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John Turturro, il suo Nome della rosa: «Le paure del Medioevo sono quelle di oggi»

18/03/2019  Parla il protagonista di “Il nome della rosa”. «Un tempo il nemico era la scienza, oggi sono i profughi: ciò che non cambia è il rifiuto della conoscenza. L’Italia? Un piccolo continente ricco di diversità, da cui mi sento attratto»

Anno 1327, l’Europa del Medioevo: sullo sfondo dello storico scontro fra papato e impero, in un isolato monastero benedettino dell’Italia settentrionale, sul quale aleggia l’attesa dell’Anticristo, il frate francescano Guglielmo da Baskerville, noto per la sua intelligenza deduttiva e la sua abilità oratoria, viene chiamato a indagare sulle morti terribili e misteriose di alcuni monaci. Ad accompagnare il frate è il giovane novizio Adso da Melk, per il quale i memorabili giorni trascorsi all’abbazia rappresenteranno il punto di svolta della sua vita.

Il nome della rosa, capolavoro letterario di Umberto Eco del 1980, approda sul piccolo schermo, dopo aver conquistato il cinema più di trent’anni fa con il film di Jean-Jacques Annaud. Da lunedì 4 marzo, in prima serata su Rai 1, va in onda la serie in quattro puntate, diretta da Giacomo Battiato. Un progetto elaborato nel corso di vari anni e al quale lo stesso Eco ebbe modo di dare il suo contributo prima di morire, nel 2016. A raccontarne la genesi e gli sviluppi è John Turturro, 62 anni, celebre attore newyorchese di origini italiane, che veste i panni di Guglielmo da Baskerville.

John Turturro, prima di girare la serie conosceva il romanzo?

«Di Umberto Eco avevo letto alcuni saggi. Avevo sentito parlare del romanzo, ma non lo avevo letto. E non avevo visto il film di Jean-Jacques Annaud. Quando mi è stata proposta la sceneggiatura della serie, ho letto il libro e ne sono rimasto catturato. Ma non ho voluto vedere il film. Adoro Sean Connery, sono cresciuto con i suoi James Bond. Ma l’unica base dalla quale partire per costruire il mio personaggio è stato ciò che Eco aveva scritto. Giacomo Battiato e io abbiamo cominciato a rivedere la sceneggiatura, io scrivevo lunghi appunti sul romanzo e glieli mandavo. Mi sembrava che nel libro di Eco il personaggio di Guglielmo fosse molto più sviluppato, complesso. Tutti i personaggi sono delineati in modo molto affascinante. Il figlio dello scrittore, Stefano Eco, è stato entusiasta del lavoro. Abbiamo cercato di mettere nella serie tanto della sensibilità dell’autore».

La serie fin dall’inizio sottolinea molto la questione storica: la differente idea di povertà della Chiesa che oppone papa Giovanni XXII e l’ordine dei Francescani. I frati chiedono una Chiesa davvero povera secondo lo stile evangelico.

«Questa storia, infatti, non è semplicemente un thriller, parla di religione, di filosofia, della paura delle donne. Ciò che oggi leggiamo nei giornali, c’era già tutto nel 1327».

Quando Adso incontra Guglielmo, il frate sta parlando di carità, di fratellanza fra gli uomini. Sembra quasi un richiamo alla Chiesa di oggi, quella di papa Francesco.

«È vero. Quando nel romanzo si parla dell’Anticristo si fa riferimento alla paura della conoscenza. In fondo si sta parlando di paura dell’altro, che oggi si può identificare con gli immigrati, i rifugiati. E poi la paura della scienza: nel Medioevo la gente si rifugiava nella magia, nella superstizione. Oggi ci sono persone che rifiutano l’esistenza del cambiamento climatico. Alla base di tutto questo c’è la paura della conoscenza. Nel romanzo i libri vengono incendiati per nascondere la verità: oggi idealmente lo vediamo nella politica. Se pensiamo a san Francesco di Assisi, lui è stato certamente uno dei primi hippy della storia. Ho letto tanti libri su di lui e uno in particolare mi è stato molto utile, è la biografia scritta dal greco Nikos Kazantzakis, perché lo umanizza e lo descrive come un outsider».

Per la prima volta lei ha diretto come regista un’opera lirica, Rigoletto di Giuseppe Verdi, che ora è in tour nei teatri italiani. Che rapporto ha con la lirica?

«Sono cresciuto con l’opera. Sono nato con la musica, mia madre è stata una brava cantante jazz e in casa nostra si ascoltavano tanti generi. In molti miei film la musica ha uno spazio fondamentale, basti pensare a Romance & cigarettes, che è una sorta di opera rock. Sono un appassionato di musica in generale, da Giuseppe Verdi al folk. Quando mi hanno proposto di dirigere Rigoletto mi sono detto: perché no? È un’esperienza nuova e imparerò qualcosa».

Ha ottenuto la cittadinanza italiana, lavora molto qui da noi e ha recitato in italiano. Essere italiano cosa significa per lei?

«È una cosa molto complessa. La radice italiana è quella predominante in me, ma in realtà nelle mie vene scorre sangue spagnolo, mediorientale, nordafricano. Mi sento un mix e la gente spesso non riesce a identificare la mia origine. Sul grande schermo sono stato un italiano, un sudamericano, un ebreo, un greco. L’Italia mi sembra un piccolo continente, con la sua enorme diversità di regioni, dialetti, tradizioni. E io mi sento molto attratto dalla diversità. Con Rigoletto sono stato di recente a Palermo e a Torino: due realtà così differenti ed entrambe molto interessanti nella loro diversità».

È nato a Brooklyn, è cresciuto nel Queens, in anni in cui essere figli di immigrati italiani significava subire pregiudizi e discriminazioni. Come è stato per lei?

«I miei primi sei anni di vita li ho trascorsi in un quartiere afroamericano. Poi mi sono trasferito con la famiglia in un quartiere italiano-irlandese-ebreo e lì è stato meno semplice. Forse perché la mia pelle era scura e a quel tempo New York era popolata da portoricani. Ma di fatto sono vissuto in ambienti misti, interrazziali. I miei genitori, poi, mi hanno dato l’opportunità di studiare e il mio percorso di istruzione e formazione non è mai terminato».

Lei ha due figli.

«Amedeo ha 28 anni, Diego 18. Entrambi sono bravi attori, ma nessuno dei due vuole entrare nello show business e ne sono molto felice».

Nel 2017 ha raccontato dal vivo, davanti a un pubblico di 600 persone, una storia del 2003 sulla sua famiglia, sua madre, suo fratello Ralph che era ricoverato in un istituto psichiatrico perché soffriva di problemi mentali.

«Ha trovato quel video? Le confesso: è stata la cosa più dura che abbia fatto nella mia vita, raccontare sul palcoscenico fatti molto personali, che non avevo mai rivelato. Lì non hai una sceneggiatura, è la tua storia. Oggi mio fratello sta molto meglio, non è più in ospedale, ci vediamo spesso. Mia madre è scomparsa. Io sono stato sempre colui che la proteggeva. Lei e io avevamo un un rapporto meraviglioso».

Foto R.Sammel-M.Lombardi

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