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martedì 19 novembre 2019
 
Juri Nervo
 
Credere

Juri Nervo. Nel caos della città abbiamo bisogno di oasi di silenzio

01/08/2019  Educatore 43enne, nell’ex carcere di Torino “Le Nuove” ha dato vita a un luogo di preghiera aperto a tutti, dove è possibile sostare per cercare pace, ritrovare se stessi e Dio

«Avere degli spazi di silenzio non vuol dire per forza essere in un luogo senza rumori o distrazioni: occorre anzitutto sintonizzarsi con quel luogo interiore che permette in qualsiasi situazione di essere in pace. Un “modo di stare” che deve essere coltivato e costruito, non nasce dal nulla e non è il frutto di un semplice esercizio o attitudine personale. Così sarà possibile vivere il silenzio anche su un tram o in un centro commerciale».

Lo assicura Juri Nervo, educatore 43enne, che dal 2011 a Torino ha dato vita all’Eremo del silenzio, per offrire anche nel cuore della città la possibilità di raccogliersi in preghiera negli spazi appartati delle ex carceri “Le Nuove”. In quelle che furono alcune celle, in una piccola cappella o nel giardino tante persone ritrovano il loro rapporto con Dio, quindi anche la serenità nelle relazioni con gli altri. In un luogo che fu di esclusione forzata dal mondo, quindi, si vive oggi lo stare in disparte scelto per ritrovarsi nella meditazione biblica e nella revisione della propria vita. Istanti preziosi in ogni tempo dell’anno, da quello in cui la frenesia del quotidiano sembra fagocitare ogni istante a quello delle ferie estive, periodo forse privilegiato per riscoprire la necessità di fermarsi a riflettere sul senso profondo dell’esistenza.

«C’è bisogno di tempo per risistemare il proprio cuore», scrive Nervo nel volume edito dalla San Paolo in cui ripercorre la sua esperienza. Il sottotitolo del libro detta un programma operativo: cercare la pace dentro il rumore della città. «Un conto è stare in silenzio da solo, con l’intento di rilassarsi, un’altra cosa è stare in silenzio come modo per prepararsi a un incontro», spiega Nervo. «Vivere il silenzio nella preghiera vuol dire spostare il baricentro da se stessi e uscire, cioè tornare dentro di sé, come diceva sant’Agostino. E la preghiera diventa incontro diretto con Dio attraverso la Parola, la liturgia, l’adorazione, e poi un’eco, un riverbero che rimane con noi stessi nel mondo». Allora, insiste, «si vive la magia di fratel Carlo Carretto: sentiva che ogni cosa lo rimandava a Dio, la luce, il sole, il vento, gli odori, uno sguardo, perché tutto nasce da Lui. Stare davanti a Dio per stare meglio davanti agli uomini è la tensione che forse viveva anche santa Teresa di Calcutta quando, prima di uscire in missione, stava ore in adorazione e preghiera».

ASCOLTARE IL SILENZIO

In quest’ottica, ogni casa potrebbe trasformarsi in un eremo. Esemplifica Nervo: «Il silenzio e l’ascolto diventeranno il contesto in cui far crescere l’amore di Dio; nel quotidiano riscopriremo il piacere della convivialità; la tv lascerà spazio alla tavola imbandita e ai sorrisi e il cellulare agli sguardi e agli abbracci. Il silenzio non sarà più d’imbarazzo, ma carico di amore e di legami».

La prefazione al volume è firmata dalla giornalista e scrittrice Agnese Moro, figlia dello statista ucciso: «Il silenzio che sperimenta Juri», scrive, «è un silenzio che accoglie, che protegge, che invita. Che rassicura, e che promette. Capace di trasformare quegli ambienti di reclusione, e troppo spesso di ingiustizia, in un luogo di riposo e di pace; un eremo urbano. Un tipo di luogo di cui il nostro mondo disorientato ha così tanto bisogno».

Si possono ritagliare degli spazi di silenzio nelle giornate «scegliendo di togliere dalle nostre agende degli appuntamenti per sostare. La preghiera è ascolto e l’ascolto ha bisogno di tempo, non di orecchie ma di cuore. Viviamo un ritmo di vita superiore alle nostre possibilità, dalla ipercomunicazione alla “velocità” che ci circonda. In questo turbinio l’essere umano si perde, le ferite diventano voragini da riempire per trovare un senso. Invece si può arrivare a casa e spegnere il telefono, dedicando la propria presenza alla famiglia, ai figli o semplicemente a se stessi, e uscire con le persone care senza cellulare, strumento utile ma da usare consapevolmente», osserva Nervo.

Nel silenzio si assaporano sguardi e gesti: «Abbiamo bisogno di rimettere al primo posto le situazioni che ci fanno bene e nutrono, per camminare a piccoli passi verso una dimensione contemplativa della vita: svegliarsi mezz’ora prima per assaporare il Vangelo del giorno, ad esempio. Una mamma mi ha detto che si alzava presto per guardare dormire i propri figli: contemplare non è solo pregare, ma cogliere quelle situazioni, parole, suoni, odori che ci dicono qualcosa di questo amore più grande».

In questo percorso sono fondamentali le testimonianze di chi ci ha preceduto nella fede: «Santa Teresa di Lisieux, con la sua semplicità disarmante, diceva di addormentarsi durante la preghiera o arrabbiarsi con la consorella… I santi sono umani. Come san Francesco d’Assisi, che ha amato e si è lasciato amare: la contemplazione in cui era immerso dovrebbe parlare a tutti».

L’EREMO DEL SILENZIO IN UN LIBRO

  

L’eremo del silenzio. Cercare la pace dentro il rumore della città è il titolo del volume scritto a quattro mani da Juri Nervo, educatore e ricercatore sociale, insieme alla giornalista Ilaria Nava, con la prefazione di Agnese Moro (Edizioni San Paolo, pp. 160, euro 15,00). Nel libro vengono raccontate la genesi e l’esperienza dell’Eremo del silenzio, nato negli spazi dismessi e ristrutturati delle ex carceri torinesi “Le Nuove”, nel cuore del capoluogo piemontese.

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