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martedì 26 gennaio 2021
 
 

Lega contro Lega, il patatrac

14/01/2012  Comizi vietati per Maroni, poi il contrordine. Lo stato confusionale della Lega e un leader, Bossi, che ha perso il tocco magico. Ma non il "cerchio".

Roberto "Bobo" Maroni con Umberto Bossi (foto Ansa).
Roberto "Bobo" Maroni con Umberto Bossi (foto Ansa).

Che nella Lega il confronto e il dibattito non abbondassero lo si sapeva da quando è nata la Lega. Il partito che si vanta di stare all’opposizione per la salvaguardia della democrazia, la democrazia al suo interno l’ha sempre praticata poco nella sostanza.


      Lo scettro del potere è sempre rimasto in mano al suo fondatore Umberto Bossi, che ha sempre deciso tutto: tattica e strategia politica, apparati, dirigenti, segretari di sezione, fino all’incarico dell’ultimo militante. Se il fascismo aveva il suo Farinacci, la Lega non riusciva nemmeno a tollerare una “suocera” del partito. Appena qualcuno osava insinuare una critica, un’ombra nella luce rifulgente del fondatore del Carroccio, veniva punito per la sua hybris e finiva immediatamente nell’oblio: la storia del Carroccio è lastricata di questi personaggi,  a cominciare da Gianfranco Miglio. Uomini, ministri, segretari, apparati, intere correnti, come quella di Bergamo, negli anni Novanta, o i veneti dell’ala radicale degli anni Ottanta, potevano evaporare nello spazio di pochi giorni. Personaggi di successo, intellettuali o politici navigati non sono mai stati particolarmente graditi. Se qualche spiga in mezzo al campo del Carroccio cresceva più delle altre, era meglio tagliarla.

     Il modo con cui Bossi se ne sbarazzava era abbastanza caratteristico e avveniva spesso in cene conviviali. A un certo punto della serata il “lider maximo” accendeva un sigaro, sorseggiava l’ultimo quarto di Coca Cola rimasta nella lattina e all’improvviso saltava su: “Ma quello come sta? E’ un po’ che non lo vedo. Mi hanno detto che marcia male, mi hanno detto che l’è un po’ strano ultimamente”. Era il segnale convenuto. La macchina dell’oblio si sarebbe messa in moto fin da quella sera. In alcuni i casi il soggetto in questione veniva informato prima. “Il Bossi l’altra sera a cena ha parlato male di te…”. Il malcapitato sbiancava e capiva che per lui era finita. Bossi ha sempre avuto dalla sua il popolo della Lega (le Pontide servivano anche a questo: a rappresentare e rinvigorire il suo potere derivante dal popolo) e non c’era nulla da fare, se non abbreviare il tutto bevendo la cicuta delle dimissioni.

     Il potere assoluto di Bossi nella Lega deriva da numerosi fattori. Il carisma del fondatore. L'indiscusso intuito politico. L’intelligenza tattica, più che strategica. L’esigenza, condivisa dal movimento, di mosse rapide e veloci in grado di spiazzare, sparigliare, sorprendere gli avversari dell’agone politico. Alla base dei suoi successi in questo ventennio abbastanza inconsistente che passerà al nome di Seconda Repubblica, c’è sicuramente questo vantaggio di "padre-padrone" del partito, poi sfruttato anche da altri leader, a cominciare da Berlusconi (ma anche, ad esempio, da Di Pietro). 

     Il suo esercizio nasceva anche dall’esigenza di tenere unito un movimento apparentemente monolitico, in realtà molto diviso proprio in virtù della sua vocazione e della sua natura localista. Ci sono ventimila leghe sotto i mari della Lega:  dal Veneto al Piemonte, da Varese a Sondrio, da Como a Reggio Emilia. Ognuna di esse ha idee, tradizioni, mentalità, visioni politiche diverse, frammentate. Non è certo una democrazia ellenica, quella del Carroccio. L’unico modo per federare le diverse anime  era quello di guidare il timone con pugno di ferro, oltre che con “trovate” strampalate ma efficaci, come la Padania, il dio Po, il Parlamento padano e via straparlando. Tutte invenzioni che definivano un’identità che faceva da collante per un movimento variegato e frammentato, nonostante le apparenze di falange del Nord.

     Ma negli ultimi anni il potere del leader ha cominciato a subire qualche crepa. Che la Lega non fosse più un corpo monolitico pronto a seguire Umberto Bossi lo si era capito già dall'ultima Pontida dove alcuni leghisti avevano innalzato uno striscione con la scritta «Roberto Maroni presidente del consiglio».  Maroni è l’eterno secondo, uno dei cofondatori della Lega, molto amico del capo, ma non ne possiede le doti carismatiche. Rappresenta l’ala "governativa" e amministrativa, capitanata dai sindaci di Varese e Verona.

     Un’ala efficientista, che ha dimostrato di saper governare le città (come Tosi a Verona), molto pragmatica, molto dorotea come vocazione, che spesso ha sfruttato la becera propaganda xenofoba della Lega al solo scopo del consenso, per poi esercitare il potere amministrativo in tutt’altra direzione. Verona, una delle città con il più alto tasso di integrazione, è un esempio.  I congressi della Lega avevano sommessamente certificato la divisione tra maroniani e "cerchio magico", come viene chiamato il clan di potere formato da preferiti e famigli che circonda il “caro leader” Umberto Bossi da tempo.  Il caso Cosentino ha semplicemente fatto venire a galla la spaccatura e il caos che covava nel Carroccio. 

     Ma anche fin qui, in fondo, nulla di nuovo. Lo stesso Maroni, negli anni Novanta, era stato protagonista di una linea di dissenso, per poi rientrare nei ranghi.  Nessun uomo della Lega può permettersi di sfidare Bossi. Alla fine il rapporto si sarebbe risolto sempre in suo favore. La vera novità  nel Carroccio, è il popolo. Proprio così. Il popolo stanco dell’alleanza con Berlusconi, dei casi Cosentino, delle voci di maneggi finanziari, deluso dall’aumento delle tasse, e dello specchietto delle allodole del federalismo. Il caso dei presunti investimenti dei fondi della Lega in Tanzania, se fosse vera, sembrerebbe inventata dai fratelli Vanzina o dai Legnanesi. Bossi, Maroni e compagnia a far le leggi contro i clandestini, a respingere i barconi, mentre il cassiere del Carroccio fa i suoi bravi investimenti in Africa. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere per quel che è capitato ai tanti immigrati e ai naufraghi dei barconi.

     Il dissenso sta montando dalla base della Lega, ovvero dalla fonte del potere di Umberto Bossi. Il popolo che non lo ha mai tradito, che lo ha aspettato persino durante le fasi drammatiche della sua malattia. Il timore nella Lega è che la protesta si materializzi in piazza. E per Bossi sarebbe davvero la fine. Bossi ne è terrorizzato, al punto da aver fatto una mossa controproducente e pochissimo furba, quello di impedire a Maroni addirittura di parlare in pubblico, annullando l’agenda degli incontri previsti dall’ex ministro dell’Interno. Una direttiva, una fatwa, come l'ha definita Maroni,  che rende immediatamente l’idea dello scompiglio che regna all’interno del cerchio magico. Tra l'altro è paradossale e istruttivo che il capo del movimento più antislamico del Parlamento sia accusato dal suo numero due di adoperare mezzi da fondamentalismo islamico. L'ayatollah Umberto Bossi da Cassano Magnago.

     Resta il dissenso del popolo della Lega, che ha scelto l'ex ministro dell'Interno come simbolo della fronda. Nel 2012 è assolutamente impossibile frenare le voci del dissenso, anche nella Lega. Basta vedere (o ascoltare) quel che si è scatenato nei siti, nei blog, in Facebook o a Radio Padania, nonostante i tentativi di soffocare queste voci. La grande paura ora è per il 22 gennaio. La manifestazione convocata per quel giorno in piazza del Duomo a Milano contro il «governo ladro», è una sfida all’ok Corral per le due Leghe, ma potrebbe concludersi con un flop e accelerare la crisi di un movimento che non riesce più a dare risposte politiche ai suoi elettori in tempi di crisi.    

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