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Legittima difesa, il magistrato: cambiarla non evita l'indagine

03/04/2017  Rapine a mano armata, che succede a chi si difende con le armi? Abbiamo chiesto a Fausto Cardella, magistrato di lungo corso, di aiutarci a capire

Una rapina finisce in tragedia e si corre a chiedere libertà di difendersi in casa propria. Un uomo uccide, con un’arma da poco legittimamente ottenuta, l’ex fidanzata, per poi togliersi la vita, e si corre a chiedere una stretta sul porto d’armi. Il sentimento popolare oscilla sull’onda delle emozioni contraddittorie innescate dalla cronaca. Ma intanto la legge che cosa dice? Abbiamo chiesto a Fausto Cardella, magistrato di lungo corso, Procuratore Generale a Perugia, di aiutarci a capire.

Cominciamo dalla legittima difesa, che cos’è esattamente?

«È una causa di non punibilità, scritta nell’articolo 52 del Codice penale, per chi si difenda da un danno ingiusto nel caso anche con un’arma, purché legittimamente detenuta. Perché sia davvero legittima difesa occorre che la reazione sia proporzionata al pericolo e che il pericolo sia in atto senza che ci sia un’altra maniera di sottrarvisi».

Proviamo a esemplificare?

«Se devo difedere me stesso e la mia famiglia da un pericolo immediato di vita o di violenza posso fare il massimo, anche usare una pistola. Ma se sparo alle spalle di un ladro in fuga commetto un omicidio, perché manca l’attualità e il pericolo è cessato. In mezzo a questi estremi ci sono sfumature: la pistola, per esempio, sarebbe sproporzionata per difendere il borsellino da un ragazzino disarmato. Nella zona grigia tra la legittima difesa e l’omicidio volontario può rientrare, in alcuni casi, l’eccesso colposo di legittima difesa, punita a titolo di colpa, per chi “esagera” nel difendersi. Quando si tratta di valutare la proporzione, entrano infatti in gioco molti fattori, dalla capacità di maneggiare l’arma alla valutazione del pericolo, che possono spiegare le divergenze che talora sorgono tra i gradi di giudizio».

C’è chi immagina di estendere la legittima difesa al punto da eliminare anche l’apertura di un’indagine a carico di chi spara. Sarebbe realistico?

«Direi proprio di no: per come è fatto il Codice di procedura penale, l’indagine è inevitabile: anche per archiviare o prosciogliere è necessario ricostruire come sono andate le cose e sarebbe così anche se, per paradosso, scrivessimo una legge che dica che si può sparare alle spalle».

A seguito degli ultimi casi di cronaca da più parti si invoca una legge sulla legittima difesa più "precisa" che dica esattamente che cosa si possa fare e che cosa no in caso di aggressione. Funzionerebbe meglio una legge così?

«La norma così com'è è chiara, aggiungendo particolari potremmo solo complicarla. Mi preoccupa l'idea che si illudano le persone che possa esistere una norma che dettaglia una casistica così precisa, da escludere indagine e valutazione dei fatti. Perché non è possibile: la norma per adattarsi davvero a casi concreti che sono ciascuno diverso dall'altro non può che essere generale e astratta. Se non lo è rischia di lasciare fuori più cose di quelle che include. Forse è più chiaro con un esempio: se scrivessimo una legge che dice che puoi sparare a chi ti arriva con la pistola in camera da letto, lasceremmo fuori il caso in cui ci si difende dal coltello in soggiorno. Più minuta è la casistica, più sono i casi che restano fuori». 

Il Ddl sul processo penale approvato in Senato prevede l’innalzamento della pena minima per reati che vanno dal furto in appartamento alla rapina: con quali effetti se sarà confermato alla Camera?

«Un rischio maggiore di finire in carcere per chi commette reati di questo tipo: con le norme attuali raramente si sconta in carcere una pena al di sotto dei 4 anni, se ne prendo sei però la probabilità aumenta anche in caso di attenuanti generiche».

C’è relazione tra la sicurezza e il numero di armi in circolazione?

«L’esperienza insegna che una società è più sicura quando a maneggiare le armi sono le persone deputate a farlo per mestiere e per dovere. Un privato cittadino, anche se va al poligono a sparare, non è addestrato a farlo nella situazione psicologica, di spavento e di rabbia, in cui ci si trova quando si tratta di reagire colti di sorpresa. Ci si dimentica troppo spesso di valutare che l’arma aumenta il pericolo per chi la impugna: anche un ladro può sentirsi legittimato a sparare per salvarsi la vita e di solito dei due è il più pratico di armi».

Ci sta dicendo che il processo non è l’unico rischio?

«È molto più sicuro prevenire con strumenti passivi, dall’antifurto alla vigilanza privata. La difesa spetta allo Stato: certo, non possiamo chiedere un agente dietro le spalle di ognuno, ma è giusto invocare risposte tempestive e uno sforzo per favorire contatti tra forze dell’ordine e cittadini: sta partendo il numero unico d’emergenza, speriamo che aiuti il coordinamento e l’efficienza. L’esperienza di indagini mi suggerisce un’altra riŽflessione: quante volte accade che l’arma regolarmente detenuta è servita a far finire in tragedia una relazione degenerata o una lite tra vicini? Ha senso temere il terrorismo dei lupi solitari senza preoccuparsi delle conseguenze di un’arma in mano a chiunque?».

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