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sabato 31 ottobre 2020
 
 

Ma Grillo non può essere un "mandante"

26/02/2014  L'articolo 67 della Costituzione esclude il vincolo di mandato. Non perché ogni parlamentare faccia come gli pare, ma a tutela dell'interesse della Nazione. Non solo, quale Costituzione ha in mente chi vuole il "100 per cento", più di una maggioranza bulgara?

L’ha detto papale, anche se scherzando, Beppe Grillo neanche troppi giorni fa: «Io sono per una dittatura sobria». Al netto del paradosso, cifra stilistica forse necessaria del suo parlare, sul filo democrazia-dittatura il leader del Movimento 5stelle provoca spesso. L’aveva già fatto, poche ore prima della sparata sulla dittatura sobria, durante il confronto in streaming con Matteo Renzi: «Non sono democratico, non ti lascio parlare». 

Ma forse non sono queste le parole che devono preoccupare, troppo esplicite per essere vere. Altre, invece,  sono spie di un’interpretazione disinvolta della Repubblica parlamentare italiana come disegnata dalla Costituzione: l’avversione, più volte espressa,  all’articolo 67 per esempio, che recita così: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».

Al colmo della provocazione Grillo ha scritto: «Questo consente la libertà più assoluta ai parlamentari che non sono vincolati né verso il partito in cui si sono candidati, né verso il programma elettorale, né verso gli elettori. Insomma, l’eletto può fare, usando un eufemismo, il c. che gli pare senza rispondere a nessuno».  

Ma davvero i costituenti avevano in mente questo? A che serve lo scioglimento del vincolo? Ci soccorre, per spiegarlo meglio di come sapremmo fare noi, Elvio Fassone, autore del saggio Una Costituzione amica: «Lo scioglimento dal vincolo di mandato significa la consapevolezza che il «mandante», cioè il popolo, sia pure un popolo ristretto quale è quello della circoscrizione elettorale, può anche conferire un mandato occasionalmente egoistico o miope; può insomma chiedere al parlamentare qualche cosa che non rappresenta l’interesse della Nazione». Bene comune, scrive ancora Fassone, difficile da identificare, ma che la Costituzione aiuta a definire meglio di quanto non possano farlo «talora, le pulsioni interessate dei mandanti, o gli allettamenti prezzolati». Se c’è il rischio che sia interessato il mandato di una porzione ristretta ma rappresentativa di “popolo”, quanto è alto il rischio che lo sia quello imposto da un leader a capo di un partito (o movimento che dir si voglia)? 

C'è dell'altro. I partiti, per esempio. I 5stelle ci tengono a non definirsi un partito, ma un movimento: sognano una democrazia parlamentare pluralista senza partiti. Ma se fino a oggi nessuno è mai riuscito ad attuarne una con un sistema diverso da quello dei partiti - che pure non sono il migliore dei mondi possibili - senza farla diventare un’altra cosa ci sarà un motivo?

L'articolo 21. «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». Come si concilia con la richiesta di segnalare i giornalisti sgraditi per la rubrica giornalista del giorno?

Il 100 per cento. Quante volte abbiamo sentito dire al leader del movimento 5stelle: «Voglio il 100 per cento». E se fosse il caso di ricordare che una maggioranza bulgara si chiama così perché la Bulgaria del tempo in cui questa espressione è stata coniata non era precisamente una democrazia pluralista?

Ma 100 per cento è anche sinonimo di partito unico, di assenza di minoranze ed evoca fantasmi, di neanche cent’anni fa, che sarebbe meglio non risvegliareChi si esprime in questi termini, a proposito dell’architettura istituzionale, parlando spesso di Costituzione come di un valore da difendere, quale Costituzione ha in mente? È lecito chiederselo sapendo che la provocazione, colpendo l’emotività, sa essere convincente?      

 
 
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