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martedì 27 ottobre 2020
 
l'attacco agli italiani
 

Isis, petrolio, corruzione: i tanti perché della bomba in Iraq

11/11/2019  Tra provocazione di natura criminale e politica (compreso, di sfondo, il confronto mai finito tra Usa e Iran): una lettura non superficiale dell'attentato dinamitardo che ha colpito un team di soldati appartenenti alle nostre forze speciali

L’Isis, d’accordo, che peraltro va sempre bene e si porta su tutto. Concentrarsi in maniera ossessiva sui colpi di coda del Califfato, o sull sua presunta rinascita, però, potrebbe anche non farci capire chi può aver piazzato l’ordigno esplosivo che ha ferito i soldati italiani e quali sono le ragioni che hanno spinto i terroristi a colpire. Marco Pisani, Paolo Piseddu, Andrea Quarto, Emanuele Valenza e Michele Tedesco sono soldati esperti, lavorano da anni in reparti di eccellenza delle nostre forze speciali, hanno all’attivo diverse missioni all’estero. E in Iraq erano impegnati nell’addestramento e nell’accompagnamento in azione di reparti peshmerga e dell’esercito iracheno.

La bomba è esplosa mentre stavano rientrando dopo un’operazione anti-terrorismo con una squadra appunto dei peshmerga, il che già potrebbe costituire un indizio. È sufficiente un’occhiata alla cartina, però, per rendersi conto di quanto sia superficiale la risposta automatica “bomba=Isis”. L’area tra Mosul, Erbil e Kirkuk è una delle più tormentate dell’Iraq, e lo era già molto prima che il Califfato facesse irruzione sulla scena. Copre parte della cosiddetta Piana di Niniveh e parte del Kurdistan iracheno, è ricca di petrolio (Kirkuk è sede della più grande raffineria irachena) ed è da sempre oggetto di contesa tra potenze e gruppi di ogni genere. Con il Trattato Sykes-Picot del 1916 era stata assegnata alla Siria controllata dalla Francia ma nel 1924 gli inglesi, con un atto di forza motivato proprio dall’abbondanza di risorse naturali, la riportarono nell’Iraq posto sotto la loro tutela.

Con quel gesto, gli inglesi sconvolsero la composizione etnico-religiosa del Paese, immettendo una forte quota di musulmani sunniti (e, in parte assai minore, di cristiani) in un Iraq che era maggioritariamente curdo e soprattutto musulmano sciita. Ciò potenziò le tensioni settarie, che l’epoca contemporanea ha ulteriormente esaltato. Il sunnita Saddam Hussein attuò feroci repressioni sia contro i curdi del Nord (compresi gli attacchi con i gas degli anni Ottanta) e contro gli sciiti del Sud (soprattutto dopo la prima Guerra del Golfo). E proprio nella zona tra Mosul, Erbil e Kirkuk, e per le stesse ragioni degli inglesi, condusse una politica di “arabizzazione” dell’area attraverso il trasferimento e l’insediamento di migliaia di famiglie sunnite.

Con il 2003 e la fine di Saddam, tutte queste forze si sono risvegliate. I curdi hanno ripreso la marcia verso l’indipendenza, fino al disastroso referendum del 2017 e alla successiva reazione del governo centrale di Baghdad. Una delle loro principali rivendicazioni è stata proprio il controllo di Kirkuk. Speravano di ottenerlo per via pacifica, visto che il Governo iracheno, in osservanza dell’articolo 140 della Costituzione approvata nel 2005, aveva promesso un referendum in proposito. Referendum inizialmente previsto per il 2007 ma poi mai realizzato.

Nello stesso tempo, la politica di de-arabizzazione dell’area (prevista dallo stesso articolo della Costituzione) faceva infuriare gli arabi sunniti che, grazie a Saddam Hussein, si erano insediati a Kirkuk e dintorni, spesso in posizioni di privilegio. Questa, insieme con le palesi discriminazioni ai danni dei sunniti attuate dopo la fine del dittatore dai Governi iracheni espressi dai partiti sciiti, è una delle ragioni che nel 2014 hanno reso così facile l’avanzata dell’Isis e del Califfato in territorio iracheno. E possiamo immaginare, per fare solo un esempio, quanto possa piacere a questa parte sunnita della popolazione l’attività dei soldati italiani a favore dei peshmerga e dell’esercito iracheno che vorrebbero e dovrebbero attuare proprio la politica di de-arabizzazione di cui si diceva.

A tutto questo si devono aggiungere non solo gli eventuali residui di Isis sopravvissuti alla fine del Califfato (quelli che, per esempio, pochi giorni fa hanno sparato alcuni razzi dalla periferia di Mosul), ma anche le tensioni che da mesi scuotono l’Iraq, dove la popolazione protesta contro la corruzione e l’inefficienza del Governo con il pieno appoggio, tra l’altro, della Chiesa caldea cattolica i cui vertici, primo fra tutti il patriarca Louis Raphael I° Sako, sono scesi in piazza tra i dimostranti portando al collo un fazzoletto con la bandiera irachena. Da Nord a Sud il Paese è in rivolta e le autorità stanno reagendo con estrema violenza, tanto che ormai si contano più di 300 morti.

Ecco, questo è il quadro. Tinte fosche che, tra l’altro, possono nascondere provocatori di ogni genere. Di natura criminale, certo. Ma anche politica, visto che in Iraq si gioca, come in Siria, Libano e Yemen, la partita tra l’Iran e gli Usa, che vogliono a ogni costo ridimensionare l’influenza della Repubblica islamica sulla regione. Per questo non dobbiamo affrettarci a gridare “all’Isis, all’Isis!”, come ormai ci viene per riflesso automatico. Dovrebbe aiutarci, purtroppo, il fatto che questi nostri soldati sono siano stati colpiti in concomitanza quasi perfetta con il sedicesimo anniversario della strage di Nassiriya, in cui furono uccisi 19 italiani (tra i quali due civili) e nove iracheni. Anche allora pensavamo di conoscere il nemico e non avevamo capito niente.

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