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sabato 18 gennaio 2020
 
Omran e gli altri
 

La guerra infinita sulla pelle dei bambini

18/08/2016  Dal bambino di Aleppo al ragazzino kamikaze della Turchia, sono sempre i più piccoli le prime vittime delle guerre degli adulti.

Il piccolo Aylan, affogato al largo di Bodrum
Il piccolo Aylan, affogato al largo di Bodrum

Un’altra immagine virale, quella diffusa dall’Aleppo media Center, che si diffonde tra i social e le nostre coscienze poco “social” e che in pochi minuti diventa il simbolo della guerra e dell’ottusità dell’uomo. Attivisti dell'opposizione siriana hanno diffuso il drammatico video di un bambino salvato dalle macerie dopo un devastante attacco aereo su Aleppo. Ecco cosa sono i bombardamenti, ecco che cosa producono. La memoria fotografica e quella del cuore va al piccolo Aylan, il bimbo riverso senza vita sulla battigia, emblema della tragedia immane dell’immigrazione. Le immagini ormai virali sul web mostrano tutto l'orrore della guerra sul volto sporco di sangue di Omran, cinque anni. La differenza tra Aylan e Omran è che Omran è ancora vivo, anche se è vestito di morte. Forse quel piccolo immobile, stordito e incapace di capire perché tutto questo è accaduto, ha ancora un futuro, un futuro di giochi, di amici di affetto dei suoi cari, delle stagioni della vita ancora tutte da vivere. O forse no. Ma il destino e l'infamia della guerra hanno voluto imprimere in quell'immagine qualcosa di eterno.

Sul volto di quel piccolo sopravvissuto possiamo leggere il volto dei tanti piccini morti per i bombardamenti che continuano ad accanirsi su questa terra desolata di martiri trasformato nel gorgo di sangue del "grande gioco" delle grandi potenze. Nel video uno dei soccorritori porta via in braccio il bimbo dalle macerie. Lo porta fino all'ambulanza, insieme con la sorellina, poi lo mette delicatamente su una sedia, consegnandolo, probabilmente senza saperlo, alla storia, rendendo quella voto il ritratto di tutte le vittime delle guerre. Omran è coperto di polvere, ha un'aria stanca e inebetita e con la manina si toglie il sangue dal volto. Il piccolo è stato curato, riferiscono i medici, per delle ferite alla testa ed è stato dimesso. Non sappiamo molto di lui. Sappiamo solo che è figlio nostro, come lo era Aylan, come lo sono gli altri sei bambini morti nello stesso bombardamento (uno di questi è il fratello di dieci anni di Omran), quei bambini che vanno ad aggiungersi al gorgo di bimbi morti per questa sporca guerra che non finisce mai.  

Quell'immagine virale ha un piccolo riflesso di speranza. La speranza che quel volto contribuisca alla conversione dei cuori e delle coscienze, soprattutto degli uomini di potere, come (forse) ha fatto Aylan nei giorni drammatici dei profughi siriani, quando la Merkel, anche sull'onda del moto di coscienza che arrivava dal suo popolo, decise di accogliere nel suo Paese i rifugiati provenienti da quella terra straziata. La speranza è che si ponga fine a uno «dei drammi umanitari più opprimenti degli ultimi decenni», come ha detto papa Francesco, un dramma tale da produrre un «oceano di dolore» che colpisce in special modo i più poveri, le donne, i bambini, gli anziani. Poiché «in Siria e in Iraq, il male distrugge gli edifici e le infrastrutture, ma soprattutto la coscienza dell’uomo». 

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