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domenica 17 novembre 2019
 
La tragedia dei migranti
 

La strage degli innocenti in Mediterraneo. Fino a quando?

01/11/2015  Altri 12 tra bambini e neonati sono morti negli ultimi due naufragi in Mare Egeo. Più di 80 negli ultimi due mesi, denuncia Save the Children. Dopo le scioccanti foto del piccolo Aylan che sconvolsero il mondo non è cambiato nulla: l'ecatombe continua e l'Europa sta a guardare.

La strage degli innocenti continua in Mediterraneo. Pochi giorni fa le agenzie di stampa hanno dato la notizia che sarebbero almeno 12 i bambini morti in due distinti naufragi registratisi  nel Mar Egeo al largo delle coste greche, il cui bilancio complessivo è risultato di almeno 22 vittime. Le tragedie in mare sono avvenute al largo dell'isola greca di Kalymnos, dove sono morte 19 persone, e davanti all'altra isola di Rodi, con un bilancio di tre morti e tre dispersi.

   Altri quattro bambini sono annegati e altri due risultano dispersi in due naufragi di imbarcazioni cariche di migranti al largo della costa egea della Turchia. Nel primo caso, al largo del distretto di Ayvacik nella provincia di Cannakale, la guardia costiera turca ha salvato 19 siriani diretti a Lesbo, ma quattro bambini di età tra uno e quattro anni sono stati inghiottiti dalle acque. Il secondo barcone è affondato al largo di Didima, 450 km più a sud. I soccorritori sono riusciti a salvare 29 migranti diretti a Samos, ma due bambini - uno dei quali di soli quattro mesi - risultano dispersi.

In soli due mesi almeno altri 80 “Aylan Kurdi” sono annegati in Mediterraneo, mentre tentavano di raggiungere le coste della Grecia.  Un’ecatombe, senza che ci sia un segnale di inversione di tendenza. A denunciarlo è Save the Children. Anzi, dichiara l’organizzazione umanitaria che opera del 1919 per tutelare la vita e i diritti dei minori, questo numero è destinato a crescere rapidamente visto che l’inverno avanza, ma le traversate dei profughi verso le coste greche e turche proseguiranno a ritmi sempre più serrati.    “Il clima rigido – osserva Save The Children” -  rende l’attraversamento del Mediterraneo più rischioso e i bambini molte volte sono bagnati fradici e congelati quando vengono portati a riva e, siccome spesso non c’è riparo nei campi di transito, corrono seri rischi di ipotermia”.

   Lo staff dell’organizzazione racconta di aver visto bambini scossi dai brividi, con le  mani e le labbra blu e ci sono stati casi gravi che hanno richiesto un trattamento ospedaliero. ”Migliaia di famiglie stanno ancora cercando disperatamente di scappare dalla Siria e da altri paesi, nonostante alcuni stati europei stiano chiudendo le frontiere. Tra gennaio e ottobre 2015 più di mezzo milione di persone sono arrivate nelle isole greche. Ogni giorno in Grecia arrivano oltre 8.000 persone di cui il 23% bambini, spesso incapaci di nuotare e privi di giubbotti di salvataggio adeguati”.

   E poi c’è il dramma di quelli che, comunque, ce la fanno a raggiungere vivi la terraferma. Le condizioni in cui versano i campi sono pericolose per i minori, alcuni dei quali finiscono per essere separati dai genitori nel caotico processo di registrazione e smistamento. "Per le famiglie che non riescono a raggiungere Lesbo e le altre isole - precisa Kate O'Sullivan, che opera con lo staff di Save the Children per l’emergenza a Lesbo -  il governo greco e associazioni umanitarie come la nostra fanno quello che possono, ma ci sono migliaia di nuovi arrivi ogni giorno e non c’è riparo o cibo sufficiente per tutti. Ho visto bambini che dormono nel fango sotto i cartoni e bambini che tremano di freddo e hanno le mani e le labbra livide.  E la situazione non può che peggiorare man mano che l’inverno avanza".  Di fronte alle ultime tragedie nell'Egeo il premier greco Alexis Tsipras ha espresso "dolore infinito" parlando di "vergogna per l'Europa". L'Egeo, ha detto, "non sta trascinando via solo i bambini morti ma la stessa civiltà europea", nata proprio sulle sponde di quelle isole greche oggi teatro di quest’ecatombe.

    Evidentemente non sono bastate le strazianti immagini del corpicino senza vita del piccolo Aylan, raccolto pietosamente da un poliziotto sulla spiaggia turca di Bodrum, per fermare questa strage silenziosa.  Quando l’Indipendent fece uscire per primo le choccanti immagini del bimbo siriano scrivemmo  che quel bimbo “è nostro figlio”, e che quella morte è il simbolo del fallimento dell’Europa, della sua politica e dei suoi piani umanitari.  Lo ribadiamo con ancor più convinzione due mesi dopo, alla luce degli ultimi annegamenti e naufragi.  Non è più tempo per le lacrime di coccodrillo, né per sgomenti a basso prezzo. Non bastano più le “pesche miracolose” in Mar Egeo che salvano chi possono e solo coloro che ancora emergono tra i flutti.

   Pochi giorni fa abbiamo pubblicato un video girato da Medici Senza Frontiere: un parto di una profuga raccolta in mare assistito dalle ostetriche dell’associazione. Una storia a lieto fine. Ma quante altre donne incinte non hanno avuto questa fortuna e giacciono sui fondali del Mediterraneo? Mentre tutto ciò accade, gli smistamenti previsti dal piano d’emergenza faticosamente varato dalla Commissione europea si sono già inceppati. Nell’Unione  i posti messi a disposizione  ad oggi sono meno di un decimo del totale concordato. 

     Una civiltà che lascia morire le donne e i più piccoli sulle battigie, o li abbandona per le strade, intirizziti e fradici al gelo dell’inverno che avanza, non è degna di questo nome. E attenzione: oggi tocca ai figli di siriani, afghani, iracheni,  pakistani e curdi, domani potrebbe toccare ai bambini europei. Perché, quando vince l’ottusità, la miopia politica condita magari da retropensieri demagogici, si è già all’anticamera della barbarie. E quando ciò accade non c’è più distinzione di cittadinanza o lingua che tenga. Si è al "si salvi chi può".

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