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sabato 24 ottobre 2020
 
Doping e sospetti
 

L'atletica nella bufera e le responsabilità che nessuno si assume mai

03/12/2015  Se il doping di Stato contestato ai russi ha un che di scientifico, lo scandalo Whereabout che sta venendo al pettine, con la Procura antidoping che chiede il deferimento di 26 azzurri dell'atletica sa di papocchio all'italiana. Ma lo sport vive di regole e prima o poi bisogna che qualcuno decida di cambiare passo.

Il vaso di Pandora scoperchiato dall’indagine con nome in codice Olimpia della Procura della Repubblica di Bolzano – che sta insegnando al mondo come si indaga in fatto di doping guardando non solo dentro gli atleti ma anche attorno a loro - non smette di eruttare conseguenze, si spera salutari, ma devastanti sull’atletica mondiale.

Dalle carte di Bolzano è emerso lo scandalo del doping cosiddetto di Stato della Russia, da cui stanno ramificando altri scandali riguardo alla Iaaf e ai suoi sonni tranquilli troppo tranquilli per essere credibili, fino all’accusa di corruzione per l’ex presidente Lamine Diack e alla sospensione appena di pochi giorni fa dell’ex presidente della federatletica keniana, Isaiah Kiplagat e di un altro paio di dirigenti con l’accusa di essersi adoperati a coprire casi di doping.

 Al confronto di quei tornado, la bufera che sta travolgendo l’atletica italiana sembra una tempestina di piccola taglia, ma non è che sia mezzo gaudio, è una tristezza che non finisce più, se non altro per il fatto che mette ulteriormente in questione la credibilità dell’intero sistema antidoping dell’atletica italiana, già terremotata dal lavoro della Procura di Bolzano.  

La procura Antidoping della Nado Italia ha indagato 65 atleti,  chiede l’archiviazione per 39 e il deferimento per 26, ci sono un bel po' di nomi di vertice candidati alla partenza per Rio 2016, il meglio dell’atletica italiana, da Howe, a Donato, passando per Meucci: l’accusa è elusione di controllo antidoping. Per farla corta tutti e 65 avrebbero pasticciato con la reperibilità, in particolare con la compilazione del cosiddetto Wherebout,il documento, prima cartaceo e ora telematico,  che impone agli atleti di comunicare dove si trovino in modo da consentire di organizzare controlli antidoping a sorpresa. Dopo aver esaminato un milione di mail la Procura antidoping contesta ai 26 non la mancata comunicazione della reperibilità (violazione dell’articolo 2.4 del Codice  Wada dell’agenzia mondiale antidoping), ma l'elusione del controllo (articolo 2.3): significa che avrebbero omesso o sbagliato a compilare il documento con una tale frequenza da far presumere l'intenzione di sottrarsi controllo.

Sarà pur vero, anche il presidente del Coni minimizza, che l’elusione non prova la positività e che non si tratta di un’accusa di doping, ma è comunque una violazione che prevede due anni di squalifica, dato che la ratio della norma presume che chi scappa troppo spesso potrebbe avere cose da nascondere e che evidentemente la Procura ha ravvisato differenze tra i 39 archiviati e i 26 deferiti cui si aprono le porte del processo sportivo.

Può anche darsi che sia, come molti pensano, il solito papocchio all’italiana. Per il doping di Stato serve scientificità per questo pasticcio basta la faciloneria:
gente che non rispetta le regole perché chisseenefrega tanto non succede niente, perché così fan tutti, perché chi mai se ne accorge e poi comunque le sanzioni non arrivano mai e via seguitando con tutto il campionario da bar che sentiamo ripetere da tutti quelli che vengono perscati, a vari livelli, a non  fare le cose come andrebbero fatte e che mai incappano nella riprovazione sociale.     

E’ certo vero che gli atleti rappresentavano solo un anello della catena, e che chi doveva vigilare lo faceva blandamente o non lo faceva affatto, è possibile che il sistema nel passaggio dalla carta a digitale abbia aperto qualche falla. Ma c'è una voce fuori dal coro che meriterebbe di essere ascoltata, appartiene a Sara Simeoni, che, intervistata dal Corriere,  a proposito degli atleti che cadono sempre dal pero, si chiede: «Sempre alibi, giustificazioni. Prendono tutto alla leggera: ma quando crescono?».

Ecco appunto. E se proprio gli atleti restano per definizione ragazzi anche alle soglie dei 40 anni, dirigenti, allenatori, membri di comitati e federazioni, sono per definizione adulti, spesso pure brontosauri, pur agilissimi nel balzare di poltrona in poltrona: quand’è che fanno gli adulti e si prendono le proprie responsabilità? Vale anche per la Iaaf che ha da poco un nuovo presidente: se davvero ha svoltato è tempo di dimostrarlo.              

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