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domenica 17 novembre 2019
 
CHIESE PERSEGUITATE
 

Mons. Lahham: "I cristiani di Giordania tra fede e accoglienza"

20/07/2015  All'Agorà del Mediterraneo l'arcivescovo vicario del Patriarca di Gerusalemme dei Latini per la Giordania ha parlato delle sfide delle Chiese in Medio Oriente e dell'importanza che la loro presenza nella regione non sia annientata.

Quasi un anno fa, nella notte tra il 6 e il 7 agosto, cominciava la Via crucis dei cristiani iracheni, costretti  a fuggire dalla piana di Ninive,dopo la presa di Mosul, sotto la terribile minaccia del Califfato islamico. «Dopo la caduta di Mosul nelle mani dell'Isis, il re di Giordania Abdallah II ha dato ordine di accogliere mille iracheni cristiani in fuga. Poi altri mille. Nei primi giorni della fuga ne sono arrivati ottomila. Il prossimo 8 agosto ricorderemo con una celebrazione comune fra cristiani giordani e iracheni il primo anniversario dell'inizio dell'esodo». A raccontare è monsignor Maroun Lahham, arcivescovo vicario del Patriarca di Gerusalemme dei Latini per la Giordania, durante il suo intervento - in una tavola rotonda insieme a padre Shenuda Gerges della Diocesi cristiana copta ortodossa di Milano - ad "Agorà del Mediterraneo", la due giorni di studio e approfondimento intorno al Mare nostrum organizzato dall'associazione Coe-Centro orientamento educativo il 18 e 19 luglio a Barzio (Lecco).

Palestinese, già vescovo di Tunisi, mons. Lahham spiega che a prendersi carico dei profughi è stata la Caritas giordana, organizzando l'accoglienza nelle chiese locali, nelle sale parrocchiali. «La Caritas ha provveduto al cibo, all'acqua, al sostentamento. Ma ad un certo punto la situazione è diventata insostenibile: i costi delle parrocchie sono aumentati enormemente; i profughi, per il loro status, non possono lavorare in Giordania, ma non possono nemmeno tornare nel loro Paese. Loro vogliono partire, andarsene altrove, ma le ambasciate europee dicono che ci vogliono almeno cinque-sei anni per far avere loro i visti».

Oggi, in Giordania, su 6 milioni di abitanti ci sono 3 milioni di profughi iracheni. Una situazione che si accosta a quella del Libano, dove su 4 milioni di abitanti ci sono quasi due milioni di rifugiati siriani. «Per la Giordania l'ospitalità è un dovere. L'islam, in questo Paese, non è mai stato fanatico, le relazioni fra musulmani e cristiani sono ottime. Basti pensare che ogni anno per Natale il re viene a fare visita ai cristiani, ogni volta sceglie di andare in una città dove è presente una comunità cristiana». 

La Chiesa della Giordania, oltre ad occuparsi dell'accoglienza dei profughi iracheni, lavora anche per trattenere i cristiani giordani in patria. Nonostante la situazione in questo Paese sia relativamente tranquilla, anche qui la paura e l'incertezza per il futuro spingono chi può all'esodo: chi ha un passaporto straniero preferisce partire o è pronto a farlo. «Noi cerchiamo di non farli emigrare. Ma, d'altro canto, non si possono costringere le persone all'eroismo o al martirio».

Certo, l'esodo delle comunità cristiane dal Medio Oriente è una perdita immane per questa regione: i cristiani qui sono una presenza di tolleranza, educazione, accoglienza. E allora, cosa fare per garantire la stabilità delle comunità cristiane? Per quanto riguarda la Giordania, l'appello è a non abbandonare questo Paese anche da un punto di vista turistico. Rispetto agli Stati della regione, infatti, qui la situazione geopolitica è ancora sicura. E la Giordania può essere metà di pellegrinaggio, come Terra Santa. 

«Vivere come minoranza per secoli», continua l'arcivescovo, «ha determinato nei cristiani del Medio Oriente lo sviluppo di una psicologia minoritaria, che significa paura, ricerca di protezione, lusinga del potere politico per essere protetti, esasperazione di ogni minimo problema, paura di impegnarsi politicamente e di scendere nello spazio pubblico»Per le Chiese della sponda est del Mediterraneo, le sfide oggi sono molteplici: «Il fondamentalismo islamico e la violenza perpetrata in nome di Dio; e poi, il legame costitutivo tra fede e politica che caratterizza l'islam e l'ebraismo e che impone ai cristiani in questa regione di seguire delle leggi basate sui dettami religiose di quelle fedi (come quelle sul matrimonio misto); la questione della libertà di coscienza e di culto: nella maggior parte dei Paesi arabi vige solo la libertà di culto, non quella di coscienza (vale a dire, un musulmano non può diventare cristiano). E ancora, la guerra interminabile in Siria, Iraq e altri Paesi, come lo Yemen».

Eppure, la speranza in questa terra non muore: «Bisogna ricordare che in Medio Oriente i cristiani sono arabi.  La caratteristica del cristianesimo nel mondo arabo è che le Chiese qui sono autoctone. I Paesi arabi, infatti, hanno conosciuto il cristianesimo fin dalla sua nascita e il suo sviluppo. Essere cittadini originari per noi cristiani d'Oriente significa molto: significa che esistiamo ancora prima dell'islam. Questo ci dà fiducia e forza morale, soprattutto adesso che i movimenti fondamentalisti islamici vogliono negare questa realtà storica, contrapponendo il mondo arabo-islamico a quello occidentale-cristiano, come se il cristianesimo fosse proprio solo dell'Occidente».

E aggiunge:
«I cristiani mediorientali dicono che è Dio che ci ha voluto arabi». Allora, la comunità cristiana si potrà salvare nella misura in cui saprà mantenere due capisaldi: «Fedeltà al cristianesimo e fedeltà alla vocazione a essere cristiani in un mondo dominato dall'islam, con la consapevolezza che la Terra Santa è, sì, terra del calvario, ma anche della Resurrezione».

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