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domenica 25 ottobre 2020
 
 

Cibo, la fame di terre crea fame

05/10/2012  Si chiama "landgrabbing": è l’acquisto massiccio di enormi pezzi di territorio a scopo speculativo o per esportazione. Ma così si affamano i Paesi poveri. Oxfam lancia una campagna.

Un piccolo coltivatore tanzaniano (Foto Oxfam).
Un piccolo coltivatore tanzaniano (Foto Oxfam).

La terra venduta in tutto il mondo negli ultimi dieci anni – pari a un’area grande quasi 7 volte l’Italia – basterebbe a coltivare cibo per il miliardo di esseri umani che oggi soffre la fame. Si tratta ormai di un fenomeno di grandi proporzioni: si copra terra, tanta terra, enormi pezzi di territorio a scopo speculativo, oppure per produzioni finalizzate all’esportazione.

     Il problema è che questo genere di acquisto si fa soprattutto nei Paesi del Sud del mondo e nei Paesi poveri, dove i terreni costano poco e dove talvolta è più facile ottenere condizioni stracciate anche attraverso la corruzione.

     Lo denuncia l’Organizzazione non governativa internazionale Oxfam, che pubblica un corposo Rapporto sul fenomeno del landgrabbing intitolato “Chi ci prende la terra, ci prende la vita”, e lancia da oggi, 4 ottobre, anche una petizione che si può sottoscrivere on line (dal sito www.oxfamitalia.org), per chiedere alla Banca Mondiale di sospendere i suoi investimenti e proteggere i poveri da questa corsa alle speculazioni sulle aree coltivabili.


    
«La corsa globale alla terra sta affamando un miliardo di persone
», esordisce l’appello dell’Ong. «Tra il 2000 e il 2010 oltre il 60 per cento degli investimenti internazionali in terreni agricoli sono avvenuti in Paesi in via di sviluppo che hanno gravi problemi di fame. Eppure, nonostante questo, i due terzi degli investitori prevedono di esportare tutto quello che su queste terre viene e verrà prodotto.

     Quasi il 60 per cento di questa terra inoltre è destinata a colture utilizzabili per i biocarburanti. Oxfam, a questo proposito, ha da tempo avviato la campagna “Coltiva-Il cibo, la vita, il pianeta” con l’obiettivo di porre fine al fenomeno del land grabbing e sostenere maggiori investimenti a favore dei piccoli agricoltori.

     «La recente corsa alla terra», scrive ancora l’Ong internazionale, «è selvaggia e senza precedenti. I più poveri continuano a essere sfrattati, spesso con la violenza, perdendo le loro case e l’accesso alla terra che è la loro fonte di cibo e guadagno, senza essere consultati né risarciti».

Deforestazione in Indonesia (Foto Oxfam).
Deforestazione in Indonesia (Foto Oxfam).

I dati forniti sono impressionanti. Attualmente il ritmo di acquisto di aree coltivabili è tale che nei Paesi più poveri ogni 4 giorni un’area di terra più grande dell’intera città di Roma viene venduta ad investitori stranieri.

     Secondo la Coalizione Internazionale della Terra (International Land Coalition), tra il 2000 e il 2010 investitori stranieri hanno acquisito a livello globale 203 milioni di ettari di terreno, 106 dei quali in Paesi in via di sviluppo.

     In Liberia, ad esempio, in soli cinque anni il 30 per cento del Paese è stato inghiottito dalle acquisizioni di terra. Oxfam calcola che gli affari legati alla terra siano triplicati durante la crisi dei prezzi alimentari nel 2008 e nel 2009, perché la terra è considerata un investimento sempre più redditizio.

     «Con i prezzi alimentari mondiali a livelli record», conclude l’Ong, «è necessaria un’azione urgente per fermare la minaccia di una nuova ondata di land grabbing. La petizione è stata rivolta alla Banca Mondiale anche perché  gli investimenti dell’organismo finanziario in questa direzione sono aumentati del 200 per cento negli ultimi 10 anni.

     Dal 2008 in poi sono stati presentati 21 reclami per violazione dei diritti sulla terra da parte delle comunità interessate dai progetti della stessa Banca Mondiale.

     «Una selvaggia corsa globale alla terra», dice Elisa Bacciotti, responsabile della campagna Coltiva, «espone oggi molte comunità locali alla fame, alla violenza e alla minaccia di una povertà crescente ed estrema. Se succedesse nel nostro Paese, grideremmo allo scandalo. La Banca Mondiale, che è un investitore diretto, ma anche un consulente per i Paesi in via di sviluppo in merito alle acquisizioni di terre, ha la responsabilità di evitare che l’accaparramento di terra diventi uno dei grandi scandali del XXI secolo. Sospendendo temporaneamente i propri investimenti nel settore e rivedendo le proprie pratiche, la Banca Mondiale può diventare un esempio per tutti gli investitori e i governi e incoraggiarli a favorire realmente lo sviluppo delle comunità più povere».

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