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Jean Vanier, le vie del samaritano

15/11/2012  «I disabili sono testimoni privilegiati di Gesù», dice il fondatore dell'Arca, a Roma per incontrare il Papa e parlare al clero in occasione dell'Anno della Fede.

Jean Vanier è un canadese nato a Ginevra (Svizzera)  il 10 settembre 1928.
Jean Vanier è un canadese nato a Ginevra (Svizzera) il 10 settembre 1928.

Volto sereno e grande comunicativa. Ha 84 anni compiuti, ma ne dimostra meno. Una folla di giornalisti lo attende nella hall della casa dov’è ospite. Jean Vanier, il filosofo canadese fondatore dell’Arca e ispiratore del movimento Fede e luce, parla con serenità della sua esperienza con le persone affette da handicap mentali. L’Arca, che oggi ha 140 comunità sparse in tutto il mondo, di cui due in Italia, tremila operatori e tremila persone seguite, nasce nel 1963 dall’incontro di Jan Vanier con due persone alle prese con problemi mentali.

«Tutto quello che volevo», racconta, «era di fare un atto di giustizia, di far uscire uomini e donne, giovani e non, da una situazione insopportabile. Erano persone che stavano in un istituto violento, senza lavoro, dove mancava tutto. Posso dire che non pensavo fosse un gesto rivoluzionario. Io volevo solo vivere con loro. E poi, dopo un po’, quando altri hanno  conosciuto questa esperienza ci hanno raggiunto perché era una nuova forma di vita comunitaria. Dopo arrivarono richieste da parte delle famiglie, di altre strutture e quindi siamo stati obbligati a crescere».

- Non è stato faticoso?

«All’inizio non si sente alcuna fatica. La difficoltà invece è oggi, ci vuole molta discussione con gli Stati. Prima tutti volevano dare qualcosa, contribuire. Oggi invece molte cose sono cambiate. Le nostre comunità sono luoghi dove c’è la debolezza e la sofferenza e il mondo oggi non vuole sentire parlare né di sofferenza né di debolezza. Inoltre il mondo attuale si sta evolvendo verso forme sempre più individualistiche. Si dice spesso che le persone con handicap dovrebbero vivere da sole  e si ha molta difficoltà a scoprire il valore del vivere in comunità».

- I giovani si avvicinano?

«Sì, continuano ad arrivare. Molti giovani oggi sono scoraggiati dalla Chiesa, hanno bisogno di trovare delle cose vive. Siamo in Siria, in Palestina, in quartieri molto poveri dell’America latina. Le difficoltà sono in tutte le parti e anche i giovani ne risentono. La società non vuole ammettere che le persone con un handicap sono delle persone. Anche la Chiesa ha un po’ di difficoltà a dire che queste sono persone che possono dare qualcosa. San Paolo diceva che le persone folli e deboli sono state scelte da Dio perché confondono e svergognano le persone intellettuali e  potenti. Per San Paolo sono i primi testimoni».

- Quindi sono loro che fanno qualcosa per noi?

«C’è sempre una visione nella Chiesa per cui bisogna fare del bene. Il vero problema non è fare del bene, ma entrare in relazione, ascoltare. Loro hanno un messaggio, un messaggio molto semplice perché non sono intellettuali. Ci raggiungono a livello del cuore. La società e anche la Chiesa hanno delle difficoltà, noi stessi abbiamo delle difficoltà, ma c’è qualcosa di più profondo che abbiamo scoperto. Ed è che vivere con degli uomini e delle donne che hanno un handicap mentale trasforma. Cambia anche la visione ecclesiale, ma non è facile. I luoghi dell’Arca sono luoghi di grande sofferenza e di grande sofferenza, come dicevo prima. Sofferenza per i genitori, per le persone con un handicap che hanno difficoltà a parlare, a capire. E le due cose che la società e il mondo non amano sono la sofferenza e la debolezza. Ma vivendo all’Arca si scopre che questa sofferenza e questa debolezza portano all’incontro. È quando sono debole che ho bisogno dell’altro».

- Si è mai sentito scoraggiato, non ha mai sentito il peso di queste relazioni?

«Non ho mai avuto difficoltà con loro, ma difficoltà con le persone cosiddette normali. Le persone normali sono difficili. Certo che quando qualche volta qualcuno è violento non sia un problema. Ma abbiamo buoni psichiatri. L’importante è sapere cosa fare. E poi c’è da considerare una cosa: che quando stai con loro hai davanti la verità e non si può dubitare o scoraggiarsi davanti alla verità. Quando vedi delle persone con degli handicap che sono di una bellezza e di una verità incredibile non si può dubitare. La forza viene dagli amici, dalla comunità, ma soprattutto dai portatori di handicap. Raphael, la prima persona che ho accolto, non parlava, ma rideva, era superbo. Ho imparato molto da loro. Mi hanno trasformato. Le persone con handicap possono cambiare la Chiesa e la società. Sono degli uomini di comunione che sanno celebrare la festa perché la festa è comunione. Non siamo persone che devono fare, vogliamo piuttosto essere dei testimoni di speranza».

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