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sabato 24 ottobre 2020
 
ABORTO
 

«Tutto il processo di morte è sulle spalle delle donne»

13/08/2020  Ru 486, non ha dubbi Marina Casini Bandini, presidente nazionale del Movimento per la Vita: le nuove disposizioni del ministro Speranza non fanno che aggravare la situazione di solitudine e dolore. «La vera tutela sta dalla parte dell’accoglienza della vita, perché madre e figlio stanno dalla stessa parte. Ed ecco perché sono sempre più importanti i centri di Aiuto alla Vita presenti in tutta Italia»

Marina Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita
Marina Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita

Il ministro Roberto Speranza annuncia con un tweet le nuove procedure rispetto all'assunzione della pillola RU486 e la scelta di semplificare la procedura dell'aborto, eliminando il ricovero e spostando a 9 settimana la possibilità di assumerla scuote le coscienze. Ne parliamo con Marina Casini Bandini, presidente nazionale del Movimento per la Vita. «La RU486” è solo in apparenza una semplificazione. L’eliminazione del ricovero e lo spostamento a 9 settimane per assumerla, rispondono a una logica ideologica. Fermo restando che non dovremmo mai dimenticarci che stiamo parlando di uccidere un essere umano - un figlio - prima che nasca, sono risaputi gli effetti nefasti sull’organismo della donna. Pertanto, l’assenza di ricovero e dunque di sorveglianza medica, espone la donna a rischi, anche gravi, per la sua salute (ci sono dati e testimonianze). L’allungamento del termine fino a 9 settimane è pretestuoso perché, la pillola RU486 è calibrata per agire al massimo fino alla settima settimana; successivamente diminuisce la sua efficacia mortifera in modo importante e, tra l’altro, la letteratura scientifica sottolinea rischi maggiori per la donna proprio con l’avanzare della gravidanza».

Cosa vuol dire questa scelta? È un modo per "banalizzare" l'atto dell'aborto?

«Vuol dire impedire lo sguardo sul concepito, agire come se lui non ci fosse. La banalizzazione dell’aborto con la RU486 è funzionale a questo, così come il linguaggio (interruzione volontaria di gravidanza, “IVG”), le menzogne, le censure. Cosa c’è di più banale che tenere tra due dita una pasticca e bere un bicchier d’acqua? Questa modalità per abortire ricorre a un gesto comune che si consuma in un attimo, quotidianamente ripetuto quasi senza accorgercene, e questo fa svanire la consapevolezza che si sta compiendo un atto che va a togliere la vita a una creatura priva di ogni difesa. La privatizzazione (l’aborto a domicilio) viene di conseguenza: che bisogno c’è di avere sorveglianza medica se basta bere un po’ d’acqua? Ecco perché è importante ripetere che il concepito è uno di noi! Per svegliare le coscienze e metterci davvero su un più elevato e autentico cammino di civiltà».

Alcuni sostengono che non si tratta di banalizzare l’aborto, ma di permettere alla donna di scegliere uno strumento meno invasivo

«Premesso che alla luce delle complicanze per la donna è azzardato parlare di non invasività, rispondo comunque che non c’è nulla di più invasivo che uccidere qualcuno – e il concepito è qualcuno - specialmente se non può in alcun modo difendersi».

È un modo per risparmiare sulle spese mediche?

«Certamente. Un bel risparmio di risorse per la sanità! Per risparmiare sui costi assistenziali, si agevolano percorsi di completa solitudine delle donne di fronte ad una gravidanza difficile o inattesa. Trionfa la mentalità utilitaristica che subordina la persona al vantaggio economico».

C'è compatibilità giuridico etica con la 194?

«No, perché tra i motivi che hanno portato alla legge 194 vi è la tutela della salute della donna esposta ai rischi della clandestinità. L’aborto è stato strutturato come “servizio pubblico e gratuito”: la collettività si fa carico del “problema” in modo da sottrarre la donna all’aborto privato e/o domiciliare (si parlava di “aborto collettivizzante”, secondo lo slogan “socializzare per prevenire”). Infatti, l’art. 8 prevede in sintesi gli aborti possano essere praticati nelle strutture pubbliche ospedaliere e nei primi novanta anche presso case di cura autorizzate dalla regione e presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione. Tutto questo è raccapricciante se pensiamo che lo Stato mette la sua forza a servizio della uccisione di creature innocenti e inermi. Tuttavia, nella lettera della legge non è contemplata la “privatizzazione” dell’aborto, né è l’idea che l’aborto sia un “diritto” individuale. Tanto è vero che la Corte Costituzionale nel 1997 ha respinto la richiesta di un referendum radicale che voleva abolire i pur deboli filtri all’aborto presenti nella 194 e lo ha fatto ricordando anche il diritto alla vita del concepito.»

Si obietta, però, che la legge consente l’aborto anche nei poliambulatori pubblici e non necessariamente in ospedale…

«Bisogna riflettere sulla differenza tra aborto chirurgico e aborto farmacologico (con la RU-486). Nel primo caso il distacco e l’espulsione del figlio avvengono contemporaneamente; nel secondo caso no. Insomma, l’aborto mediante RU486 è più incerto, più lungo e più doloroso. Per questo, l’AIFA (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009) aveva autorizzato l’immissione in commercio della RU stabilendo che «deve essere garantito il ricovero […] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico». L’eventuale dimissione volontaria di una donna che dopo aver assunto in ospedale la RU-486 lascia il presidio sanitario e ci torna semmai al momento dell’espulsione, è cosa diversa dalla programmazione di un regime di intervento frazionato sapendo che i rischi per la salute della donna imporrebbero la continuità del ricovero. L’assunzione della RU486 al di fuori di un regime di sorveglianza sanitaria è anche al di fuori della legge 194 che comunque resta “integralmente iniqua”».

Che ripercussioni ha sulle donne?

«Rispetto all’aborto chirurgico è provata una incidenza assai più alta di eventi avversi sulla donna; gli effetti collaterali vanno dalla nausea, al vomito, a forti dolori addominali, alla dissenteria, a disordini endocrini, fino a emorragie irrefrenabili e sono registrati anche esiti letali. Spesso da casa è stato chiamato il 118 per correre in ospedale. Sono tutte ripercussioni documentate. Alcune donne che ci sono passate lo hanno raccontato. È dunque una falsità dire che la RU486 tutela la salute delle donne; è una propaganda ideologica che non tiene conto di tre realtà: quella del bambino nel grembo della sua mamma (che viene ucciso con questo “pesticida antiumano” come lo chiamava Lejeune); quella della donna (che viene ingannata è abbandonata); quella dei reali effetti di questa pillola chiamata con la sigla RU-486».

Si parla di pillola, ma in realtà sono due da assumere

«Sì, infatti, in realtà le pillole sono due: una a base di mifepristone, ormone antiprogestinico che causa la morte del concepito e un’altra (da assumere dopo circa 48 ore) a base di misoprostolo, una prostaglandina che, provocando le contrazioni uterine, determina l’espulsione del figlio dal grembo. Una “tempesta ormonale”. Di solito si parla di “pillola” perché si fa riferimento alla prima. Come ripeto, tutto questo è tutt’altro che una “passeggiata” e del resto si ricava anche da qualche anticipazione riguardanti le nuove linee guida: le donne che assumono la RU486 non dovranno essere sole a casa, non dovranno essere particolarmente ansiose né avere una bassa soglia del dolore. Questo la dice lunga, ed è perciò grave che non venga mantenuto il ricovero in osservazione, necessario proprio per garantire la sorveglianza sulla salute della donna. Di conseguenza chi ha a cuore le donne non può vedere queste linee guida con favore, a meno che non abbracci una bandiera ideologica».

Comporta anche dei rischi sulla salute psichica delle donne?

«Basti pensare che tutto il processo di morte, dall’assunzione della prima pillola all’espulsione del figlio, è scaricato sulla donna. È lei che tra le pareti di casa, deve “ascoltare” ciò che avviene nel suo utero e cogliere i segnali del “distacco”; è lei che deve essere pronta ad assumere gli antidolorifici quando arrivano i crampi più violenti, è lei che deve sapere come fare di fronte al flusso di sangue che presto o tardi arriverà, è lei che ha la responsabilità di portare a termine l’“operazione” con tutte le possibili complicanze del caso… Uno scenario tristissimo di morte e solitudine che rende prevedibilmente ancora più pesante la ferita psicologica che l’aborto volontario comunque reca alla donna. Una ferita che prima o poi si fa sentire e che non si rimargina facilmente. Proprio in questi giorni mi ha scritto Teresa, una volontaria al servizio della vita nascente: «Ho avuto un colloquio con una mamma che ha abortito circa 24 anni fa e non riesce ancora a perdonarsi… se solo sapessero (o avessero il coraggio di ammettere) quale devastazione della persona provoca un aborto, non abortirebbero». Tuttavia non dimentichiamo lo splendido pensiero che San Giovanni Paolo II ha rivolto nell’Evangelium Vitae alle donne che hanno fatto ricorso all’aborto».

Non è assurdo che su un tema importante come quello dell’aborto, quando in gioco è la vita di un essere umano, il dibattito si concentri solo sui mezzi per abortire che tutelano di più la salute della donna?

«Infatti. La tutela della donna sta dalla parte dell’accoglienza della vita, perché madre e figlio stanno dalla stessa parte. Il vero dramma è l’aborto in sé a prescindere dal metodo e dalla sede in cui si effettua, la sua legittimazione sociale, il suo essere considerato un “servizio” che lo Stato deve offrire, addirittura un “diritto” quando dei diritti umani è la distruzione. Ecco è perché è fondamentale tenere sempre ben presente che il concepito è “uno di noi”, lo dice la scienza e lo riconosce la ragione, e liberare la donna dai condizionamenti che la inducono all’aborto. Quante donne, se fossero state davvero libere, non avrebbero abortito! Libere dalle pressioni altrui; libere dal senso di angoscia, smarrimento e preoccupazione per una gravidanza difficile o inattesa. Soprattutto libere dalla menzogna che, approfittando proprio della fragilità del momento, dice che è solo un “grumo di cellule”».

E dunque occorre sapere che esistono i centri di Aiuto alla Vita e rafforzarne la rete…

«Certamente, perché – come è iscritto nel DNA dei I Centri di Aiuto alla Vita – “le difficoltà non si superano sopprimendo la vita ma superando le difficoltà”. L’esperienza dei Centri di Aiuto alla Vita, è ormai consolidata, vasta, ricchissima, e nel corso degli anni integrata dai servizi “Progetto Gemma” e “SOS Vita”. Da oltre 40 anni, presenti in tutta Italia, essi operano non “contro” la donna, ma “con” lei, tendendo mani e aprendo braccia, rompendo solitudini e instaurando legami di amicizia che spesso vanno oltre la nascita dei bambini, facendosi carico dei problemi, accompagnando le donne nella ricerca di soluzioni, offrendo gli aiuti necessari, togliendo di mezzo le cause che spingono verso l’aborto, proponendo percorsi di accoglienza e così restituendo alla donne l’innato coraggio di dire “si” al proprio figlio che vive e cresce dentro di lei. La fiducia, la serenità e spesso anche l’autostima, seguono di conseguenza. Le nascite sono tutt’uno con la gioia delle mamme».

Cosa chiedono le donne quando vengono da voi, di cosa hanno bisogno?

«È fondamentale il primo impatto, il calore e l’empatia del primo incontro. Prima di dare “cose” bisogna aprire il cuore». Così mi diceva Bruna, da anni e anni volontaria del Centro di Aiuto alla Vita di Bassano del Grappa, e poi aggiungeva: «L’accoglienza è il ricordo che poi rimane nel cuore della mamma; è importante da subito lo sguardo che abbraccia e avviare una relazione di fiducia e amicizia il resto viene dopo».

Proprio mentre il ministro Speranza annunciava questa novità ricorreva il primo anniversario dalla scomparsa di Paola Bonzi. Dal 1984 grazie all'aiuto del "suo" Cav Mangiagalli sono nati 22.633 bambini. Ha un ricordo personale?

«Più di uno. L’ho conosciuta in occasione del seminario per giovani “Vittoria Quarenghi” che si tenne al Passo della Mendola nel 1986 e con la quale sono rimasta in contatto incontrandola a qualche convegno, scrivendoci, o conversando al telefono. La chiamai qualche anno fa per una situazione davvero difficile e ricordo con quanta gioia mi telefonò per dirmi che la mamma aveva detto “sì”. Era serena, Paola. Forte e garbata, umile e tenace, sempre pronta a farsi lei stessa grembo per quelle mamme tentate dall’aborto per una gravidanza difficile o inattesa. Faceva entrare in una dimensione calda e umana – fatta di ascolto, fiducia, speranza, sostegno, accoglienza – le donne che il freddo dell’indifferenza e di una cultura menzognera trascinavano verso la rinuncia a dare alla luce il proprio figlio o la propria figlia. La luce. Lei, non vedente, accendeva la luce nella vita delle “sue” mamme di cui amava la luce dei sorrisi quando fioriva il sì alla vita. E ripeteva sempre che i bambini nascono grazie alle loro mamme, se aiutate in un momento di smarrimento, perché è nel cuore della donna che risiede il sì alla vita».

Un appello ai nostri politici e al Governo?

«Cambiare rotta! Bisogna pensare a una politica davvero a servizio della vita e della maternità. Sarebbe da prendere in considerazione la via suggerita da Eugenia Roccella e Assuntina Morresi in un articolo su Avvenire (“Appello ai governatori: ascoltate scienza e coscienza sulla Ru486, 12 agosto”): facendo leva sul fatto che le linee guida non sono vincolanti e sull’autonomia organizzativa regionale del nostro Sistema sanitario nazionale, fare appello alle amministrazioni sanitarie locali affinché optino per protocolli diversi da quelli ministeriali lasciando la possibilità del ricovero ospedaliero ordinario e comunque organizzando una sorveglianza clinica specifica per chi segue il percorso RU486. Come dicevamo, però, la questione va oltre il metodo abortivo e investe il senso dello Stato nel suo essere difensore dei più deboli. Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con strumenti di più alto profilo e di maggiore efficacia della sanzione penale. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di Aiuto alla Vita, affinché siano unicamente ed esclusivamente un’autentica alternativa alla c.d. “IVG” e quindi una risorsa per la salute e la serenità delle donne».

 

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