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mercoledì 19 febbraio 2020
 
Colloqui col Padre
 

La vera immagine di Dio: Padre buono o "poliziotto"

02/07/2019 

Leggo nel n. 23 che la riscoperta della parola di Dio ci può far ritenere superata la concezione del Dio vendicatore e autore di castighi. Mi è venuta voglia di rileggere il capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, versetto 14: «Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: “Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio”». Poi mi sono riletto il capitolo 28 del Deuteronomio, quello del «cielo di bronzo». E cosa dire dell’empio del Salmo 1, che è «come pula che il vento disperde»? Sono stomacato dal tormentone melliflŽuo della malintesa misericordia imbelle di un Dio che non punisce nessuno, perdona tutti e buonanotte.

Secondo lei, quando ho peccato, Dio non mi ha fatto sentire il peso dei guai che ho combinato? E non è, anche questa, una grande misericordia di Dio? Le difficoltà che incontriamo – e che Dio quantomeno permette – non sono anche un’occasione di riscatto o almeno di ripensamento e maturazione? Vogliamo crescere o continuare a illuderci? E lei, don Antonio, si sente così tranquillo a predicare codesto Vangelo edulcorato? Si ricorda Ezechiele, capitolo 34?

ERNESTO ANASTASIO

Carissimo don Rizzolo, a proposito dell’atto di dolore ho trovato una versione modificata da suggerire. Invece di «perché peccando ho meritato i tuoi castighi», meglio «perché peccando mi sono allontanato dal tuo amore».

DON GIAMPAOLO

Nel Vangelo ci sono affermazioni che riguardano castighi per coloro che non rispettano i comandamenti e le norme di buon comportamento. Ma sono ancora insegnati ai ragazzi della Prima Comunione i dieci comandamenti? O i cinque precetti generali della Chiesa? Se poi Dio perdona tutto, a cosa vale cercare di comportarsi secondo i comandamenti e gli insegnamenti del Vangelo? Un frate cappuccino diceva: «Se non ci fosse più nulla dopo la morte mi sarei preso una bella fregatura». Ma se il Paradiso è assicurato per tutti, la fregatura c’è ugualmente!

LUIGI

Caro direttore, concordo con lei che, nei secoli scorsi, «Dio era paragonato a una specie di poliziotto da temere». Però su questa immagine di Dio “poliziotto”, che sta lì a spiare ogni comportamento dell’uomo per coglierlo in fallo e punirlo senza misericordia, è stata costruita gran parte della teologia e della pastorale degli ultimi secoli, che hanno quindi contribuito ad alimentare una religiosità basata non sull’amore ma sulla paura e sull’obbedienza “a prescindere”. L’immagine che Gesù ci dà di Dio non è però quella del poliziotto, ma quella del Padre. Non c’è da meravigliarsi se oggi quella parte della Chiesa che crede in Dio “Padre” la si vuol far passare – da chi è rimasto legato all’immagine del Dio “poliziotto – come una Chiesa non in linea con la tradizione.

LUCIO CROCE

Ho deciso di pubblicare alcuni degli interventi su questo tema. La problematica sottostante è quella dell’immagine di Dio che ci è stata trasmessa, su cui siamo formati e che influisce sul nostro rapporto con lui e sulla nostra vita cristiana. È impossibile approfondire un argomento così ampio, per cui mi limito a dei brevi flash.

Prima di tutto ribadisco che, secondo me, la nostra catechesi troppe volte ha presentato un’immagine di Dio simile a un poliziotto di cui aver paura, di cui rispettare le leggi pena il castigo, già in questa vita. Nella Scrittura quest’idea emerge qua e là, ma noi cristiani dobbiamo considerare la rivelazione nel suo insieme: c’è una progressione nel dialogo di Dio con il suo popolo e con l’umanità il cui culmine è Gesù Cristo. Tutta la rivelazione e quindi la Scrittura va riletta a partire da quello che Gesù ha detto e fatto. Egli ci ha rivelato che Dio è un Padre misericordioso, che ci ha tanto amato da dare per noi il suo Figlio. Anzi, nell’amore di Cristo fino a dare la vita sulla croce si manifesta il vero volto di Dio. Per questo la croce è il simbolo del cristianesimo. Non indica più uno strumento di tortura, ma l’amore fino alla fine. Un amore donato a tutti, giusti e peccatori, senza alcun merito da parte di nessuno. La rivelazione su Dio è ben sintetizzata da san Giovanni nella sua prima lettera: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (4,8).

È interessante questa frase: ci fa capire che conoscere Dio è possibile solo a chi ama. Potremmo dire, visto che l’amore viene da Dio che ci ha amato per primi, che conoscere il vero volto di Dio è possibile solo a chi si lascia avvolgere dal suo amore, trasformare dal suo perdono, commuovere dalla sua misericordia.

Si tratta però di capire bene che cosa si intenda per amore, misericordia, perdono da parte di Dio. Non ci si deve creare l’immagine altrettanto errata di un Dio bonaccione o imbelle o proporre un Vangelo edulcorato. L’amore di Dio ci fa anche sentire il peso del male commesso o permette difficoltà che ci conducano sulla retta via. Sono tutti segni di amore. Come scrive Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia, «la giustizia si fonda sull’amore, da esso promana e a esso tende». Il modello è la croce di Cristo. «La giustizia divina rivelata nella croce di Cristo», scriveva ancora papa Wojtyla, «è “su misura” di Dio, perché nasce dall’amore e nell’amore si compie, generando frutti di salvezza. La dimensione divina della redenzione non si attua soltanto nel far giustizia del peccato, ma nel restituire all’amore quella forza creativa nell’uomo, grazie alla quale egli ha nuovamente accesso alla pienezza di vita e di santità che proviene da Dio» (n. 7).

In altre parole, la vita cristiana nasce dall’amore di Dio e si manifesta nell’amore, nell’essere misericordiosi come il Padre. Non si tratta di osservare formalmente delle norme, che magari non ci piacciono, per meritare il Paradiso. Chiaro, in questo caso, che se il Paradiso non ci fosse sarebbe una bella fregatura. Così come è chiaro che se l’impegno non contasse perché Dio perdona tutti sarebbe una fregatura ancora più grande. Ma è questa impostazione a essere sbagliata: siamo fatti per amare, creati a immagine di un Dio che è amore. Amando gratuitamente viviamo già un assaggio del Paradiso. E comprendiamo come non si tratta di osservare delle norme (che sono solo un aiuto), ma di accogliere l’amore di Dio e rispondere di conseguenza con le nostre scelte di vita.

C’è una bella frase di san Basilio proposta dal Catechismo (n. 1828) :«O ci allontaniamo dal male per timore del castigo e siamo nella disposizione dello schiavo. O ci lasciamo prendere dall’attrattiva della ricompensa e siamo simili ai mercenari. Oppure è per il bene in sé stesso e per l’amore di colui che comanda che noi obbediamo […] e allora siamo nella disposizione dei figli». La cosa peggiore, da cui Gesù mette in guardia il paralitico guarito in Gv 5,14 è rifiutare l’amore gratuito di Dio e passare dalla malattia fisica alla morte spirituale, propria di chi torna a essere servo, attaccato alle formalità della legge, come quella del sabato, ma incapace di amare. Cos’è infatti il peccato? Il rifiuto dell’amore di Dio, la chiusura in sé stessi e nel proprio egoismo o nel proprio perbenismo.

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