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La prescrizione. Che cos'è. A che cosa serve. Perché se ne parla. Che cosa cambia nel 2020

31/12/2019  Ciclicamente si torna a parlare di riforma della prescrizione, cerchiamo di capirne di più, riforma compresa

La prescrizione è  un istituto di diritto (in questo caso penale, ma esiste anche nel civile) che fa sì che ci sia un termine entro il quale un reato può essere perseguito dalla legge, per evitare di celebrare processi quando lo Stato non ha più interesse a punire il fatto e a reinserire il reo, essendo trascorso troppo tempo. Non avrebbe senso processare un nonno di famiglia, nel frattempo diventato integerrimo, per una rissa commessa in gioventù. Non è un male anzi, è un principio di civiltà giuridica, il problema semmai è nelle norme che stabiliscono come viene applicata. 

La prescrizione esiste con modalità diverse i tutti i Paesi democratici di civil law (quelli come l'Italia fondati su un sistema di leggi scritte, un po' diverso nei sistemi di common law come l'Inghilterra in cui il diritto è fondato sul precedente) essenzialmente per tre ragioni.

1. Quando un fatto è troppo lontano nel tempo, l’interesse dello Stato e della società a vederlo sanzionato affievolisce. Non per caso generalmente si prescrivono prima i reati di minore gravità e, nella maggior parte dei casi, non si prescrivono mai i gravissimi, come l’omicidio volontario aggravato, la strage, i crimini contro l’umanità.

2. Quando lo Stato non interviene a perseguire il reato in tempo utile diventa difficile ricostruire una verità, perché gli anni dilavano le tracce del fatto dalla realtà e dalla memoria delle persone.

3. La fissazione di un termine oltre il quale un reato non può più essere perseguito dovrebbe “sanzionare” l’inerzia dello Stato nell’azione penale: se non si muove per tempo, non può più farlo, anche per evitare che chi ha commesso un reato, anche lieve, si trovi a doverne rendere conto magari dopo quarant’anni quando ormai è una persona diversa e la società non ricorda più.

Non tutti i reati scadono

La prescrizione è la data di scadenza di un reato: quando scatta “scade” anche il processo che si conclude con proscioglimento dell’imputato per intervenuta prescrizione. Il termine si calcola sulla base del massimo della pena previsto nel Codice penale, ed è proporzionato alla gravità del reato. I reati puniti con l’ergastolo, come l’omicidio volontario o la strage, non cadono mai in prescrizione.

L'anomalia italiana

  

In Italia, a differenza che in altri Paesi l’orologio della prescrizione penale, che scatta al momento in cui il reato viene commesso, non si farma al compimento di determinati atti dello Stato né al rinvio a giudizio, né al più tardi dopo la sentenza di primo grado (come avviene - con meccanismi diversi comunque volti a evitare che la prescrizione del reato avvenga a processo in corso - in molti altri sistemi) ma continua a correre anche in secondo grado e dopo fino alla pronuncia della sentenza definitiva in Cassazione.

Prescritti o assolti?

Capita sovente, soprattutto ai potenti incappati in un processo, di salutare la sentenza che certifica l’avvenuta prescrizione come se fosse un’assoluzione: non è così, non esattamente. Se il giudice ritiene che al momento dell’intervenuta prescrizione il reato non sia stato accertato è obbligato a pronunciarsi per l’assoluzione. Diversamente, se sussiste un sospetto di colpevolezza o magari anche la prova piena (cosa che solo le motivazioni della sentenza possono chiarire nei dettagli), deve dichiarare l’avvenuta prescrizione.

La legge ex Cirielli

  

Nel 2005, una legge, la cosidetta ex Cirielli, ha dimezzato la prescrizione per gli incensurati: il risultato è che una corruzione che prima del 2005 si prescriveva in 15 anni ora si prescrive in 7, una violenza sessuale che prima si prescriveva in 22 anni e mezzo ora si prescrive in 12 e mezzo e via seguitando. La legge in realtà era stata proposta da Edmondo Cirielli per aumentare la prescrizione in caso di recidiva. Emendamenti intervenuti in Parlamento – denunciati da molti come ad personam ­– l’hanno tradotta in una mannaia  su molti processi: di qui la qualifica di “ex” Cirielli, perché il testo della legge, così modificato, è stato rinnegato anche dal suo relatore che non ha voluto legarlo al proprio nome.

Lavoro sprecato

La prescrizione scatta al momento in cui il reato è stato commesso, ma sovente, a meno che chi lo commette non venga preso con le mani nel sacco o che non parta una denuncia, la notizia di reato arriva alla magistratura o alle forze dell'ordine molto dopo. Si pensi ai casi di corruzione che spesso restano per anni sottotraccia, prima che ne emerga un indizio, si pensi al disastro ambientale i cui effetti sulla salute delle persone possono rivelarsi anche dopo anni. Se è vero che la prescrizione in sé serve anche a evitare l’inerzia della giustizia (e in Italia agisce talvolta anche come improprio calmiere a una patologica e multifattoriale lunghezza del processo), è almeno altrettanto vero che in molti casi, concepita com’è, ne vanifica il lavoro e l’efficacia, perché quando si scopre che un reato è stato commesso la possibilità di assicurare alla giustizia il colpevole, completando i tre gradi di giudizio, in un sistema con procedure molto complicate e con moltissimi processi in corso (due tra i fattori responsabili di processi innaturalmente lunghi), risulta minata in partenza da termini troppo stretti.

La riforma del 2017

  

Nel 2017 è intervenuta una riforma che ha sospeso per un tempo fisso (al massimo 18 mesi) la prescrizione dopo la sentenza di condanna di primo grado e dopo la condanna in appello. Quale sia l'esito di questa riforma al momento non è noto. Essendo una norma di diritto sostanziale (che modifica il Codice penale) non può essere infatti retroattiva e non si applica ai reati commessi prima della sua entrata in vigore. Per vederne gli effetti reali sul sistema è necessario dunque che i processi relativi giungano a sentenza definitiva, che a questo punto arriverà quando le regole della prescrizione saranno già cambiate per l'entrata in vigore il primo gennaio 2020 della riforma Bonafede. Per ora conosciamo solo le perplessità di alcuni addetti ai lavori che vedono nell’ancoraggio alla sola sentenza di condanna una sperequazione tra imputati (assolti e condannati in primo grado) di fronte a una sentenza egualmente non definitiva.

LA RIFORMA BONAFEDE

La riforma Bonafede (di cui potete capire pro e contro a questo link), sostenuta dal M5S e approvata all’inizio del 2019 al tempo del cosiddetto Governo giallo-verde, prevede il blocco della prescrizione penale dopo la sentenza di primo grado sia essa di assoluzione o di condanna. Al momento dell’approvazione definitiva si era stabilito di dilazionarne al 1° gennaio 2020 l’entrata in vigore per dare il tempo di attuare una (invero complicatissima) riforma del processo penale intesa a ridurre l’annoso e multifattoriale problema italiano della lunghezza del processo. La riforma complessiva, un po’ per il cambio del Governo un po’ perché obiettivamente di difficile scrittura, non è arrivata nei tempi previsti. Resta la riforma Bonafede della prescrizione con il blocco entrata in vigore il primo gennaio 2020. Trattandosi anche in questo caso di diritto sostanziale, si applica ai reati commessi dal primo gennaio 2020 in poi, il che darebbe tecnicamente il tempo di immaginare correttivi contro il rischio di processi infiniti. La riforma però non convince una parte della maggioranza che sostiene il secondo Governo Conte e si cerca un superamento con il cosiddetto lodo Conte bis. Il rischio in questi casi è di trasformare un delicato fatto tecnico, che andrebbe riformato con grande attenzione alle ricadute pratiche, in un problema tutto politico in cui le ricadute pratiche rischiano di passare in secondo piano. 

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