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venerdì 06 dicembre 2019
 
Anniversari
 

Insinna, i pacchi al tempo della crisi

12/10/2013  Intervista a tutto campo al popolare conduttore: com'è cambiato Affari tuoi, il dolore per la morte del padre, le occasioni mancate, la riconquista della fede.

Il 13 e 14 ottobre Affari tuoi festeggia i 10 anni di vita con un doppio appuntamento su Rai1 in cui si ritrovano tutti insieme "i cinque moschettieri dei pacchi" che hanno condotto il fortunato programma. Paolo Bonolis, Pupo, Antonella Clerici, Max Giusti e l'attuale padrone di casa, Flavio Insinna. L'attore aveva già condotto "Affari tuoi" cinque anni fa. Da tempo non lo si vedeva. Si era nascosto nel suo dolore dopo la perdita dell’amato padre. E’ sempre un ottimo professionista. Più magro, forse. Inevitabilmente più maturo. Un lustro fa non c’era ancora la crisi. Per questo, forse,  le motivazioni dei concorrenti che partecipano al gioco sono diverse, come ci spiega il conduttore.  “A parte qualcuno più fortunato, ora si viene ad “Affari tuoi” per vedere realizzati piccoli  ma nobili sogni quotidiani. Prima si giocava per sposarsi o per permettersi un viaggio. Ora per restituire i soldi alla famiglia che ha fatto tanti sacrifici per mandarti all’Università o per finire il mutuo della casa che il nonno ti ha lasciato e che non ha fatto in tempo a pagare per te. Sono storie di urgenza quotidiana ma con una loro dignità e bellezza. Trovo rivoluzionario darsi questa chance e sospendere, per la durata del programma,  i pensieri della vita vera”.

 -Com’è il suo rapporto con i concorrenti?  
"Il mio camerino è sempre aperto. Sanno che possono venirmi a parlare in qualsiasi momento. Io e la produzione facciamo il possibile per farli sentire a loro agio. Sono prima di tutto persone e non oggetti da spremere in nome degli ascolti".

-E’ tornato alla conduzione di un programma che guardava sempre anche suo padre. Cosa le ha dato la spinta di voler ricominciare e uscire dalla depressione?
"Mio padre era medico e mi ha insegnato, tra le altre cose, l’uso corretto delle parole. Non si tratta di depressione. Il termine esatto è dolore. Un dolore che non passa ma che mi accompagna giorno dopo giorno. Con la sua morte è finita una parte della mia vita e ne è cominciata un’altra. Quando torno a casa, dopo“Affari tuoi”, non lo trovo più seduto sulla sua poltrona nello studio ad aspettarmi. Non ho più il mio meridiano di Greenwich cui rivolgermi per qualsiasi dubbio. Mi rimangono, però, i suoi insegnamenti e ne faccio tesoro perché era un persona straordinaria.  

-“Affari tuoi”, il prossimo 13 ottobre, taglierà il traguardo dei 10 anni.  Un game show che ha sempre fatto grandi numeri nonostante la crisi di ascolti. Secondo lei, come sarà la tv generalista del futuro?
"Il mio motto è andare avanti a piccoli passi senza stravolgimenti drastici e senza dimenticare ciò che di bello è stato fatto. Un buon prodotto offerto dalla Tv generalista non teme nessuna concorrenza, Sky compresa. La Tv di Murdoch non la si guarda certo perché ha delle belle sigle ma per gli ottimi film che propone. “Il commissario Montalbano” lo si potrebbe proiettare pure su un muro. Il pubblico ci sarebbe, comunque. L’importante è affidarsi ad autori che sappiano scrivere e non cadere nell’errore che siano sufficienti ospiti importanti per decretare il successo di un programma. A volte, ci si affanna a cercare la star per una settimana e poi non si sa cosa farle fare. Dopo 30 secondi l’effetto sorpresa finisce e per catturare l’attenzione del telespettatore occorrono anche i contenuti".

-Nella sua carriera ha detto dei no?
"Mi è capitato anche se i rifiuti sono sempre più scomodi da motivare. L’importante è essere chiari, leali e sinceri per non essere fraintesi. Il mio, è un mestiere dove si tende ad accettare qualsiasi cosa pur di apparire  e guadagnare. Non è il mio caso, comunque".

-Quali sono stati i no più difficili da dire?
"E’ la prima volta che ne parlo.  Un giorno Paolo  Virzì mi propose un ruolo da protagonista in uno dei suoi film più belli. Ne fui onorato. Feci di tutto per incastrare le date di lavorazione del film con quelle di "Affari tuoi” ma non ci riuscii. Quello fu un no estremamente doloroso da dire".

-Di che film si tratta?
“Tutta la vita davanti”. Pur amando profondamente un regista come Virzì,  non sono mai riuscito a guardare quella pellicola… ma lui capirà".

 -Ha rifiutato anche altre  proposte importanti. Ha detto no alla parte assegnata poi a Claudio Amendola ne ” I Cesaroni” e anche alla conduzione de “ I Migliori anni”. Perché? "Sono no che vanno motivati. Per quando riguarda "I migliori anni" non mi sono sentito all’altezza. Già era un miracolo, per me, presentare  “ i pacchi” e non sarei mai riuscito a condurlo come Carlo Conti. Io nasco attore e non presentatore. Non sarei stato in grado di intervistare artisti del calibro di  Al Bano, Sofia Loren, i Bee Gees.  Magari un giorno lo sarò ma, per il momento,  con quelli famosi non mi so rapportare. Io sono bravo con le persone come me. Sono un pò il ragazzo della porta accanto. Ora  meno ragazzo ma sempre della porta accanto. Alla parte ne “I Cesaroni” ho detto no per una forma di riconoscenza nei confronti della Rai. Il mio mondo è ancora una stretta di mano. Mi avevano chiamato anche per una parte da protagonista nella fiction “ II clan dei Casalesi” ma ho rifiutato perché era mancato da poco il mio papà e non c’ero con la testa".

 -Com’è il tuo rapporto con la fede?
"Sono cresciuto in una famiglia cattolica e sono credente. Poi è la vita che ti avvicina o ti allontana dalla fede. Sembra strano ma il mio lavoro mi ha aiutato molto in questo. Come sai, ho interpretato molte volte il ruolo di un sacerdote e lo considero un regalo perché ho incontrato sacerdoti veri che, dopo aver visto le fiction, mi hanno voluto conoscere. Dopo la messa in onda di "Don Bosco", per esempio, sono stato invitato in  molti oratori perché i ragazzi erano rimasti colpiti dalla mia interpretazione del Santo. Sono state frequentazioni che mi hanno permesso di riavvicinarmi alla fede in maniera più pensata, con una consapevolezza maggiore. Ma ciò che mi colpì di più furono le parole di un prete che un giorno mi disse:  "Molto spesso si entra in chiesa e si comincia ad elencare le cose che si vorrebbero senza provare ad ascoltare che cosa vuole il Signore da noi. Lo stesso Don Bosco  ricordava ai suoi ragazzi che siamo noi ad avere bisogno del Signore e non Lui di noi”. Ecco, se tutti noi cominciassimo  a riflettere su questi concetti la nostra prospettiva di fede cambierebbe molto. Perché, se sei credente è impossibile non aprirsi alla vita,  agli altri e cercare di fare un po’ di bene. E anche questo me lo insegnato papà".  

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