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sabato 21 settembre 2019
 
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«Io, tibetano adottato da Richard Gere, vi racconto la sua umanità»

14/08/2019  «Per un intero anno, quando sono scappato dal Tibet, mi ha sostenuto economicamente con un assegno mensile. Venne anche a trovarci in India. Ancora oggi manteniamo l'amicizia con una fitta corrispondenza. Per questo ciò che ha fatto per i migranti dell'Open Arms non mi sorprende: Richard è un gentiluomo anche nella vita, non solo nei film»

Sithar
Sithar

Sithar, giovane tibetano rifugiato in Italia, parla volentieri del sostegno e dell’umiltà dell’attore di Hollywood e difensore dei diritti umani Richard Gere a  vent’anni del suo primo contatto con lui, nella scuola Tibetan Transt di Dhramsala (in India), dove i profughi provenienti dal Tibet occupato dalla Cina scappavano dagli arresti arbitrari e dalle torture del regime cinese. Proprio come accade oggi ad altre persone in fuga dai campi di concentramento della Libia e dalle molte guerre che affiggono milioni di uomini, donne e bambini in tutto il mondo.

“Ho visto l’immagini del signor Gere a fianco dei profughi, sulla Open Arms, e mi sono commosso. Ma la sua opera non mi sorprende. Lo avevo conosciuto. Era stato al mio fianco e a quello di tanti altri tibetani fuggiti in India, a seguito delle persecuzioni del governo cinese. La stessa tenerezza, la stessa umiltà con la quale condivideva il cibo con noi, mentre ci chiedeva chi eravamo e cosa stava accadendo allora nel nostro Paese” , racconta Sithar, che all’età di 13 anni era stato imprigionato per aver cantato una canzone che evocava la libertà del suo popolo.

Richard Gere a bordo della Open Arms
Richard Gere a bordo della Open Arms

“Sono stato imprigionato tre volte, nel carcere di Gutso, in Tibet", prosegue Sithar. "Lì si trovavano migliaia di altri tibetani come me: uomini, donne, bambini. Venivamo torturati anche con le scosse elettriche. Porto ancora i segni di quelle violenze, perpetrate all’intero popolo del mio Paese che si era ribellato al dominio cinese, proprio come continua ad accadere ancora oggi, ma non soltanto lì.  Chi fugge dalla propria terra, ha delle forti motivazioni per farlo”, spiega Sithar.

Richard Gere già negli anni '90 manifestava la sua vicinanza ai profughi e la sua lealtà alla difesa dei diritti umani recandosi nei luoghi più sperduti del mondo, dove le persone in fuga dagli orrori cercavano un riparo. Quando, nel 1993, l’attore era salito sul palco in occasione della Notte degli Oscar, per la consegna del premio al miglior regista, aveva impostato il suo discorso di condanna alla Cina per le violenze nei confronti del popolo tibetano, suscitando il malcontento di molti, tra produttori cinematografici e  politici poco inclini alla presa di posizione nei confronti del governo di Pechino. Da allora, Richard Gere non ha mai smesso di manifestare pubblicamente le sue idee, rimanendo sempre dalla stessa parte: a fianco dei più deboli, dalla parte delle vittime, proprio come adesso, con i  profughi salvati in mare dalla nave spagnola.

“Sono stato incarcerato tre volte nel mio Paese, prima di doverlo lasciare nel 1997. Siamo partiti dal Tibet in trenta persone, in pieno inverno e per un mese abbiamo camminato sull'Himalaya, dovendoci riparare dai colpi d’arma dei cecchini cinesi, sotto un freddo che sfiorava i 40 gradi sotto lo zero. Due bambini e due uomini, tra cui un monaco tibetano sono morti di freddo o di stenti. Quasi tutti sono arrivati alla fine del viaggio senza un arto (mani o piedi), amputati al nostro arrivo in Nepal, a causa della temperatura difficile da sopportare. Vicino al confine con il Nepal, alcuni membri delle Nazioni Unite ci hanno aiutato e così siamo stati trasportati a bordo di un elicottero dove ci hanno  prestato i primi soccorsi. Avevamo ricominciato a vivere da quel momento” ricorda Sithar.

Il rifugiato racconta che per un anno Richard Gere ha finanziato la sua vita in India, con un sostegno economico mensile. Il primo aiuto nel 1999, in occasione del Capodanno tibetano. Sithar, come tanti altri suoi compaesani, viveva all’interno di una scuola, dove  ha potuto finire gli studi della sua lingua e cultura e dove ha imparato anche l’inglese. In quell'istituto ricomponevano le pergamene tibetane che il regime cinese distruggeva nel loro paese e cercavano di recuperare la propria cultura e memoria. Il rapporto con  Richard Gere veniva ravvivato con la visita dell’attore alla scuola (nel 2001 e nel 2003) e poi con le corrispondenze scritte tra Sithar e Richard, per mantenere l’amicizia, dare e ricevere notizie su di loro e sul Tibet.

“Non avevo un cellulare per immortalare quei momenti con lui, come accade ora. Il signor Gere sicuramente non ha bisogno di mettersi in mostra. Il motivo per il quale si schiera con chi soffre è infinitamente superiore a tutto quanto i media possono pensare di diffondere: è dentro lui, che è un uomo vero per il suo animo gentile e benevolo”, racconta Sithar. “Un animo gentile”, da cui scaturisce la espressione: “gentiluomo”, che va oltre il concetto banale della gentilezza. "Il signor Richard è sempre un gentiluomo, lo è anche nella vita, non solo nei film". La gentilezza a cui si riferisce Sithar ha qualcos’altro della parola ormai impoverita nel tempo e può essere definita meglio come “vera umanità”.

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