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L'agenda "statalista" di Obama

13/02/2013  Nel discorso dello State of the Union il presidente americano mette i programmi federali al centro della sua ricetta anticrisi. Per i conservatori e’ un ritorno al “Big government” .

Barack Obama parla al Congresso per l'annuale rapporto sullo stato dell'Unione (Reuters).
Barack Obama parla al Congresso per l'annuale rapporto sullo stato dell'Unione (Reuters).

Dopo i toni del discorso inaugurale di tre settimane fa, erano (anzi eravamo) in molti ad aspettarci un discorso risoluto ed aggressivo, specie nei confronti della maggioranza Repubblicana alla Camera, da parte di un presidente ormai intenzionato – anche perché libero da immediate preoccupazioni elettorali – ad usare la sua riacquistata popolarità e i tanti poteri costituzionali in suo possesso, per portare avanti il suo programma di governo.

 

Invece, almeno nel linguaggio, Barack Obama si è rivolto al Congresso, riunito per l’annuale rapporto sullo Stato dell’Unione, in modo tutto sommato conciliante: dall’esordio con una citazione di John Kennedy che 51 anni fa nella stessa sede esortava i colleghi politici ad essere “partner per il progresso piuttosto che rivali per il potere”, fino alla chiusura con l’accorato appello almeno a discutere –  e a votare – le proposte di legge per limitare ai privati il possesso di armi di tipo militare e di munizioni in quantità da arsenale, aiutato in questo dalla presenza in aula di alcune vittime della violenza armata, (tra cui la deputata Gabi Gifford affetta tutt’oggi da gravi lesioni cerebrali provocate da uno squilibrato pistolero durante un comizio nel gennaio 2011).

 

Nei contenuti, tuttavia la “visione” tipicamente democratica del ruolo dello Stato come indispensabile volano e motore della ripresa economica è emersa con grande chiarezza, tanto che dalla parte destra della platea, in un'ora e un quarto circa di discorso, saranno arrivati sì e no una dozzina di applausi.

 

Ovviamente non si può non applaudire il presidente che ha scovato e ucciso Bin Laden  quando dice che ormai Al Qaeda è solo l’ombra di se stessa , o che riporterà a casa 34.000 soldati dall’Afghanistan entro l’anno, e tutti entro la fine del prossimo. In verità, una selva di scroscianti battimani bipartisan, Obama se l’è anche guadagnata annunciando un’imminente riforma dell’immigrazione, ormai considerata inderogabile da tutti, a prescindere dal colore politico.

 

Ma quando l’inquilino della Casa Bianca parla di politica economica, e lo fa per oltre metà dell’intero discorso, l’ala conservatrice piomba in un gelido silenzio. Indicative in questo senso le espressioni perplesse del repubblicano John Bohener, presidente della Camera seduto alle sue spalle, e quelle, al contrario entusiastiche del vice presidente, il democratico Joe Biden seduto di fianco.

 

Le idee - “stataliste” quanto basta per far evocare agli osservatori il ritorno del “big government” (lo stato “grosso”, onnipresente di cui Bill Clinton proprio qui nel 1996 annunciò in modo teatrale la fine) -  sono le stesse sciorinate da Obama in campagna elettorale: solo che adesso diventano quella che qui in gergo si chiama “laundry list” (lista della lavanderia), o “della spesa” diremmo noi. O meglio, in questo caso della spesa … pubblica, i tagli che - ha detto testualmente - sono una “pessima idea”.

 

Michelle Obama mentre si prepara ad ascoltare lo "State of the Union" del marito (Ansa).
Michelle Obama mentre si prepara ad ascoltare lo "State of the Union" del marito (Ansa).

Di fatto, gran parte del suo State of the Union è consistito in una lunga e dettagliata serie di misure e provvedimenti necessari, secondo Obama e gran parte del suo partito, a far uscire l'America dalla peggiore crisi economica della sua storia dal dopoguerra a oggi: dagli incentivi per centri di ricerca e sviluppo nelle ex zone industriali depresse, a un programma di investimenti per mantenere e rinnovare le infrastrutture, dagli sgravi fiscali per chi investe in energie rinnovabili agli aiuti federali per le università che tengono basse le rette via via fino agli interventi, sempre federali, per allentare la stretta creditizia delle banche sui privati fino all’innalzamento per legge in tutti gli Stati del salario minimo dai 7,25 dollari l'ora attuali a 9.  

Il tutto - e qui il discorso diventa come sempre meno dettagliato - finanziato, almeno in parte, dalla chiusura delle scappatoie fiscali per le corporation e l'aumento dell'aliquota per i più "fortunati". Il problema – o la fortuna a seconda dei punti di vista -  è che la Costituzione americana se da una parte concentra l'esecutivo nella figura di un uomo solo, dall'altra ne limita i poteri nella maniera più efficace possibile, cioè affidando i cordoni della borsa pubblica totalmente, o quasi, al Congresso, e quando quest'ultimo è controllato dal partito opposto il presidente ha insieme alla libertà di fare tutte le liste che vuole anche la consapevolezza che a depennarle, alla fine, non sarà soltanto lui.  

Presto, molto presto (il dibattito sul tetto del debito è previsto per il mese prossimo) quegli applausi si trasformeranno in voti. Solo allora si comincerà a capire se e quanto il discorso di ieri sia stato davvero convincente.  

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