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mercoledì 15 luglio 2020
 
Israele
 

Israele e i fantasmi di Netanyahu

01/08/2015  Ostaggio delle destre oltranziste da lui stesso sollecitate, il premier fatica a reagire di fronte a una crisi che scuote Israele dall'interno. La politica degli insediamenti, il popolo dei "coloni" e i ricatti degli ultranazionalisti.

I funerali del piccolo Alì, ucciso da "coloni" israeliani (Reuters).
I funerali del piccolo Alì, ucciso da "coloni" israeliani (Reuters).

La morte atroce di Alì Saad Dawabsheh, bruciato vivo da un gruppo di "coloni" israeliani ultranazionalisti che hanno scagliato bombe molotov nella sua casa, potrà avere due tipi di seguito. I palestinesi potranno usarla per rispondere con violenza alla violenza, come Hamas  li ha incitati a fare e come molti (forse anche tra gli stessi "coloni") vorrebbero vederli fare. I segnali, e le vittime, ci sono già tutti e il timore è che l'assassinio del piccolo Alì diventi una miccia, così come l'assassinio di Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i tre studenti israeliani sequestrati e uccisi da militanti di Hamas poco meno di un anno fa, servì a mandare in fumo gli sforzi di dialogo avviati da papa Francesco e a innescare la più sanguinosa tra le guerre di Gaza.

Oppure potranno ricordare Alì facendo notare ciò che sta succedendo in Israele, anzi, a Israele. Innescando un dibattito utile a tutti, forse in primo luogo agli israeliani. La spedizione omicida dei coloni, infatti, non è un fulmine a ciel sereno, un evento imprevedibile, ma l'inevitabile conseguenza di un lungo processo animato e sollecitato dagli stessi politici che oggi si dolgono dell'accaduto. Anche nelle ultime settimane si erano avute precise avvisaglie. La devastazione della chiesa della Moltiplicazione dei pani e dei pesci a Tabgha (i responsabili sono stati poi arrestati e avviati a processo), la partecipazione di ministri del Governo in carica a inutili prove di forza come quella recente alla spianata delle moschee o alle manifestazioni violente dei "coloni" a Beit El, dove è servito l'esercito per procedere alla demolizione di due palazzine abusivamente costruite su terreni di proprietà di palestinesi, mentre tra i "coloni" in fermento si agitavano anche due ministri. Le dichiarazioni aggressive, ai bordi dell'istigazione, di uomini di governo, mai ripresi né tantomeno sanzionati dal premier Benjamin Netanyahu.

Il tutto mentre alla base si moltiplicavano gli attacchi contro palestinesi o gli atti vandalici contro le loro proprietà e i tentativi di costituire insediamenti "illegali" in Cisgiordania, e lo stesso Governo continuava imperterrito ad ampliare gli insediamenti "legali", cioè quelli approvati dalle autorità di Israele ma condannati dal resto del mondo, Onu e Usa compresi. Ed essendo comunque quasi impossibile per i palestinesi, come documentato da Yesh Din, uno delle più autorevoli organizzazioni israeliane per la difesa dei diritti civili, qualunque tentativo di avere giustizia con i mezzi legali: l'85,3% delle cause intentate da palestinesi contro cittadini israeliani si chiudono senza arrivare a processo per mancanza di prove o per l'impossibilità di trovare il colpevole; solo il 7,4% delle cause intentate da palestinesi portano qualche israeliano in tribunale, e di queste solo il 32,7% porta a una qualche forma di condanna. Conclude Yesh Din: "Le possibilità che una causa intentata da un palestinese porti a un'indagine, all'identificazione di un sospetto, a un processo e a una condanna sono dell'1,9%".

Non sono certo mancati, in questi anni e anche in questi mesi, atti di violenza e attentati da parte dei palestinesi della Cisgiordania, per non parlare dei terroristi di Hamas. Ma è un fatto che l'Israele più forte militarmente, più potente dal punto di vista economico e politico e più esteso territorialmente di sempre, rischi di diventare pure il più intollerante  e aggressivo di sempre. A scapito, anche, di certi equilibrii interni che ne hanno fatto finora la democrazia quasi miracolosa (viste le condizioni e le tentazioni) che conosciamo: le demolizioni di Beit El, per fare un esempio, erano certificate da una sentenza della Corte Suprema, irrisa dalle manifestazioni dei ministri "pro coloni" e dallo stesso Netanyahu, che nelle ore dei disordini autorizzava nello stesso insediamento la costruzione di 300 nuove abitazioni.

Quelli che vediamo, dunque, sono i frutti avvelenati di una mala pianta la cui crescita chiama comunque in causa l'attuale primo ministro. Nel lungo periodo, per la politica esasperata degli insediamenti (o "colonie", il termine usato dai palestinesi), di cui Netanyahu è fervido sostenitore sin da quando, nel 2005, si dimise da ministro delle Finanze per protestare contro il premier Ariel Sharon, che aveva deciso il ritiro degli israeliani dalla Striscia di Gaza. E' stato calcolato che negli ultimi vent'anni gli insediamenti siano cresciuti del 182%, e i questi vent'anni Netanyahu ha governato per almeno dieci. Nelle "colonie" oggi vive quasi il 10% della popolazione di Israele. E sempre nelle "colonie", la popolazione cresce ad un ritmo doppio rispetto al resto di Israele. 

La politica israeliana ha sfruttato i "coloni" in modo anche cinico, mandandoli a vivere in terre difficili e disputate, spesso a rischio della vita. Li ha usati, insomma, come punta di lancia nel confronto con i palestinesi. Nessuno può quindi stupirsi se oggi i "coloni", diventati parte imprescindibile dell'elettorato, passano all'incasso e provano a prendersi spazi anche illegittimi. In più, Netanyahu non ha, al momento, alcuna forza politica per opporsi davvero. Lo si vede dalla gestione del Governo, dove gli è impossibile scontentare chiunque perché, con una maggioranza parlamentare così risicata (61 a 59), chiunque potrebbe far cadere il Governo. Altro che ministri in libera uscita o schierati con i "coloni" e contro la magistratura. 

E questo è a sua volta conseguenza della vittoria che Netanyahu ha ottenuto alle ultime elezioni politiche, accolta da noi dagli applausi dei soliti beoti che non guardano oltre la punta del loro naso. Per compiere la sua "grande rimonta", Netanyahu ha dovuto prima sollecitare i peggiori timori e i peggiori spiriti del suo Paese e poi allearsi con ogni destra possibile, laica o religiosa, anche la più oltranzista. Il tutto per arrivare a una maggioranza di due seggi. Il premier, insomma, è oggi ostaggio di una serie di fantasmi che lui stesso ha contribuito a ridestare.

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