie sul campo e cerca di strappare loro impegni che restituiscano pace a una terra che da culla di civiltà s’è trasformata in girone infernale.

L’orologio segna le 23.30. De Mistura controlla gli ultimi rapporti giunti da Aleppo est. «Pare proprio che oggi l’accordo tenga». Sorpreso? «No. Direi piuttosto moderatamente soddisfatto. Vivo queste ore con angoscia, ma anche con lucida determinazione. L’esperienza mi insegna che quello che adesso sembra certo e de“nitivo tra un attimo non lo è più. Constato con piacere che per qualcuno l’incubo è fi“nito. A 24 ore dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sono state portate in salvo 6.462 persone, tra cui circa 3 mila miliziani, soprattutto combattenti jihadisti di Al Nusra, e 301 feriti. Grazie all’intesa raggiunta tra turchi e russi, oggi non più boicottata da Assad e dagli iraniani, abbiamo organizzato nove convogli composti da 110 autobus di linea, verdi, e da alcune ambulanze». Sul terreno vigilano soldati dei due schieramenti, personale dell’Onu e operatori umanitari. Tutto è scrutato da webcam e droni. «Si ricomincia domani, all’alba. Speriamo. In quel che rimane di quei quartieri sono ancora intrappolati 50 mila civili».

Staffan de Mistura, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, in una delle sue missioni in Siria.
Staffan de Mistura, inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, in una delle sue missioni in Siria.

La Siria di oggi come la Spagna del '36

Finisce un anno cominciato male. Nel gennaio 2016, su 193 Paesi membri dell’Onu oltre la metà era impegnata in Siria, vuoi per combattere il terrorismo, vuoi per aiutare la popolazione stremata, vuoi per entrambe le cose: più di 60 nella coalizione guidata dagli Usa (di cui almeno 20 dichiaratamente attivi sul versante militare), 34 nella compagine “antiterrorismo” composta da Stati islamici e coordinata dall’Arabia Saudita, 4 nel network che fa capo alla Russia. «A queste cifre ne va aggiunta un’altra», puntualizza de Mistura: «Sul terreno operano 98 gruppi armati. Dunque, quando si negozia bisogna mettere d’accordo 98 signori della guerra più i Governi. È la crisi più complessa che mi sono trovato a gestire in 46 anni di carriera diplomatica».

Qualche analista s’è spinto a paragonare la Siria alla Spagna del 1936... «La cosa mette i brividi. Ma ha un fondamento. Oggi come allora si sperimentano alleanze e armi nuove. Oggi come allora la guerra è crudelissima e l’opinione pubblica distratta. In Spagna, alla Œfine, si contò un milione di morti. In Siria cifre esatte non ce ne sono, ma secondo le stime più attendibili i morti sono 500 mila, mentre sfollati e profughi sono 5 milioni. La Russia testa nuovi sistemi d’arma. I ribelli combattono con crudele fantasia: riempiono con dinamite e chiodi bombole del gas che poi lanciano con rudimentali catapulte. Per tacere delle bombe al cloro sganciate dagli elicotteri di Assad. Il cloro è più pesante dell’aria. Quindi scende. Giù. Sempre giù. Arriva nelle cantine e fa strage di civili, soprattutto donne e bambini. Gli orrori sono imputabili a tutte le forze in campo. La guerra, con le sue atrocità, può essere fermata solo con un accordo politico complessivo». Come in un cinico gioco dell’oca c’è sempre il fondato rischio di tornare alla casella di partenza. Si prendano i convulsi giorni che hanno preceduto il Natale. «Tra il 12 e il 14 dicembre redigiamo una bozza d’intesa per mettere fiŒne alla battaglia di Aleppo e consentire l’evacuazione delle ultime zone orientali della città. Trattiamo giorno e notte. Cerco soprattutto di convincere chi può in™uenzare gli altri, arrivando a una soluzione positiva: turchi e russi. Ankara non vuole che il tragico epilogo dell’assalto Œfinale causi l’ennesimo fl™usso di profughi che cercano riparo nei suoi confini. Mosca dice, e le credo, che non vuole celebrare Natale assistendo a un altro massacro». Ogni tassello sembra andato al posto giusto. Ma, all’ultimo, qualcuno getta all’aria il puzzle. «Assad, che ha perso nuovamente Palmira, continua a combattere attorno a Homs e sogna di attaccare Raqqa, ha fretta di completare la conquista di Aleppo. Anche Teheran si mette di traverso. Dichiara di essere d’accordo a far uscire dalla zona orientale le migliaia di miliziani sunniti di Al Nusra, i loro familiari e i civili che lo desiderano, a patto che i sunniti ostili a Damasco cessino l’assedio di Foua e di Kefraya, due villaggi sciiti ridotti alla fame». Qualcuno spara sui pullman. L’operazione di soccorso s’interrompe. «Si torna a trattare. Giovedì 15 dicembre l’evacuazione di Aleppo est ha finalmente inizio. Venerdì 16 altri spari, altro stop. Ecco, la Siria è così. Da cinque anni».

Aleppo, 4 gennaio 2017. Due bambini mangiano qualcosa preparato da una delle Organizzazioni non governative attive nella città martire. Foto Reuters.
Aleppo, 4 gennaio 2017. Due bambini mangiano qualcosa preparato da una delle Organizzazioni non governative attive nella città martire. Foto Reuters.

Il rimpianto per non essere riusciti a fermare la guerra

  

Il 2016 sfuma in lenta dissolvenza. «Saluto l’anno vecchio con un groppo alla gola e un grande rimpianto», confida Staffan de Mistura. «Ci sono stati almeno due momenti in cui pensavamo di essere riusciti a evitare il peggio. Il 26 febbraio è cominciata una tregua che ha salvato numerose vite e che è durata tre mesi nei quali siamo riusciti a entrare nell’Aleppo assediata, soccorrendo 1.200.000 persone». La ripresa dei combattimenti ha imposto la necessità di nuovi negoziati. «Il 12 settembre è entrato in vigore un accordo di cui si sono fatti garanti e interpreti i russi e gli americani. Ma i falchi di tutti gli schieramenti l’hanno trasformato in carta straccia. A ottobre, stufo di girare inutilmente le cancellerie, ho convocato una conferenza stampa nella sede Onu di Ginevra. Rivolto ad Assad e ai suoi alleati, Mosca in testa, ho detto: “Pensate che valga la pena radere al suolo una città che ha 4 mila anni di storia uccidendo, ferendo o cacciando gli ultimi 250 mila abitanti rimasti nei quartieri assediati solo perché lì ci sono ancora 900 miliziani che chiamate terroristi?”. Ho sfiŒdato anche Al Nusra: “Vi rendete conto che in 900 tenete in ostaggio 250 mila persone? Vi garantisco che uscirete a testa alta. Vi prometto salvacondotti. Vi scorterò io personalmente, ma per amor del cielo smettete di combattere”».

Il 2017 potrebbe segnare la svolta. «Lavoro per questo. A Œfine gennaio Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Afferma che vuole combattere l’Isis. La stessa cosa sostiene Putin. E l’intero Occidente che ha pianto vittime innocenti a Parigi e Bruxelles. Combattere il terrorismo è una cosa, vincerlo è un’altra. Per battere defiŒnitivamente l’Isis non bastano le armi, ci vuole la politica. Il compito di Putin sarà quello di convincere Assad ad avviare una seria trattativa con i suoi avversari. La pace si fa accordandosi con i nemici. In Siria e in Iraq ciò signiŒfica coinvolgere i sunniti. Solo così si evita che prosperino formazioni estremiste». La mezzanotte è passata ormai da un pezzo. Il colloquio volge al termine. «Sa chi è il più appassionato difensore dei siriani, tutti, e non da oggi? Papa Francesco. Il 25 settembre 2015, al Palazzo di Vetro di New York mi ha fatto chiamare. Mi ha stretto entrambe le mani e mi ha detto: “De Mistura, io prego ogni giorno per la Siria. Il mio timore è che se continua così non ci sarà più il Paese”. “Santo Padre, non si stanchi di pregare, quello che dice è possibile, purtroppo. La Siria e i siriani stanno soffrendo oltre misura, sono tra due fuochi, continuano a sostenere con Œfierezza la loro identità, ma c’è un limite”. Credo che quel limite invalicabile sia arrivato. E sia il 2017».

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