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lunedì 30 marzo 2020
 
 

Lo psichiatra: "L'ansia si cura, mai rassegnarsi"

11/01/2014  Ma davvero con la paura si deve convivere? Ne parliamo con il professor Giovanni Andrea Fava, docente di Terapia Psicologica all’Università di Bologna e a New York: "L'ansia è una componente della vita, quando diventa patologica si cura. E se ne esce".

Giovanni Andrea Fava.
Giovanni Andrea Fava.

Ma davvero con la paura si deve convivere? Ne parliamo con il professor Giovanni Andrea Fava, docente di Terapia Psicologica all’Università di Bologna e a New York, che ha firmato con Elena Tomba, che insegna Tecniche di Valutazione Testistica all’Università di Bologna, per il Mulino, un agilissimo saggio intitolato Il panico.

Professore, esiste un’ansia fisiologica o l’ansia deve sempre destare allarme?
«L’ansia è una componente fondamentale della vita; se in una situazione di pericolo non si provasse l’apprensione che tiene desta l’attenzione, si  rischierebbe di più. L’ansia diventa patologica in situazioni particolari: la cosiddetta ansia generalizzata, per cui una persona si allarma in continuazione, ogni volta con un pretesto diverso. Oppure nei casi in cui la persona prova paura, disagio, malessere in situazioni che di per sé  non dovrebbero portare a queste reazioni. Sono le cosiddette fobie, la più importante è l’agorafobia: la paura di rimanere intrappolati. Sono questi stati fobici, spesso, a predisporre agli attacchi di panico: manifestazioni acute di paura, con sintomi violenti e la sensazione di stare per morire o impazzire».


 

G.A. Fava, E. Tomba, Il panico (Il mulino).
G.A. Fava, E. Tomba, Il panico (Il mulino).

Chi vive questo problema, se ne rende conto o rimuove?
«Si verificano situazioni diverse. Chi ha problemi di agorafobia di solito se ne vergogna, raramente chiede aiuto. Spesso né il soggetto né i familiari hanno la percezione che sia una malattia da curare. Chi invece ha l’attacco di panico è convinto che si tratti di qualcosa di fisico. Gira per specialisti: cardiologo, neurologo, otorino alla caccia dei sintomi. I medici hanno fatto progressi nel riconoscere il disturbo. Il problema è che spesso viene trattato subito con psicofarmaci».

E invece che si dovrebbe fare?
«Bisognerebbe cercare un approccio che vada all’origine dell’ansia, non perché si debba demonizzare il farmaco, ma perché il trattamento farmacologico è un aiuto temporaneo che cura il sintomo, ma cessa di essere efficace non appena si smette di prenderlo. In questo modo si posticipa il problema: un po’ come quando si prende l’analgesico per il mal di denti. Non è vero che dall’ansia non si guarisce; se noi affrontiamo le paure che sono alla base delle manifestazioni di panico, con metodi di autoterapia, risolviamo il problema, soprattutto quando abbiamo a che fare con ragazzi giovani. Bisogna prendere coscienza del fatto dentro di noi ­­ci sono le risorse per uscire da queste problematiche. Non dobbiamo rassegnarci a convivere col panico, ma lavorare con un approccio comportamentale per curarlo e superarlo».

 

 
 
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