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martedì 26 maggio 2020
 
 

Quando l'impresa diventa bene comune: Safiria Leccese lo racconta in 10 storie

01/04/2020  Dalla filosofia Ferrero alla fiaba di Thun: storie di aziende "con l'anima" per capire come insieme con i prodotti si valorizzano le persone

Safiria Leccese è uno dei volti più conosciuti dei tg Mediaset. Giornalista professionista dal 1999, ha collaborato con varie testate, tra cui  Repubblica e  Il Tempo. Dal 1997 è a Mediaset come giornalista parlamentare, inviata e conduttrice di Studio Aperto, Tg4 e Tgcom 24. Ha condotto con grande successo il programma record di ascolti di Rete 4 La strada dei miracoli. Ma oltre che giornalista Tv Safira è anche un’apprezzata saggista e scrittrice: per l'editore Piemme ha pubblicato La strada dei miracoli. L’ultima sua fatica editoriale si intitola La ricchezza del bene. Storie di imprenditori fra anima e business, in uscita per Edizioni Terra Santa (anche in formato e-book, più che mai prezioso vista l'impossibilità di accedere alle librerie in tepi di Coronavirus).

 Scrive l’Autrice nell’introduzione: «Come mai è così difficile raccontare le cose belle? E ancor più quelle che profumano di buono? Da un po’ _di tempo, nella mia mente di giornalista, girava questo pensiero. Forse – rimuginavo – perché, da che mondo è mondo, il bene non fa notizia. Forse perché, nel nostro modo di pensare, nella mentalità in cui siamo immersi, quando pronunciamo la parola “bene” _pensiamo subito a moralismo, retorica, buonismo. Quando si dice “bene” o “bene comune” è difficile che venga in mente la bellezza. Con questa domanda, che mi ha fatto compagnia per un po’ di tempo, me ne sono andata in giro per il mondo, conoscendo, osservando, incontrando, lavorando... vivendo insomma. Per molto tempo non ho messo nulla in cantiere. Anzi, ho schivato anche un bel po’ di occasioni. Poi, un giorno, m’imbatto nella serata intitolata “Premio agli imprenditori del Bene Comune”, che si tiene ogni anno nei giorni del Festival della Dottrina sociale della Chiesa. M’invitano a condurre la serata di consegna dei premi, e accetto. L’anno successivo mi rinvitano, e accetto di nuovo. Studiando queste storie, ho letto di imprenditori che hanno fatto dell’azienda una famiglia, che sono stati capaci di fare del bene non solo ai propri dipendenti, ma anche a un territorio, talvolta anche in Paesi lontani. E allora, agli organizzatori del Premio ho buttato lì: “Avete un patrimonio di ‘storie di carne’, esempi di un’imprenditoria bella, che fa profitti importanti e che tuttavia non sono mai realizzati calpestando le persone ma, anzi, valorizzandole. Potreste raccontarle”.

Quello è stato lo spunto. La proposta ha raccolto entusiasmo e ha generato una controproposta: “Se ne potrebbe fare un libro”. Ed eccoci qui». Si susseguono nel testo più personaggi e le loro azioni, basta scorrere l’indice: i Fratelli Campagnolo e i presidi ospedalieri in Guinea, Zambia e Uganda; la filosofia Ferrero; le pompe idrauliche di Silvano Pedrollo e le imprese solidali nei Paesi in via di sviluppo; la dignità del lavoro nell’azienda meccanica di alta precisioni BB s.p.a. di Marco Bartoletti; dal Fernet-Branca a una delle più grandi holding di liquori del mondo, con una attenzione speciale per le persone; in terra di Sicilia la straordinaria caparbietà dell’azienda La Mediterranea votata a irradiare bellezza; la scalata di Ennio Doris e la Fondazione Mediolanum per l’infanzia; la fiaba di Thun e la magia dell’argilla nei reparti di oncologia pediatrica; l’ospedale di alta specializzazione Fondazione Stella Maris – _IRCCS per la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza; un giovane ricco in cammino verso la santità, la ricchezza del Bene secondo il giovane Carlo Acutis. Scrive l’Autrice: «Non sono aziende, sono vite impastate in un’avventura imprenditoriale che dal nulla ha preso il via grazie a un’intuizione, seguita da una passione, messa a frutto da un talento. Sono avventure di coraggio che hanno trasformato la vita di migliaia di persone, e direi anche di fette di mondo. L’augurio a chi leggerà queste pagine è che possano essere un forte antidoto a quel pensiero sotterraneo, duro a morire, che l’anima non può andare d’accordo con “i soldi”».

 

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