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sabato 24 ottobre 2020
 
IL TEOLOGO
 

L’Apparizione: dall’incredulità alla percezione del soprannaturale

23/07/2020  Su Sky l'interessante pellicola sulle misteriose vie con le quali l'infinito irrompe nella storia, tra scetticismo, dubbi, possibili manipolazioni, rischi di strumentalizzazioni e autentiche rivelazioni divine. Una recensione di don Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense

Arriva sugli schermi delle nostre tv, grazie a Sky Cinema, il film di Xavier Giannoli, apparso nelle sale italiane nell’autunno 2018 e di cui la rivista ha ampiamente parlato, intervistando il regista e la splendida protagonista Galatea Bellugi (che interpreta la giovane veggente Anna). Non ci sarebbe quindi più nulla da dire, se non offrire un tracciato teologico di interpretazione di questa pellicola e del suo senso.

Il cinema ha a che fare con la trascendenza e non solo grazie a geniali registi come quelli indagati da Paul Schrader nel suo Il trascendente nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer (Donzelli, Roma 2002 – 2a ed. 2018), neppure perché il soprannaturale offre ampiamente il fianco all’utilizzo di effetti speciali e fantasmagoriche, non di rado apocalittiche, rappresentazioni (quali ad esempio quelle che si rivolgono agli esorcismi), ma anche in quanto talvolta riesce a intercettare e rappresentare la ricerca del sacro e l’esperienza religiosa che caratterizzano l’umano. Ed è questo il caso del film L’apparizione, che vede protagonista un giornalista (Jacques magnificamente interpretato da Vincent Lindon) e la giovanissima Anna (la premiata Galatea Bellugi). La vicenda si genera dal trauma che il protagonista, reporter di guerra, vive e per cui perde il suo miglior amico e rimane affetto da un dolore forte all’orecchio. Al suo rientro inizia un’avventura inedita per la sua esistenza, che lo catapulta ai confini del sacro e lo renderà consapevole, pur partendo da una situazione di incredulità, della possibilità del soprannaturale. Ed ecco la traccia interpretativa che mi sento di proporre dal punto di vista della teologia, seguendo alcune tematiche, a mio avviso decisive, senza cedere alla tentazione dello spoiler, a beneficio di quanti ancora non hanno avuto occasione di vedere il film.

La prudenza della Chiesa cattolica e delle sue gerarchie è il tema che emerge fin dalle prime scene, che descrivono il rientro di Jacques dalla missione e il suo invito in Vaticano, dove da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede gli viene chiesto di far parte di una commissione che sta indagando su presunte apparizioni mariane ad una fanciulla di nome Anna in un paesino delle Alpi francesi. L’imponente mole di casi archiviati, perché non riconosciuti, presente sugli scaffali degli archivi è indice del fatto che l’autorità ecclesiastica non va a caccia di fenomeni soprannaturali attraverso i quali svolgere opera di convincimento e da utilizzare per l’evangelizzazione, piuttosto si muove con estrema circospezione in tali circostanze. Non teme infatti che un non credente partecipi ai lavori di una commissione che indaga su presunti miracoli e concede al giornalista ampia libertà di movimento.

La diffidenza della teologia costituisce un ulteriore elemento, peraltro imbarazzante, al quale il film dà voce attraverso la figura dell’esperto teologo Stéphane Mornay (interpretato da Gérard Dessalles). Assolutamente refrattario e fortemente critico verso il fenomeno, il personaggio si presenta anche come incapace di cogliere il “nuovo” che può irrompere in una vicenda, quando ad esempio, in nome di una teologia della benevola accoglienza, rigetta la possibilità che l’apparizione sia accompagnata dal segno di dolore cruento (il lenzuolo insanguinato), che peraltro si rivelerà fallace. Le persone semplici che si recano nei luoghi del presunto miracolo lo scacciano, rinvenendo in lui la tentazione razionalistica (papa Francesco direbbe gnostica), che esclude, anzi uccide, il soprannaturale. Se il magistero è prudente, il teologo è miscredente. Già Franz Rosenzweig, all’inizio della seconda sezione della sua opera principale La stella della redenzione (“sulla possibilità di esperire il miracolo”) ci aveva messo in guardia da una teologia razionalista o atea, che da precettrice si trasforma in assassina della trascendenza. Ma il suo profetico grido di allarme ci sembra rimasto inascoltato da buona parte della teologia contemporanea, certamente da quella di Mornay.

La strumentalizzazione mediatica, e, ovviamente, economica, rappresentata da Anton Mayer (Anatole Taubman), che adotta un fare mellifluo e bigotto, esibendo un vistoso crocifisso sul suo petto, è senz’altro un elemento inquietante, che deve far riflettere sull’esperienza religiosa, quando essa va alla ricerca spasmodica del sensazionale, onde sollecitare un consenso solamente emotivo di fronte a un miracolo che venga a risolvere i nostri problemi immediati e a soddisfare i nostri bisogni materiali, come la salute o l’indigenza.

Il film è delicato e drammatico rispetto all’esperienza religiosa, coinvolgente dal punto di vista dell’indagine (quasi un thriller), ma anche istruttivo per il teologo, il quale è chiamato ad abbandonare l’idolatria dei propri schemi e dei propri concetti, per aprire lo spazio all’imprevedibile, per i credenti, che vengono in qualche modo chiamati a purificare la loro fede da visioni  e comportamenti superstiziosi, per chi non crede, perché non abbandoni la ricerca autentica, quale quella che conduce il protagonista e il cui approdo viene ben descritto nella lettera che invia al prelato, da cui ha ricevuto l’invito a collaborare all’indagine. Lo ringrazia perché questa esperienza lo ha portato a considerare e prendere coscienza di una sfera dell’esistenza, che prima pensava di dover escludere. È la resa della ragione incredula e diffidente, che apre nuovi orizzonti.

La tematica del sacrificio e del destino di sofferenza che attende chi, suo malgrado, è chiamato a vivere un’esperienza straordinaria, da cui preferirebbe fuggire, per avere quella che Mériem (Alicia Hava) nel finale chiama una “vita normale”, la semplicità del messaggio, che rifugge dal terrorismo teologico della colpevolizzazione, ma si esprime in termini di tenerezza e di amore, la scelta di farsi carico del dolore dell’amica e della sua missione forniscono impegnativi spunti di riflessione. Da ultimo, ed è il messaggio che maggiormente desidero sottolineare, la realtà del soprannaturale, che non si può negare a priori, sfugge alle sue rappresentazioni e spesso si percepisce e si può vivere nel quotidiano e nella semplicità.

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