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giovedì 12 dicembre 2019
 
Madre Canopi
 

Madre Canopi, santa Caterina e le madri della Chiesa

29/04/2019  Santa Caterina e le altre sante: il loro tratto specifico, dice madre Canopi (1931-2019), «è la maternità verso il popolo di Dio».

Con il mese di aprile si affaccia dal calendario liturgico una delle sante più note al mondo: la mistica Caterina da Siena. Nonostante la sua breve vita, appena 33 anni (fra il 1347 e il 1380), ella riuscì ad avere un ruolo molto significativo nella storia della Chiesa e della società del suo tempo. E non soltanto di quello, visto che nel 1939 papa Pio XII ha voluto proclamarla patrona d’Italia, insieme con san Francesco d’Assisi.

«È stata una vera innamorata di Cristo», sintetizza madre Anna Maria Canopi, fondatrice dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae di Orta San Giulio (Novara), che alla nascita venne battezzata proprio con il nome di Caterina. «La santa senese è l’immagine plastica della Chiesa che si prodiga in favore dei suoi figli, in un’epoca nella quale c’erano tanti contrasti, sia ideologici sia materiali. E lei ha speso ogni energia per favorire la pace e la riconciliazione, anche all’interno della comunità ecclesiale. Caterina è stata una donna dolcissima e forte nel medesimo tempo. Una donna che ha consumato la propria esistenza affinché la Chiesa fosse davvero santa e immacolata».

Quali altre figure femminili lei sente come modelli, come possibili fari per il nostro difficile tempo?

«Innanzitutto santa Teresa di Gesù Bambino: intravedo la sua semplicità e la via della confidenza nel Signore come modalità significative per il terzo millennio cristiano. Inoltre, io amo molto le martiri della fede. Quelle antiche, come Agnese e Cecilia, ma anche quelle recenti: un fulgido esempio è Edith Stein, la monaca carmelitana morta ad Auschwitz e canonizzata con il nome da religiosa di Teresa Benedetta della Croce. In quanto benedettine, noi abbiamo inoltre come punto di riferimento santa Scolastica, la mistica della contemplazione, sorella di san Benedetto da Norcia. A suo riguardo san Gregorio Magno scrisse nei Dialoghi: “Ottenne di più da Dio nella preghiera perché amò di più”. È una sentenza molto importante, in quanto san Benedetto è stato un uomo di Dio di grande sapienza, che ha insegnato a vivere e – sappiamo – ha fondato l’Europa cristiana. Tuttavia, nella gara della preghiera davanti a Dio per ottenere gli opportuni doni spirituali, sua sorella lo ha decisamente superato, in quanto ha espresso quella maggiore intensità di amore che è tipica del genio femminile. Santa Scolastica insegna la sapienza del cuore».

Guardando alla storia dei duemila anni del cristianesimo, quale significato riveste la santità femminile?

«Bisogna ovviamente partire dalla consapevolezza che la santità è una sola: quella che Dio ci partecipa personalmente. Però, tale santità assume poi le caratteristiche della nostra natura umana, che ovviamente nella donna è quella della femminilità. Perciò essa si manifesta con quelle doti, generalmente presenti nell’elemento femminile, dell’attenzione estrema verso la vita, dello spirito di sacrificio, di un amore intriso di tenerezza e anche di una spiccata tendenza alla contemplazione. Nelle donne sante vedo una particolare coloritura della santità, intesa come dedizione a tutto tondo. Quando una donna è santa, esprime sempre un servizio intenso e smisurato in favore della vita, in ogni suo aspetto. E, anche se non è sposata, ciò che caratterizza maggiormente la sua adesione alla volontà di Dio – che è poi la sintesi della santità – è la capacità di maternità, fisica o spirituale che sia. Ella è veramente “socia del Signore” per dare e per conservare la vita».

Per molto tempo il “tipo” della santità femminile è stato rappresentato dalle consacrate. Oggi lei nota l’affermarsi di un cambiamento di prospettiva, oppure le laiche e le madri di famiglia recentemente beatificate e canonizzate rappresentano un’eccezione?

«Io ritengo molto positivo il fatto che la Chiesa abbia preso concretamente coscienza di questa “nuova” santità femminile. Anch’io, pur vivendo in monastero, scopro continuamente – tramite l’incontro con tante persone che si riferiscono a noi – una santità diffusa nelle donne, e specialmente nelle madri. Ci sono tantissime mamme che, nel silenzio e nel nascondimento, sono veramente sante, anche se non verranno mai elevate all’onore degli altari. Nel medesimo tempo, mi rendo pure conto che, quando la donna si snatura e abbandona la sua vocazione originaria, non corre soltanto il rischio di perdere ciò che ha di più bello e prezioso, ma deturpa anche il volto della società. Quante storie ci raccontano di spose che abbandonano la famiglia, di mamme che lasciano i figli per inseguire un miraggio di egoistica felicità, cercando una soddisfazione che in seguito si rivela illusoria e genera sofferenze. La donna santa, invece, è sempre consolatrice».

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