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sabato 21 settembre 2019
 
corruzione
 

Tangentopoli a volte ritorna?

17/05/2019  Gli arresti in Lombardia per mazzette di queste settimane suscitano un interrogativo: siamo di nuovo ai tempi di Mani Pulite? Lo abbiamo chiesto al professor Alberto Vannucci, tra i maggiori studiosi di corruzione in Italia.

A Milano c’è in corso un’indagine su reati di natura corruttiva con un centinaio di indagati. A Legnano un’altra inchiesta ha portato all’arresto del sindaco, del vicesindaco e di un assessore. Sono soltanto le ultime di una lunga serie. I numeri e alcuni altri fenomeni, il fatto per esempio che a Milano ci siano persone che scelgono di rendere dichiarazioni ai magistrati senza essere convocate, fanno pensare ad analogie con i tempi di Mani Pulite. Abbiamo chiesto ad Alberto Vannucci, professore ordinario di Scienza Politica ed Etica e politiche per l'integrità nell'amministrazione in Scienza politica all’Università Sant’Anna di Pisa, di aiutarci a capire meglio.

Professor Vannucci, Tangentopoli non è mai finita? Ci sono analogie con il passato?

«Le modalità di corruzione del tempo delle indagini di Mani pulite sono finite nel momento in cui i principali partiti politici della prima Repubblica, che fungevano da agenti regolatori di quel sistema illegale, sono scomparsi dalla scena politica. Nessuna delle indagini in corso o recenti, da quest’ultima milanese a quella del Mose, potrà riprodurre l’effetto a valanga di quelle dei primi anni Novanta, perché è venuta meno l’interconnessione dei fenomeni corruttivi che c’era allora e che dipendeva dal fatto che all’epoca a garantire il sistema erano i principali partiti a livello nazionale, mentre la corruzione di oggi, anche organizzata, pervasiva e diffusa, ha un’origine locale, in più centri indipendenti tra loro».

Da allora però non vedevamo la disponibilità a collaborare spontaneamente con i magistrati che si sta riproponendo ora a Milano. Quali riflessioni le suscita questa analogia?

«In parte forse dipende dalle norme anticorruzione approvate lo scorso dicembre, che incoraggiano percorsi di collaborazione. Ma c’è anche un altro aspetto: nell’ombra si sono riciclati, all’interno di nuovi fenomeni di corruzione, personaggi che erano già all’opera allora. La mia preoccupazione è che vi sia da parte dei partecipanti a queste attività illegali la percezione che, anche dopo una collaborazione con i magistrati, troveranno comunque il modo di rientrare in quei circuiti, capitalizzando informazioni, conoscenze, potere di ricatto che si sono costruiti negli anni passati».

Già in passato si è notato che l’esperienza nella corruzione fa, per così dire, curriculum. Come non scopriamo adesso che in Lombardia ci sono connessioni tra fenomeni corruttivi e criminalità mafiosa. Che cosa ci dicono in merito le indagini in corso?

«Rafforzano una preoccupazione di molti: anche in territori di non tradizionale insediamento, soggetti che hanno una riconoscibilità come emissari delle organizzazioni mafiosi sempre più frequentemente (o sempre più frequentemente scoperti) entrano in circuiti di scambio corrotto. È interessante e preoccupante notare che il loro ruolo non è soltanto quello passivo di chi reinveste capitali di provenienza illecita o di chi si presta a entrare nel circuito dei subappalti, ma è una presenza, attiva e talvolta persino richiesta, che serve a consolidare la rete che lega tra loro i partecipanti allo scambio della corruzione».

Può spiegarlo con un esempio per capire meglio?

«Se in un cartello di imprenditori che si spartiscono gare di appalto entra uno che si sa emissario di un’organizzazione mafiosa, la sua presenza funziona a garanzia di efficacia del patto corruttivo, perché può far valere il deterrente dell’intimidazione mafiosa per scoraggiare chi sia tentato di non stare al gioco. Siamo oltre il tradizionale ruolo parassitario delle imprese mafiose che si ritagliano una rendita derivante dalla corruzione».

Ogni volta che le indagini svelano reati appartenenti alla sfera della corruzione, si tende a guardare il dito e non la luna: invece di preoccuparsi di quello che emerge, si cerca di mettere in dubbio l’indipendenza degli inquirenti. È un malcostume italiano o capita anche all’estero?

«Di fronte a fenomeni di corruzione diffusa e alle indagini che si moltiplicano e in cui vengono coinvolti amministratori pubblici, la difesa più facile e spendibile a livello mediatico è quella di rovesciare la prospettiva e sostenere che queste inchieste riflettono il presunto orientamento di questo o quel magistrato. Direi che basta notare il fatto che le indagini negli anni sono trasversali al colore politico per smentire questa tesi. Anche all’estero accade, ci si difende dicendo che tutto è infondato, che è una forma di persecuzione, che c’è un coinvolgimento improprio. C’è, però, un’altra distorsione informativa su cui vale la pena di soffermarsi: quando si scopre un patto corruttivo, l’attenzione dei media si concentra sulla controparte politico-istituzionale dello scambio corrotto e sottovaluta la parte imprenditoriale. Questo accade perché la corruzione politica è avvertita come più grave, perché viola un patto di fiducia con gli elettori. In realtà dalle indagini emerge che il ruolo guida lo giocano i referenti imprenditoriali, facilitatori che si tengono a libro paga i politici. Il riflettore mediatico puntato sui politici fa sì che si sottovaluti la percezione della pericolosità di questi imprenditori, che si arricchiscono scavando voragini e nei bilanci pubblici e realizzando male a costi iperbolici le opere pubbliche».

Negli slogan della politica convivono, non senza contraddizioni, “spazzacorrotti” e “sbloccacantieri”. Che effetti possono avere sui fenomeni corruttivi?

«Da un lato la legge “spazzacorrotti”, pur contendo alcuni aspetti condivisibili, crea aspettative destinate ad andare deluse: non spazzerà la corruzione, che è fenomeno complesso, che di richiede un profondo cambiamento socio-culturale, con una legge o con un hastag. Dall’altro lato mi pare pericoloso il fatto che si reintroducano attraverso un decreto legge come lo “sbloccacantieri”, ora in corso di conversione, novità potenzialmente criminogene in un settore molto sensibile come quello degli appalti, allentando vincoli e creando meccanismi decisionali che già in passato si sono rivelati adatti a favorire fenomeni corruttivi».

Più cavillosa è la burocrazia, più occasioni di corruzione si creano. Più si snelliscono i controlli, più si violano le regole. Come se ne esce?

«Una burocrazia lenta, complessa e farraginosa è brodo di coltura della corruzione. Ma davvero si pensa di risolverla con lo “sbloccacantieri” che permette a soggetti di nomina partitica di gestire in deroga i processi decisionali secondo una logica emergenziale? È questa la chiave di volta? Non sarebbe invece quella che da anni viene ipotizzata: una riforma profonda dell’apparato amministrativo che valorizzi le competenze tecniche, che lo renda più orientato a un controllo di risultato, anziché a controlli formali come oggi? Studi scientifici ed esperienze straniere ci dicono che per contrastare la corruzione serve una vera trasparenza dei percorsi decisionali e del rendiconto di quanto viene speso. Perché in Italia non riusciamo ad arrivarci? Non sarà che a troppi conviene che la corruzione non si contrasti?».

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