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mercoledì 20 novembre 2019
 
 

Lotta al terrorismo all'africana

19/01/2014  Movimenti filo al Qaeda hanno messo in ginocchio, nell'ultimo paio d'anni, quattro Paesi africani. L'Onu e la comunità internazionale si sono dette molto preoccupate del fenomeno. Ma poi...

In Nigeria Boko Haram, in Somalia gli al Shabab, in Mali l'Aqim (Al Qaeda per il Maghreb Islamico), in Centrafrica Seleka. Tutti movimenti armati espressione dell'estremismo islamico, tutti più o meno dichiaratamente “filo al Qaeda”. Tutti così forti da aver messo in ginocchio i governi e gli eserciti dei rispettivi Paesi.

Guardando una carta del Continente, salta all'occhio che i quattro Paesi messi sottosopra dalle guerre civili “di matrice religiosa” vanno a formare quasi una cintura che taglia in due l'Africa centro settentrionale da quella australe. Già un paio d'anni fa si parlava, con forte preoccupazione, del rischio che si concretizzasse una “federazione del terrore” dei maggiori gruppi dell'estremismo islamico africano. Oggi si può dire che questa saldatura è avvenuta, anche se non in termini di un movimento politico-militare unitario, ma semplicemente come rete capace di dividere e condividere finanziamenti, armi e intelligence.

Naturalmente, come accade in realtà di dimensioni così enormi, l'andamento nei quattro Paesi è molto diverso: in Nigeria, Boko Haram ha impazzato per tutto il 2013 con attentati e azioni di sabotaggio in molti Stati della federazione nigeriana, tanto che due di essi sono ancora in stato d'emergenza. In Mali l'intervento militare francese iniziato nel gennaio 2013 ha costretto i gruppi estremisti ad arretrare e a “mimetizzarsi” nelle aree rurali e nelle montagne. Quanto alla Somalia, ha funzionato l'azione a tenaglia delle forze di pace interafricane, della missione internazionale antipirateria e, soprattutto, delle forze armate del Kenya, che hanno condotto pesanti campagne belliche in territorio somalo costringendo gli Shabab sulla difensiva, dopo aver perso molte posizioni strategiche. L'intervento kenyano è stato decisivo, col risultato, però, di portarsi il terrorismo in casa: l'azione al centro commerciale Westgate di Nairobi del settembre scorso è stato solo l'attentato più eclatante di una lunga serie, orchestrata dalla regia dell'estremismo islamico somalo. La situazione più difficile la vive il Centrafrica: la guerra civile prosegue furiosa e la crisi umanitaria è arrivata al punto più critico.

In Africa, tuttavia, il copione del terrorismo combattuto più per proclami che per azioni strategiche risolutive non è diverso dalle altri aree critiche del pianeta: si combatte, sì, ma non si vogliono mandare soldati dei Paesi ricchi (il ricordo della Somalia del 1992-1994 brucia ancora), si sostengono le popolazioni colpite dai conflitti, ma con risorse insufficienti e a singhiozzo. Si interviene, sì, ma sempre troppo tardi, quando il latte è versato (in Centrafrica i ribelli di Seleka avevano conquistato Bangui, la capitale; in Mali, i francesi hanno rotto gli indugi perché l'Onu non si decideva a muoversi e i gruppi islamici marciavano su Bamako).

E soprattutto si decidono i piani di intervento più con l'occhio al tornaconto occidentale che alla reale efficacia nel combattere gli estremisti/terroristi. L'esempio più evidente è proprio l'operazione anti-pirateria lungo le coste somale: una montagna di quattrini che serve di certo alla navigazione sicura dei nostri mercantili, ma non aiuta a pacificare la Somalia, risolvendo così alla radice il problema.

Insomma, anche in Africa, tanto fumo ma poco arrosto.

 
 
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