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martedì 07 aprile 2020
 
Colloqui col Padre
 

La fede e la devozione di una società sempre meno cristiana

28/12/2018  Un lettore ci scrive: «Vedendo quanta gente partecipa a feste patronali e parrocchiali, processioni, pellegrinaggi... si ha l’impressione che la maggioranza della popolazione sia cristiana convinta. Poi, però, nella vita di tutti i giorni i valori cristiani non emergono nel comportamento delle persone». La risposta del nostro direttore, don Antonio Rizzolo.

Qualche tempo fa ho letto questa frase scritta in evidenza sulla copertina di un libro: «Occorre meno devozione e più fede». Ero rimasto perplesso, per me devozione e fede erano la stessa cosa e non ci pensai più. La frase, però, mi è poi ritornata in mente in diverse occasioni, anche ultimamente, vedendo quanta gente partecipa alle varie manifestazioni di devozione: feste patronali e parrocchiali, processioni, pellegrinaggi ai santuari e altre forme devozionali. Vedendo questo si ha l’impressione che la maggioranza della popolazione sia cristiana convinta.

D’altra parte, però, osservando la realtà della vita quotidiana si vede una società non proprio ispirata ai valori cristiani, ma purtroppo impastata di aggressività, di ingiustizie, di corruzione, di linguaggi scurrili, con l’erosione delle famiglie e la crescita della povertà che sembrano inarrestabili. È difficile affermare che questa nostra società si basa sui principi cristiani. E allora viene spontaneo chiedersi: ma dove sono i molti devoti? Forse può avere senso la frase «occorre meno devozione e più fede»?

ANTONIO NEGRINI - Como

Caro Antonio, grazie per la tua lettera, che apre la strada a riflessioni interessanti e attuali. Il tema del rapporto tra fede e devozione è ampio e non si può esaurire in poche righe. Quindi mi limiterò a qualche breve cenno.

Partirei, innanzi tutto, dal significato delle parole, per poterci intendere meglio. Devozione deriva dal latino e significa “voto, sacrificio, offerta”, ma anche “dedizione, sottomissione”. È una delle conseguenze della fede, la quale, nella sua essenza, indica il fidarsi e l’affidarsi a Dio e quindi anche il credere in quello che egli ci ha rivelato, nelle cosiddette verità di fede. Il termine religione, infine, indica sia il legame dei fedeli con Dio, sia l’insieme di pratiche, riti, dogmi, precetti attraverso i quali questo legame si manifesta.

Riguardo alla fede, c’è una spiegazione molto bella del suo significato nella prima enciclica di papa Francesco, Lumen fidei, parzialmente scritta da Benedetto XVI. Il testo mette in rilievo la caratteristica di luce propria della fede. Essa, infatti, è «capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo». Ma perché una luce sia così potente, spiega il Papa, «non può procedere da noi stessi, deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio. La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita». E così conclude Francesco: «Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro».

Un’altra breve nota va spesa sulle pratiche devozionali, come le varie forme di preghiera, di offerta anche materiale, le processioni, i pellegrinaggi. Sono appunto l’espressione della devozione, cioè della dedizione, dell’amore per la Vergine Maria, i santi e, in definitiva, per Dio stesso. Sono forme autentiche quando vengono dal cuore e si trasformano in vita secondo il Vangelo. A volte può succedere, invece, che rimangano solo gesti esteriori, o addirittura che assumano una dimensione “magica”: come se una certa pratica “costringesse” Dio a fare quello che noi vogliamo.

Il problema che tu evidenzi, caro Antonio, è lo scollamento tra i principi cristiani, la partecipazione di tanti alle varie forme di devozione e una società «impastata di aggressività, di ingiustizie, di corruzione, di linguaggi scurrili». Insomma, nonostante molti si definiscano cristiani, affermino di avere fede in Dio e nel suo Figlio Gesù Cristo, compiano molti atti devozionali, la loro vita concreta non sembra corrispondere con la fede che professano e con le pratiche che mettono in atto. Non dobbiamo generalizzare, ma c’è davvero il rischio di confondere gli atti religiosi o devozionali, la stessa adesione alle verità rivelate e che la Chiesa ci insegna, con la fede autentica. Che nella sua essenza è fidarsi di Dio e che non può che manifestarsi nell’amore. In una vita piena d’amore verso tutti, specialmente i più poveri e bisognosi. Ecco quanto scrive san Giacomo in proposito: «Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo» (1,27). E subito prima faceva anche riferimento all’uso delle parole: «Se qualcuno ritiene di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana» (1,26). È ancora san Giacomo a scrivere che se la fede non è seguita dalle opere, cioè dall’amore verso gli altri, specialmente i poveri, è in sé stessa morta (vedi 2,17).

D’altra parte, in tutte le sue lettere san Paolo mostra come la fede abbia come conseguenza una vita piena d’amore. Basta leggere la seconda parte di ogni suo scritto, quella cosiddetta esortativa. Così, a esempio, scrive ai Romani nel capitolo 12: «Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera. Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità». E ancora: «Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto... Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini.... Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene».

In conclusione, la frase «meno devozione e più fede» non mi convince molto. Certamente abbiamo bisogno di crescere nella fede, di lasciarci illuminare dalla sua luce per camminare nell’amore. Amore verso Dio che si manifesta nell’amare i fratelli. Allora anche le pratiche religiose e gli atti devozionali acquistano un senso e un valore. Altrimenti sono solo esteriorità, apparenza, ipocrisia. Gesù ha spesso denunciato con forza questi atteggiamenti. Mi limito a una sola delle sue invettive: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà» (Matteo 23,23). Mettiamo invece in pratica l’unica cosa che il Signore davvero ci chiede: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Giovanni 15,17).

D.R.

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