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Juliette Binoche, così una madre impara a sopportare la morte del figlio

05/09/2015  La grande attrice francese è protagonista del film non banale di Piero Messina: una donna accoglie in casa la fidanzata del figlio, che ancora non sa che lui non c'è più...

Un pezzo di legno sinuoso si eleva verso l’alto. Il Cristo appeso allo scandalo della vita è l’incipit verticale che apre il primo film italiano in concorso a Venezia. L’attesa, opera diretta dal giovane regista siciliano Piero Messina, accosta la fiducia indecifrabile nel Crocefisso all’incontinenza del dolore di Anna, una madre che ha appena perso il suo unico figlio. Il calvario dei giorni a venire prevede il dovere di annunciare alla fidanzata che Giuseppe non c’è più.

La giovane ragazza viaggia inconsapevole da Parigi verso le colline dell’Etna dove la densità interpretativa di Juliette Binoche saprà mettere in scena tutta la ferocia che l’avvio del lutto porta con sé. E’ lui, infatti, che tutti attendono come un salvatore dalle maglie soffocanti del dolore. Eppure il lutto andrà in scena soltanto quando tutti avranno avuto la loro parte di verità. Con coraggio Messina cerca, infatti, di narrare quella fase intermedia in cui chi rimane non è della vita ma non è ancora del suo lutto. Quella zona di nessuno in cui capita l’orrore di amministrare la confessione della morte improvvisa ad altri cari.

Lì dove l’osceno si deve affidare alle parole, Anna agisce il suo rapporto controverso, creativo e libero con il dolore. Ne fa un’arte di scena di una realtà che non c’è ma che si crede, finché non sentirà di avere le forze per dire la verità a Jeanne. Nel frattempo la tormenta e al contempo la salva facendole credere storie che fino a poco prima erano improbabili. La tensione autentica della regia e delle interpretazioni rende questo spettacolo non un’anarchia irrispettosa dei sentimenti altrui quanto piuttosto l’insindacabilità dei tempi altrui della resa all’assenza. Giorgio Colangeli, il custode della villa, proverà per questo più volte a rendere frenetico l’annuncio di Anna a Jeanne che non rinuncia ad ascoltare la sua debolezza.

Non ha la solidità per reggere il dolore di un’altra donna: la paura di arrecare a Jeanne un dolore insopportabile è così incontrollabile da darle il coraggio di inventare storie quasi profanando la sorte del figlio. La strategia di rinvio imposta dalla bravura della Binoche ha la cifra dell’assurdo che solo un dolore non accettabile come la morte di un figlio può scatenare. Il desiderio più nascosto di Anna è salvare Jeanne dal suo dolore e nel mentre salva lei salva anche se stessa come madre. La vitalità di Jeanne cambia il ritmo della casa in cui arriva e anche del film offrendo la possibilità ad Anna di respirare profondamente e di vivere l’ambiguità dei suoi sentimenti.

Lavorando sul potere dell’immaginazione, una madre trova la strada per resistere alla morte del figlio. Ci vuole l’audacia del credere per riuscirci, la stessa che Messina individua nelle persone che si commuovono di fronte alle processioni del paese in occasione della Pasqua. Sono ricordi dell’infanzia che il regista porta in scena con lo sguardo di Anna e con un sonoro che rimanda al cinema di Paolo Sorrentino con cui Messina ha collaborato.

Un’opera prima di finzione che per il suo stile non accontenta tutti ma che di certo non risulta trascurabile per la sua caparbietà nell’affrontare trame dove le lacrime non fanno piangere, grazie a dio, ma aiutano a stare addosso alla sofferenza soffocante dei personaggi. Con la consapevolezza che mentre frequentano un rito, la Madonna che viene svelata nella processione, dentro di loro se ne compiono altrettanti di incommensurabile valore. Lì sacro e profano, nell’atmosfera pop che l’autore infonde, sembrano soltanto sfiorarsi o addirittura di rischiare lo sfasamento. E’ la distanza generativa che rimane dalla visione de L’attesa nelle sale italiane dal 17 settembre distribuito da Medusa.

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Juliette Binoche madre coraggio nel film italiano "L'attesa"
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