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sabato 11 luglio 2020
 
Maira Trevisan
 
Credere

"Graziata" da sant’Antonio nel terremoto del Friuli

05/05/2016  Maira Trevisan aveva solo quindici giorni quando, esattamente quarant’anni fa, il sisma distrusse la sua casa. Data per morta dai genitori, fu estratta dalle macerie quando si era persa ogni speranza. «In paese mi chiamavano "la miracolata"»

Sorriso aperto, grandi occhi verdi e una voce solare. Maira Trevisan, 40 anni appena compiuti il 21 aprile, si presenta così. Con una gratitudine che le si legge dentro, forse perché sa di essere nata due volte. Originaria di Majano del Friuli – il secondo Comune più colpito dal terremoto che contò 130 morti tra i suoi abitanti – Maira aveva appena quindici giorni di vita, quando quel terribile sisma segnò l’esistenza della sua famiglia: «La sera del 6 maggio stavo dormendo nella mia culla», inizia a raccontare, dando voce a ciò che i suoi genitori le hanno trasmesso, «e poco prima delle 21 ci fu una prima scossa di terremoto, breve ma intensa. Mia madre venne a vedere se stavo bene e poi uscì sul pianerottolo a parlare con i vicini di casa perché lo spavento generale era tanto. Fu in quel momento che arrivò la seconda terribile scossa. Il “Condominio Udine”, dove abitavamo, pur essendo di recente costruzione, crollò quasi immediatamente. Mio padre si sentì mancare la terra sotto i piedi e rimase lucido e cosciente tutto il tempo. Mi raccontò che mancò la luce e la tv si spense, lasciando sullo schermo quel caratteristico punto dei televisori a valvole».

SEPPELLITI DALLA MACERIE

Tutta la famiglia è sotto le macerie. Il padre, Ennio, riesce a riemergere da solo dopo qualche minuto e corre da sua madre, che abita a un chilometro da lì. La madre di Maira, Franca, e la sorella, Doris, saranno estratte dalle macerie dopo parecchie ore, in discrete condizioni di salute. Tutti vengono trasferiti all’ospedale di Udine per le cure, ma sia Franca che Ennio non sanno di essere vivi entrambi.

LA CERCAVANO TRA I MORTI

  

Il racconto di Maira prosegue: «I miei familiari, credendomi morta, cercavano il mio corpicino tra i cadaveri della palestra-obitorio. Ma non riuscivano a trovarmi». Nel frattempo, un giovane di Fagagna (un paese limitrofo), Giorgio Ziraldo che all’epoca aveva 19 anni, venne a Majano in cerca di un suo amico, „fidanzato con un’inquilina del condominio di Maira: «Il suo amico, purtroppo, venne trovato morto abbracciato alla sua ragazza... ma mentre era lì, in quel silenzio spettrale, Giorgio sentì un vagito». In mezzo a quello scenario di morte, non coglie immediatamente di cosa si tratti. Ma continua ad ascoltare. E quando capisce che quel vagito è proprio quello di un bambino, guida le mani dei soccorritori. Un grande masso viene rimosso: «Proprio lì sotto hanno trovato me a pancia in giù nella mia culla. Ero viva». Le mani di Giorgio, che la prende subito in braccio, le ridonano la vita. Poi la piccola Maira viene affidata alle mani di Renzo Burelli, amico di Giorgio, che la porta all’ospedale di Udine. Nei giorni seguenti la voce inizia a spargersi: «Fu mio padre, che il 7 maggio aveva ritrovato mia madre e mia sorella vive, ad accorrere all’ospedale per vedere se quella bambina salvata fossi io», prosegue Maira. Difficile la procedura di riconoscimento: i medici parlano di una bambina di tre mesi, perché è piuttosto cicciottella e l’età non combacia con quella indicata dal padre. Ma poi «papà si ricordò di una fossetta che avevo sul mento: fu grazie a quel segno particolare che potei tornare nelle sue braccia».

PROTETTA DA SANT’ANTONIO

Tante mani hanno ridato la vita a Maira. Eppure lei crede che a salvarla sia stata l’intercessione di sant’Antonio di Padova: «Mia madre, donna molto credente, usava mettere nella mia culla l’immaginetta del santo, ritrovata, tra l’altro, accanto a me. Se sono qui a raccontare la mia storia lo devo anche a lui», a‘fferma. Mamma Franca e papà Ennio andranno fi’no a Padova a ringraziare il “Santo” per la straordinaria grazia ricevuta. E la piccola in paese si guadagna il soprannome di “miracolata”: un appellativo che non le pesa, ma che, nel tempo, le fa prendere consapevolezza del dono che ha ricevuto. «Le persone che mi incontravano avevano sempre belle parole per me», racconta con emozione, «perché, forse, in mezzo a tutte quelle storie tragiche, di morte e distruzione, io ero percepita come un miracolo della vita, un segno di speranza».
La famiglia di Maira, come tante altre famiglie, con il terremoto perde tutto: la casa, la carrozzeria del padre (messa su con tanti sacrifi’ci al rientro da 21 anni di emigrazione in Venezuela), ma, come tutti i friulani, ricomincia da capo. Dal giorno dopo. «Avevamo perso tutto, ma avevamo la vita», confi€da ancora Maira, «una fortuna che non è capitata a molti. Noi eravamo l’unica famiglia del nostro condominio a essere interamente salva». L’infanzia di Maira prosegue, con poca spensieratezza, perché €n da piccola sentiva la responsabilità della ricostruzione: «Ricordo che mettevo da parte i soldi per la casa nuova e ogni giorno andavamo a vedere il buco lasciato dalla nostra casa crollata e vedevo una bambola sul fondo». Dopo cinque anni vissuti in un prefabbricato, €finalmente l’ingresso nella nuova abitazione: «È stato il giorno più bello della mia vita».
E Giorgio? «Dopo la sera del 6 maggio perse le mie tracce, ma con grande discrezione mi ha cercata per tanto tempo. Ci siamo incontrati dopo vent’anni e da quella volta siamo rimasti sempre in contatto e non c’è anniversario del terremoto nel quale non ci incontriamo. Per me lui è come un fratello». E questa vita ridonata Maira sa di averla ricevuta per compiere una missione: «Io dovevo rimanere viva per poter assistere i miei genitori nel momento della malattia con tutto l’amore che avevo». E ora che mamma e papà non ci sono più, Maira continua nella sua seconda missione: quella di ridare speranza agli altri attraverso il valore della memoria.

Il fatto. Una tragedia con mille morti

  

6 maggio 1976, ore 21: una scossa di terremoto di 6,5 gradi Richter (preceduta un minuto prima da una di 6° grado) fa tremare il Friuli. Quasi 1.000 i morti, circa 40 i Comuni rasi al suolo e molti altri gravemente danneggiati, 2.000 i feriti, 60 mila i senzatetto. L’11 e il 15 settembre dello stesso anno avvennero due nuove devastanti scosse. Poi la coraggiosa ed esemplare ricostruzione: in un decennio il Friuli è risorto dalla sue stesse macerie. Il 40° anniversario del terremoto sarà ricordato il 5 maggio alle ore 17 nel duomo di Gemona con una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo di Udine, monsignor Andrea Bruno Mazzocato, e concelebrata dai vescovi delle diocesi gemellate, provenienti da tutta Italia, che contribuirono alla ricostruzione.

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