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mercoledì 27 gennaio 2021
 
Un nuovo conflitto africano
 

In Etiopia è guerra civile: in fiamme il Tigray

16/11/2020  Dal 4 novembre sono cominciati scontri sempre più violenti fra l’esercito federale e quello del Tigray, con l’impiego di aviazione e carri armati. Poche le notizie, perché la regione è stata totalmente isolata nelle comunicazioni. Si parla già di centinaia di vittime. Abiy Ahmed Ali, premier etiope, si trova nel bel mezzo di un conflitto dieci mesi dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace

Il Primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali.
Il Primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali.

È passato meno di un anno da quando Abiy Ahmed Ali, Primo ministro etiope, è stato insignito del Premio Nobel per la Pace, e già si trova in guerra civile all’interno del suo Paese. Da qualche giorno, infatti, l’escalation delle tensioni fra il governo federale e quello regionale del Tigray ha lasciato la parola alle armi: scontri militari, raid aerei, utilizzo di carri armati e di forze speciali dell’esercito per – secondo lo stesso Abiy Ahmed - «riportare in Etiopia e nel Tigray lo stato di diritto». Invece, il Presidente del parlamentino tigrino, Debretsion Gebremichael, parla di invasione da parte delle forze armate di Addis Abeba.

Un conflitto che squassa l'Etiopia ma che rischia di incendiare l’intero Corno d'Africa: le forze militari del Tigray hanno rivendicato il lancio di alcuni razzi sull'aeroporto della vicina Asmara, capitale dell'Eritrea, il Paese “cugino” dell’Etiopia col quale Ahmed Abiy era riuscito a siglare la pace dopo 20 anni dalla guerra guerreggiata (1998-2000). I tigrini hanno dichiarato di aver lanciato i razzi perché l’Eritrea stava sostenendo l’esercito federale etiopico, fatto smentito recisamente dallo stesso governo di Addis Abeba.

I combattimenti proseguono da giorni, nel quasi totale silenzio informativo, perché dall’inizio degli scontri sono stati bloccate sia la rete internet che le linee telefoniche in tutta la regione. Dalle poche notizie che giungono sembra che le vittime siano già centinaia, sia militari che civili.

Quali le cause del conflitto civile? Alcune affondano nel passato, seppure recente, dell’Etiopia nata dopo la liberazione da Meghistu. È proprio dal Tigray che prese avvio la rivolta contro la sanguinaria dittatura, che portò alla liberazione del Paese africano nel 1991. Fu a quell’epoca che l’Eritrea, dopo un referendum, si staccò dall’Etiopia, mentre il potere ad Addis Abeba da allora  rimase nelle mani dei tigrini. Fino al 2018, quando è divenuto Premier Abiy Ahmed, di etnia oromo (che costituisce la maggioranza relativa nella popolazione etiope, costituita da molti gruppi etnici diversi). Fin dal suo insediamento, Abiy Ahmed ha avviato una rapida e profonda serie di riforme: ha liberato un grande numero di detenuti politici, liberalizzato l’economia, aperto al multipartitismo, messo in atto significative riforme nell’esercito e nei servizi segreti. Ha poi siglato la pace con l’Eritrea, successo che gli è valso il Nobel.

Non ha risolto, evidentemente, le questioni etniche che da sempre costituiscono un grosso problema nella gestione del potere nel Paese. È anzi probabile che il tentativo di riequilibrare il “peso” politico dei diversi gruppi etnici sia all’origine degli attuali scontri. Il Tigray si è trovato, da luogo del vero potere in Etiopia, a essere “provincia remota” dello Stato federale (si trova nell’estremo nord dell’Etiopia e conta il 6% della popolazione; l’Etiopia è il secondo Paese più popoloso del Continente, con circa 110 milioni di abitanti). Si sono riaccese probabilmente anche vecchie mire secessioniste che i tigrini hanno sempre coltivato. Abiy Ahmed ha deciso che non aveva altra scelta se non quella della forza.

L’innesco recente delle tensioni risale ad agosto scorso, quando il governo federale decise di rinviare le elezioni regionali a causa della pandemia. Il Tigray disobbedì: annunciò che le avrebbe tenute lo stesso, come in effetti è stato, nel mese di settembre scorso. Da quel momento è stato un crescendo di tensione e di scontri isolati fra forze armate federali e tigrine, fino all’episodio di un attacco nei confronti di alcune basi dell’esercito di Addis Abeba da parte del Tigray People Liberation Front (Tplf), l’ala militare del partito a maggioranza tigrina. Il 4 novembre scorso la risposta: Abiy Ahmed ha annunciato l’avvio di una vasta operazione militare che ha bombardato “obiettivi militari” nel Tigray. Il 7 novembre lo stesso Premier ha sciolto il parlamento tigrino e ha nominato un nuovo presidente regionale. Non solo: Abiy Ahmed ha anche rimosso il Capo di Stato maggiore dell’esercito federale, il capo della polizia e il ministro degli Esteri.

Profughi sudsudanesi in Etiopia.
Profughi sudsudanesi in Etiopia.

Una crisi che potrebbe estendersi ad altre regioni dell’Etiopia, ma che potrebbe anche “sconfinare” nei Paesi vicini del Corno d’Africa.

Si moltiplicano gli appelli internazionali alla pace. Anche perché la preoccupazione non è solo per la stabilità dell’Est Africa, ma anche per la crisi umanitaria che ne potrebbe conseguire: l’Etiopia ospita ancora centinaia di migliaia di rifugiati sudanesi e soprattutto eritrei, centomila dei quali in campi profughi nel Tigray, al confine con la vicina Eritrea.

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