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Bellocchio: la mia Benedetta, in cerca di libertà

10/09/2015  Il regista ci fa entrare nei segreti di "Sangue del mio sangue", il film presentato a Venezia. la protagonista - una suora murata viva a Bobbio - rivela un insospettato legame con l'Aldo Moro di "Buongiorno, notte".

Bobbio, classe 1939. E’ lì che continua a tornare Marco Bellocchio, Leone d’Oro alla Carriera a Venezia nel 2011. In concorso quest’anno con Sangue del mio sangue ambientato nel piccolo comune del piacentino dove ha girato anche altri suoi film e dove ritorna d’estate per tenere i corsi di cinema con i giovani.

La storia di Benedetta, una monaca perseguitata dalla chiesa nel ‘600 per aver sedotto un sacerdote, diviene il grimaldello per raccontare Bobbio odierna, metafora di un modo di vivere che va esaurendosi.

Verso la fine del film Benedetta viene smurata. Come era accaduto in Buongiorno, notte il protagonista esce dalla prigionia tradendo la sceneggiatura che la realtà vorrebbe imporre. Benedetta, come Aldo, se ne va verso una risoluta bellezza che la vita non concede. Lei resiste. Un finale così pregno della libertà, femminilità e desiderio di Benedetta interroga anche la chiesa di oggi?
La cosa che mi auguro sempre è proprio questa. Che gli intervistatori mi sottopongano delle intuizioni che non mi erano consapevoli fino in fondo. Questa sequenza era il primo frammento di un corto che facemmo ormai 5 anni fa per i corsi di Bobbio. Una condannata veniva smurata perché il cardinale pensava si fosse veramente pentita, fosse divenuta santa e potesse stare in seno alla chiesa. In realtà, a muro abbattuto, appare questa donna così perfetta. E’ un’immagine che mi ha suggerito anche tutto l’antefatto in costume di Sangue del mio sangue e con esso anche la parte moderna. Quello che era un episodio a sé è diventato la conclusione del film. In questo senso io penso che le cose che vengono meglio, non siano mai premeditate. Pur non credendo io nei miracoli, amavo l’immagine di questa donna che miracolosamente riappare in tutta la sua bellezza, giovinezza e desiderio e che così annienta il vecchio cardinale e la vecchia chiesa. Poi è giusto che chi lo guarda, al di là che gli piaccia o no, veda dei significati e delle connessioni profonde con il tempo odierno. Se penso a Benedetta, oggi, e alla sequenza di anni fa su Aldo Moro sempre con Roberto Herlitzka sento effettivamente un’intuizione e un legame profondo.

Ancora una volta lei torna a Bobbio con due sorelle – come le sue – non sposate interpretate con convinzione da Federica Fracassi e Alba Rohrwacher. Sangue del mio sangue riannoda i fili con il film Sorelle, l’opera precedente a Vincere e La bella addormentata?
La relaziona tra Sangue del mio sangue e Sorelle è reale. In questa rappresentazione sentivo che mi piaceva dare un’immagine e un contenuto che tenesse conto della gioventù e del corpo. Non perché le mie due care sorelle non fossero in grado di interpretare questo ruolo ma ho preferito trasformarle in queste due giovani attrici che di fatto le personificano come delle antenate.

Dopo Pier Giorgio anche sua figlia Elena entra nella famiglia dei suoi film. E’ una presenza magnetica per il vampiro Herlitzka. Cosa significa lavorare con il proprio sangue?
Pur avendo fatto molte cose Giorgio da un po’ di tempo ha deciso di applicarsi a questo mestiere dell’attore. Elena credo di no. Lei lo fa con disinvoltura e serietà ma penso che il suo destino sia un altro. Penso voglia fare l’architetto e che stia studiando molto. Per lei è un puro divertimento, una sorta di gioco. Ben riuscito perché a quell’età basta la spontaneità che attiva il corto circuito tra lo sguardo del vecchio vampiro, ormai innocuo, e quello di questa ragazza che si bacia con il suo ragazzo.

Federico, il gemello di don Fabrizio, insiste molto sul tema del pentimento. Ne discute animatamente con le due sorelle zitelle. Vorrebbe capire quando si può considerare un vero pentimento oppure no, quasi delimitare in modo quasi scientifico un fatto di coscienza. E’ un passaggio molto insistito a livello di scrittura: sapendo tra l’altro che la sceneggiatura è tutta sua. E’ un tema che la interroga?
Federico è un non credente, un uomo d’armi e vuol capire come funziona. Quelle parole sono tutte reminiscenze della mia educazione cattolica. Nel mio caso, con tutto rispetto, erano tutte fondate sulla paura. Mi veniva detto che bastava in quell’istate pentirsi. Anche se si sarebbe patito per tanti anni in purgatorio, ma poi non saresti stato dannato. La dannazione faceva parte dell’educazione cristiana del catechismo della fine degli anni ’40 e poi anni ’50. Poi c’è stato un mio progressivo processo di laicizzazione ma erano di fatto quelle le giaculatorie che ci dicevano: se si fosse stati in peccato mortale, per salvarsi sarebbe bastato quell’ultimo istante per evitare l’inferno e le fiamme eterne.

La sincerità, un sostantivo caro al suo film, viene agita in due modi diversi. Nella prima parte Benedetta per rimanere sincera con se stessa e con il mondo arriva quasi a perdere la sua vita. Nella seconda parte viene, invece, denunciata una sincerità quasi ridicola che il web promuove quotidianamente.
Sì è vero sono due piani diversi. La sincerità dei mezzi di comunicazione contemporanea viene dal parlarsi direttamente e in modo immediato, irriflessivo. Sono le prime cose che vengono in mente come se quella fosse la sincerità. Mentre la sincerità implica sempre una profondità. La sincerità è qualcosa che ha bisogno di un’indagine nei rapporti. Quindi anche il comportamento misterioso di Benedetta, che non è ambiguo, è una legittima aspirazione alla libertà, a vivere, a non morire, a non sacrificarsi. Perché si intestardisce a non parlare? Forse vuol mettere alla prova Federico o forse non ci pensa in modo calcolato. Mentre la Monaca di Monza ha commesso delitti atroci per restare la padrona del convento – un po’ come il protagonista Alessandro de I pugni in tasca che uccide per stare dentro la casa –, qui invece Benedetta vuole fuggire, fa di tutto per andarsene e cercare quella libertà. Questa è la differenza: la sua è una sincerità che è legata al sentimento, dove non bastano solo le parole.

Le musiche di Sangue del mio sangue sono un’ulteriore contaminazione tra passato e presente accade nella sceneggiatura. Il trattamento in chiave sacra di Nothing Else Matters dei Metallica accostato alla storia di Benedetta spiazza e incanta. Nuove tendenze?
Quello delle musiche continua davvero ad essere un lavoro sempre molto complicato. Ho grande stima e amicizia per Carlo Crivelli ma ammetto che è un compositore difficile. Lui cerca sempre di penetrare nelle immagini. Quando ci riesce fa delle cose eccellenti. Io e Francesca Calvelli, al montaggio, che ha un orecchio più raffinato rispetto alla musica moderna, contempliamo anche altre soluzioni come quella citata. Io cerco sempre di non alienarmi questa possibilità e di innestare musiche contemporanee su scene in costume. E’ una operazione che non è mai scontata e che mi richiede un lavoro molto lungo.

I corsi di Bobbio continuano ad ispirare il suo cinema. Perché Marco Bellocchio passa del tempo con i giovani in situazioni anche molto limitate di mezzi?
E’ il grande peso della libertà e di potermi confrontare con i giovani. I corti che produciamo sono un’esperienza che non viene obbligatoriamente giudicata da altri e questo ci dà la possibilità come registi di sperimentare. Per noi è un’esperienza rara. I corsi non sono un semplice apostolato nei confronti dei giovani; c’è un sanissimo dare-avere e un reciproco arricchimento. Noi ci confrontiamo con loro e loro apprendono da noi.

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