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venerdì 18 ottobre 2019
 
Gianna Beretta Molla
 

Gianna Beretta Molla, il sacrificio della mamma santa

28/04/2019  Alla quarta gravidanza, dopo aver scoperto un fibroma all’utero, preferì morire per non sopprimere la vita della quarta figlia. Che oggi fa il medico cura gli anziani. Come faceva la madre. Gianna Beretta Molla di Magenta (Milano) morì il 28 aprile del 1962, nel 2004 fu canonizzata da Giovanni Paolo II

Era il 1962 quando il 28 aprile Gianna Beretta Molla morì dopo aver scelto di non farsi curare per un tumore per timore di arrecare danno al quarto figlio che aspettava. Papa Giovanni Paolo II la canonizzò nel 2004, ma , se si potesse riavvolgere il film della Storia e delle storie, quanto ci piace­rebbe  spiare la mamma, non ancora san­ta, mentre cammina nella notte per ad­dormentare un neonato urlante, men­tre si china su un pavimento cosparso di giocattoli, oppure mentre si butta a capofitto lungo una ripida pista di sci (perché no?).

Quanto ci piacerebbe osservare Gianna Beretta Molla, la prima madre dei no­stri tempi a essere proclamata santa, fil­trando il suo eroismo e il suo gesto di estremo sacrificio - dare la propria vita per quella della figlia che doveva ancora nascere - attraverso la tanto citata “nor­malità” che hanno descritto così bene i suoi biografi e, ancor prima di loro, le persone che le sono vissute vicino, a cominciare dal marito. «Non mi sono mai reso conto di vivere vicino a una santa», ci raccontò più volte Pietro Molla, che po­co dopo la scomparsa della moglie aveva at­traversato anche il dolore della morte di una figlia. «Mia moglie aveva una fidu­cia veramente infinita nella Provviden­za. Era una donna piena di gioia di vive­re. Felice. Amava la sua famiglia e la sua professione di medico. La sua casa. La musica. Il teatro. La montagna. I fiori».

Del resto, basta leggere le lettere al marito pubblicate dalle edizioni Paoline, «una testimonianza preziosa di spiri­tualità coniugale e familiare, un autenti­co cammino di santità», come le  defi­nì nella prefazione il cardinale Carlo Maria Martini, per incontrare nel con­tempo una donna "vera", innamorata e appassionata della propria famiglia.

A Giuliana Pelucchi, autrice della toc­cante biografia pubblicata sempre dalle Paoline, il marito  raccontò: «Amava tut­te le cose belle che Dio ci ha donato. Mi è sempre sembrata una donna del tutto normale, ma, come mi disse monsignor Carlo Colombo, la santità non è fatta so­lo da segni straordinari. È fatta soprat­tutto dell'adesione, quotidiana, ai dise­gni imperscrutabili di Dio».

Ecco. È proprio a quella quotidianità che varrebbe la pena d'indirizzare la mente, a quali giorni e quali ore avrà attraversato guardando il marito e i suoi tre piccolissimi bambini, il più grande di poco più di cinque anni, nella speranza di riuscire a salvare la vita del­la piccola in grembo, e la propria.

Per salvare sè stessa, il passo obbli­gatorio sarebbe stato eliminare la pri­ma, messa a termine da un intervento che avrebbe potuto eliminare il fibro­ma, messosi a crescere di pari passo alla gravidanza. Ma, come hanno ricordato altre donne negli anni a seguire, una mamma si piega ad abbracciare il più in­difeso dei figli. L'intervento non ci fu e Gianna Beretta Molla morì. Pochi gior­ni prima aveva ribadito al marito e ai medici: «Se dovete decidere tra me e il bambino, scegliete il bambino».

Sbaglierebbe molto chi pensasse a un gesto momentaneo o inconsulto. A un atto di coraggio improvviso e forse immotivato. «Per lei»,  continuava a ripe­tere il marito, «è stata la naturale conseguenza di tutta una vita».

Vita fatta di una fede vissuta, dell'im­pegno nell'Azione cattolica, delle lun­ghe ore vicino ai propri pazienti, molti dei quali anziani, nonostante la specializzazione in pediatria. Vita, che ancor prima, ha messo radici in una grande fa­miglia con molti figli e tante vocazioni religiose (come quelle dei tre fratelli).

Ed è forse proprio questo che di Gianna Beretta Molla interroga di più le co­scienze, anche di coloro che se ne sento­no in qualche modo infastiditi. Il che non meraviglia in una società che ogni giorno allude ai “grandi passi avanti” di una diagnostica prenatale che si vanta di mettere al riparo da qualsiasi proble­ma del futuro bambino, come se fermar­ne la vita fosse una cura.

Forse bisognerebbe contemplarne in silenzio il ricordo. Come indirettamen­te ci insegna a fare la sua più viva testi­mone, quella figlia Gianna Emanuela, che, guarda caso, è diventata medico ge­riatra. Schiva e restia a qualunque "usci­ta", ha scritto: «Sento in me la forza e il coraggio di vivere, sento che la vita mi sorride e desidero essere per lei motivo di orgoglio, dedicando la mia vita alla cura degli anziani, i suoi malati predilet­ti. Credo che ne sarà felice».

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