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mercoledì 21 ottobre 2020
 
Diaconato permanente
 
Credere

La nostra parrocchia formato famiglia

23/01/2020  Cosa cambia quando la comunità parrocchiale è affidata a un diacono permanente e alla sua famiglia? Andrea Sartori, 50 anni, lo racconta a Credere, insieme alla moglie Laura e ai loro quattro figli. Un modello nuovo che sta suscitando interesse e curiosità. Qui sopra: Andrea Sartori con la moglie Laura Posani (foto di Stefano Dal Pozzolo / Contrasto)

Sono un esperimento. Non esistono per il Codice di diritto canonico. «Vediamo dove ci porta la Parola di Dio», disse il vicario di Roma, il cardinale Angelo de Donatis, quando, nel settembre del 2018, affidò al diacono Andrea Sartori e alla sua famiglia la cura della parrocchia di San Stanislao a Cinecittà. «Ho una lettera di missione», dice Andrea, «e tre mandati: fare comunione con i parroci della zona, non avere fretta e privilegiare l’ascolto delle persone».

“L’esperimento” comprende gli occhi vispi e il nasino lentigginoso di Elisabetta, 12 anni; l’imperturbabilità di Matteo, 18 anni, t-shirt a mezze maniche e pantaloncini anche a temperature glaciali; la capacità di fare gruppo e socializzare di Simone, 19 anni, instancabile corista; e la determinazione di Francesco, 21 anni, al terzo anno di Psicologia.

Basta bussare alla porta della parrocchia tra i palazzi popolari nella zona conosciuta come “piscine di Torrespaccata”, esattamente di fronte all’ufficio di collocamento, per percepire la quotidiana straordinarietà di questo esperimento: Elisabetta apre la porta e a fare da guida è Laura Posani, la mamma: con alcuni volontari stanno sistemando i viveri destinati ai bisognosi della parrocchia. «Questo è il fondo finanziato dall’Unione Europea, poi al piano di sopra abbiamo altri alimenti per chi non ha diritto ma è lo stesso nel bisogno. Insomma, si soccorre al di là della burocrazia», dice Laura, che coordina questo ambito della carità.

Negli ampi locali, dove al secondo piano c’è l’appartamento per la famiglia, ci sono spazi per le riunioni di catechesi, per i gruppi di volontariato che organizzano mostre di lavori artigianali — dalle marmellate alle ceramiche ai pizzi —, e sostengono le attività caritative. Iniziative che andavano avanti da anni, e che oggi, «con l’arrivo di una famiglia, ci fanno sentire più a casa», dicono Paola Trolli e Marisa Cicconi, storiche componenti de “Gli accroccati”, la compagnia teatrale amatoriale che si esibisce nel salone parrocchiale. «So che mi capisci» è d’altra parte l’espressione più frequente che papà e mamme rivolgono al diacono quando confidano difficoltà familiari di varia natura.

La parrocchia — dedicata al polacco san Stanislao nel giugno del ’91 da Giovanni Paolo II —, è chiamata a fare da ponte tra una realtà di media borghesia e le case popolari. «Una zona dove non mancano problemi, dalla carenza di lavoro allo spaccio di droghe. C’è effettivamente gente che non riesce a pagare neanche i 20 euro di affitto mensile, e non arriva a fine mese per preparare un pasto», dice Laura.

Un nuovo modello

In vista dell’emergenza freddo si stanno lavorando le coperte a uncinetto, che andranno anche sui divani letti sistemati nei locali parrocchiali, che già in passato hanno ospitato temporaneamente dei senza fissa dimora. «Nell’attesa che a fine febbraio sia pronto il locale con dodici posti letto», informa Andrea.

Non è tanto la mancanza di presbiteri, quanto la ricerca di un nuovo modello di parrocchia — quella «Chiesa in uscita» di cui parla Francesco — la base dell’esperimento che, senza clamore, la diocesi di Roma sta tentando. «Qui non c’è il prete che fa tutto, ma proviamo a essere una grande famiglia dove tutti ci si interessa degli spazi comuni e si collabora nell’animazione». In cantiere la risistemazione dei campetti da calcio dell’oratorio e del campo di bocce. Il rappresentante legale della parrocchia, secondo la legge, è un parroco in pensione, don Plinio Poncina, che celebra Messa e ascolta le confessioni. Andrea, che fino alle 15 lavora in Laterano per la protezione dei dati personali della diocesi, cura la catechesi, i Battesimi, la preparazione al Matrimonio e ai sacramenti, e la pastorale in generale… «Quando sono arrivato sono andato in giro a incontrare la gente, ho pranzato con la piccola comunità rom che staziona poco lontano dalla parrocchia e presso le famiglie che mi hanno ospitato sui terrazzi delle case popolari».

La coppia non è arrivata a caso a Torre Spaccata: «Dio ci ha formati da lontano», ama ripetere Andrea.

Una vita in missione

  

Cinquantenne lui, si sono conosciuti una domenica delle Palme, il 12 aprile del 1987, al Centro volontari della sofferenza, e «abbiamo capito che avevamo entrambi la missione nel cuore». Fanno un po’ di campi di lavoro all’estero, si sposano nel ’96, e l’anno successivo partono per il Togo con il Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis), l’ong dei salesiani. Dovevano restarci per tutta la vita ma poi, per motivi di salute, tornano a Roma dopo un anno. L’Africa resta però una tappa con cui continuare a fare i conti. Anche nei secondi nomi che hanno voluto dare ai loro figli (Francesco è Awossou, “desiderato”; Simone è Buedeu, “una cosa buona”; Matteo Essoue, “Dio è qui”; Elisabetta Assettina, “che appartiene a Dio”).

«Quell’esperienza ci ha dato la consapevolezza che il Signore ti chiede di non disporre di te stesso, di lasciarti guidare, così come disse ad Abramo…». Nel 2003 Andrea e Laura iniziano a seguire la formazione al diaconato: «Volevo da sempre portare Gesù per strada in mezzo alla gente, ma vedevo il diacono come un “chierichettone”, poi ho capito. È una decisione che sconvolge la vita, perciò la si sceglie come coppia…».

La famiglia vive nel quartiere Portuense: «La nostra vita si svolgeva lì. Andrea era diacono in parrocchia». Poi, nel maggio 2018, la proposta della diocesi. Due settimane per pensarci, per ascoltare i figli, chiamati a condividere le scelte: nuovo quartiere, altre amicizie, scuole diverse. Ma il sì arriva senza indugi, con uno dei figli che afferma: «Sono contrario ai cambiamenti, ma questa cosa arriva da un’altra parte, va fatta». E Laura esplicita: «I ragazzi hanno la loro vita. Non li abbiamo mai obbligati. Condividiamo la preghiera in comune, a tavola, prima dei pasti. Ma ciò che fanno è libera scelta».

La coppia porta al collo la croce disegnata e intagliata da Andrea, due corde intrecciate che richiamano il sì sponsale e la promessa di Gesù. Un oggetto che parla di una storia che ha radici lontane e guarda al futuro senza preclusioni. «Non so cosa faremo tra qualche anno». L’orizzonte resta quello di una promessa senza sicurezze, fondata su una Parola che dà vita.

Diaconato cos'è?

Il diaconato è il primo grado del sacramento dell’Ordine; gli altri due sono il presbiterato e l’episcopato. Può costituire una tappa intermedia verso il sacerdozio o rimanere un ministero per il “servizio” (diaconato permanente), documentato fin dai tempi degli apostoli. Il diacono può amministrare il Battesimo, distribuire l’Eucaristia, assistere e benedire il Matrimonio, portare il viatico ai moribondi, leggere la Sacra Scrittura, istruire ed esortare, presiedere al culto e alla preghiera dei fedeli, amministrare i sacramentali (le benedizioni, ad esempio), presiedere ai riti funebri.

I diaconi permanenti possono essere ordinati sia tra i battezzati celibi, sia tra coloro che sono già sposati; se però sono celibi, dopo l’ordinazione non possono più sposarsi. Similmente non si può più risposare il diacono rimasto vedovo.

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