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domenica 08 dicembre 2019
 
 

Dossier: droga e riabilitazione

24/06/2011  Il 26 giugno, istituita dall'Onu, si celebra "La giornata contro l'abuso di droga e il traffico illecito". Ecco gli ultimi dati.

Ha in media 34 anni, è prevalentemente maschio (75%), spesso ha conseguito un titolo di studio superiore (44%) e ha la possibilità di lavorare grazie alle cure effettuate (49%). Questo l'identikit del paziente oggi in cura presso i SerT (Servizi per le tossicodipendenze) che emerge dalla ricerca  Gfk Eurisko-Federserd (Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze): uno studio che ha coinvolto 100 medici responsabili dei Sert italiani e 378 pazienti tossicodipendenti in trattamento con terapia agonista per dipendenza da oppiacei, eroina in particolare. «Si tratta di persone "normali" - ha commentato Stefania Fregosi, direttore ricerche quantitative del dipartimento Heathcare Gfk Eurisko- capaci di crearsi una rete sociale e familiare». Circa il 76% vive infatti in famiglia o con amici e il 26% ha almeno un figlio.  

I SerT, distribuiti lungo l'intero Stivale, sono 540 e all'interno di essi lavorano medici, psicologi, assistenti sociali, educatori, infermieri, sociologi, in collaborazione continua con le comunità terapeutiche  e le agenzie sociali dei territori. Nella Giornata internazionale contro l'abuso di droga e il traffico illecito, istituita dall'Onu con la risoluzione 42/112 del 7 dicembre 1987 e fissata per il 26 di giugno, il messaggio che arriva dal nostro Paese è all'insegna della lotta contro lo stigma e l'emarginazione. Dall'indagine emerge come nel 96% dei casi sia lo stesso paziente a decidere di iniziare la terapia sostitutiva degli oppiacei, in primo luogo perché preoccupato della propria salute, nel 53% dei casi perché prevale il desiderio di normalità, la voglia di cambiare il giro delle amicizie, di prendersi più cura della propria famiglia, di lavorare di nuovo, di tornare ad avere una vita normale.

La terapia sostitutiva prevalente è il metadone (67% dei casi), lo strumento per il reinserimento sociale, premio di fiducia che aiuta alla responsabilizzazione, è l'affido del farmaco: dallo studio emerge che lo riceve il 71%, di cui il 19% soltanto nei weekend e in vacanza, mentre il 52% più spesso. Nonostante appaiano casi di diversione (il 27% dei pazienti dichiara di aver venduto o regalato il farmaco sostitutivo) o di misuso (15%), cioè di uso improprio del farmaco attraverso inalazione o iniezione, è elevata presso i pazienti la soddisfazione per la terapia: l'80% si dichiara molto o piuttosto soddisfatto per il farmaco che prende, per il 47% la terapia riduce o fa cessare il consumo illegale di droghe, per il 29% aiuta alla risocializzazione.  

Fondamentale il sostegno psicologico che viene offerto loro: il 72% del campione sta ricevendo terapia psicologica o counselling sociale, oltre la metà dichiara di aver ricevuto aiuto ad essere più motivato a rispettare la tabella di marcia; oltre uno su tre sostiene che senza questo tipo di supporto non  sarebbe riuscito a rimanere nel programma così a lungo. Ma anche la metà delle persone che non riceve alcuna terapia psicologica percepisce questa come molto o piuttosto utile. E se alla fine si chiede ai pazienti come si consideri il proprio stato di salute, sia fisico sia mentale, la risposta è "buono o piuttosto buono"  nel 61% dei casi.  

Qual è invece l'identikit del medico italiano impegnato quotidianamente nella lotta contro la droga?

Maschio il 70%, età media 54 anni, circa 24 di esperienza alle spalle. Se si domanda ai camici bianchi quali siano gli ostacoli che possono impedire a un paziente il ricorso alla terapia agonistica, oltre la metà dà la colpa allo stigma sociale, il 41% alla mancanza di risorse. Nel dettaglio si parla di: scarsa disponibilità e presenza di medici nel luogo in cui risiedono i pazienti, liste d'attesa per accedere al programma terapeutico, mancanza di disponibilità di un servizio psico-sociale.

Se poi si indaga sulle differenze regionali, la percezione dei medici, che nasce dall'osservazione diretta, parla con i numeri: è il 60%  a ritenere che nella qualità della cura e nell'assistenza al paziente le differenze tra regione e regione ci siano. Favorevoli alla terapia psico-sociale (il 96% ritiene che ci sia almeno un vantaggio legato a essa), il 57% è convinto che questa aiuti la terapia agonista. Preoccupata per il misuso (80%), e per la diversione (problema serio per il 59%), la maggior parte cerca di indagarne le cause (75%), di dialogare col paziente. Infine, è consapevole degli effetti sociali positivi che il lavorare bene produce: 180 mila i pazienti curati nel 2010 dai SerT, 34 milioni le giornate libere da droga prodotte.  

«Il 32% dei tossicodipendenti in cura presso i SerT è convivente o coniugato, il 26% dei pazienti ha almeno un figlio: sono dati interessanti perché le percentuali non sono tanto dissimili da quelle relative ai ragazzi e alle ragazze di 30-32 anni che non hanno questi problemi». Alfio Lucchini, direttore del dipartimento delle dipendenze presso la Asl Milano 2 e presidente nazionale Federserd, la Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze, commenta così i dati emersi dalla ricerca Gfk Eurisko-Federserd condotta su 100 medici responsabili dei Sert italiani e 378 pazienti in trattamento con terapia agonista per dipendenza da oppiacei. «Ovviamente - aggiunge- c'è un'attenzione particolare da parte degli operatori su questo fenomeno: è necessario conoscere e capire bene, contattare i familiari e i minori per vedere le reali condizioni di vita.

Le cose funzionano se i farmaci vengono usati in modo corretto, se c'è un inserimento socio-relazionale e lavorativo buono, ma la tossicodipendenza da oppiacei presenta dei cicli, le ricadute sono sempre possibili. Pur dando l'idea di normalità culturale dobbiamo avere un'attenzione particolare nei confronti di queste famiglie». E, dati alla mano, il 23% dei pazienti dichiara di assumere sostanze illegali oltre o al posto del farmaco sostitutivo 1-2 volte al mese; il 7% e il 6% una o più volte a settimana, il 4% quotidianamente. 

Con una visione clinica emergono due principali casistiche, particolaremnte a rischio: «Quando entrambi i genitori sono tossicodipendenti. In questi casi possono nascere dei problemi suppletivi, perché in primo luogo è più difficile che entrambi stiano bene. Ci possono essere ripercussioni sui bambini e allora si potrebbe procedere a una segnalazione. In coppia sono le ragazze a essere trascinate verso la droga dai partner, ma quando si hanno problemi di questo tipo essere in due non aiuta, anzi fa l'effetto contrario». La seconda situazione riguarda «i casi di comorbilità psichiatrica che inducono a una particolare osservazione».  

L'età media di chi fa uso di sostanze è di 34 anni, ma il 34% ne ha meno di 29. Quando si inizia, e con che cosa? «I dati della ricerca presentata lo dicono chiaramente: in media i pazienti oggi in cura hanno cominciato ad assumere le droghe a 14 anni, il tabacco. A 15 anni sono passati alla canapa, a 16 all'alcol, a 18 alle anfetamine e all'LSD, a 19 all'eroina e all'ecstasy, a 20 alla cocaina e agli psicofarmaci».

La prevenzione? «Molto si sta già facendo, soprattutto in alcune regioni. Occorre implementare le campagne che riguardano tutte le sostanze, tabacco a alcol in primis, legali, che aprono le porte verso le altre, illegali. Ma negare a oltranza è controproducente: in preadolescena e adolescenza la sperimentazione fa parte dell'età, occorre stare vicini ai giovani, far capire loro le cose e parlare». Che cosa la preoccupa di più riguardo ai rischi che corrono i ragazzi? «L'alcol, l'idea di ricreazione che dà, di unguento, che fa apparire il mondo un po' ovattato: tutto sembra più facile, ma non è così. L'happy hour si può fare anche a base di analcolici».    

«Curare bene i tossicodipendenti produce straordinari effetti sociali: gli oltre 34 milioni di giorni liberi da droghe in un anno che emergono dai dati del rapporto Eurisko-Federserd, equivalgono a più di 1 miliardo e 700 milioni di euro sottratti ogni anno alla criminalità organizzata. Quindi: meno furti, rapine, prostituzione, meno spese per carceri e tribunali». Piero Fausto D'Egidio, direttore del SerT di Pescara e segretario esecutivo nazionale Federserd, fa i conti con entusiasmo.

Lavora al centro dello Stivale, ma ha una visione d'insieme che guarda anche all'estero: «Quattro anni fa sono stato in visita al Nida (National institute on drug abuse) negli Stati Uniti: si parlava di una struttura cerebrale profonda, quella che viene sollecitata da tutte le droghe e crea dipendenza. Si avanzava l'ipotesi teorica che il tabacco lì agisse con una forza diversa, speciale e maggiore delle alte. Uno studio epidemiologico condotto dal Cnr di Pisa e lì presentato confermava il dato teorico». Il tabacco è perciò una droga a tutti gli effetti, così come l'alcol. «Ma sono entrambe legali. L'eroina uccide 600 persone all'anno, il tabacco 90 mila. Il governo dovrebbe fare cose molto semplici: perché non vietare la vendita di superalcolici in autostrada? perché non far scrivere sulle bottiglie "Se bevi non guidare"? Ciò produrrebbe molti risultati».  

Poi, dati alla mano, si parla di personale: «Si rileva dalle indagini l'importanza del sostegno psicologico, ma mancano le risorse: da me ci sono 3 psicologi, e il SerT ha in carico più di 600 pazienti. Anche il Nida dice che per ogni euro investito in terapia o prevenzione, lo Stato ne guadagna 4. Ci sono temi come la lotta contro la droga, di drammatica sofferenza, che richiedono sinergia politica tra Stato e Regioni: questo non è un terreno su cui si producono i voti, l'orientamento deve essere comune».  

E infine si arriva alle persone, alla vita quotidiana che si imprime nella mente, al di là del camice. «Sono fortunato a fare questo lavoro. Ne ho viste tante: ricordo una ragazza di 19 anni, tossicodipendente, che voleva fare la vita da barbone. Abitava alla stazione di Pescara, facendo la colletta guadagnava 100 euro al giorno che usava per comprare la droga per sé e per il suo compagno di strada. Ricordo come lei aspettasse con desiderio il 26 dicembre, quando avrebbe potuto mangiare bene alla mensa per i poveri: mentre lo raccontava, lì a fianco c'era sua madre che le avrebbe potuto donare qualsiasi cosa, qualsiasi cibo, le avrebbe potuto offrire l'intera casa».

 Che cosa deve fare un genitore? «Farsi aiutare, non nascondere la testa sotto la sabbia o evitare di non uscire di casa per la vergogna». Se ne viene fuori? «Non è sicuro, ma questa è la strada migliore da poter percorrere». Com'è finita con la ragazza? «C'è voluto molto per far maturare in lei il desiderio di cambiare, ma dopo un anno e mezzo è diventata un'altra persona, abbiamo rispettato i suoi tempi. La madre, poco tempo dopo, mi ha regalato un libro con una dedica». Lo prende, legge e fatica: «Un semplice pensiero per lei, che nutre con le sue parole chi le sta accanto. Grazie». La voce si ferma un attimo: «Sono queste le soddisfazioni, noi che facciamo questo lavoro campiamo di queste cose».

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