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sabato 04 luglio 2020
 
 

Mario Vielmo, il veneto che cammina "sopra le nuvole"

19/07/2013  Classe 1964, di Vicenza, il 20 maggio scorso ha conquistato il suo nono 8.000. "Non lo faccio, perché lo fanno gli altri. Io arrampico per non precipitare".

L'intorpidimento della sveglia mattutina. Il senso di inquietudine. L'insoddisfazione. Quel non so che impossibile da definire. Capita a tutti di sentirsi così. Bisogna lasciar andare. Mario invece sa che è venuto il momento di «camminare sopra le nuvole». E non è una metafora. Mario Vielmo, classe 1964, originario di Lonigo (provincia di Vicenza), il 20 maggio scorso ha conquistato il suo nono 8.000, il Kangchenjunga, nell'Himalaya, al confine fra il Nepal e lo stato indiano del Sikkim. Finora unico veneto ad aver raggiunto la cima della terza montagna più alta del mondo, 8.586 metri, e una delle più faticose. Due falangi in congelamento, il minimo che può capitare, in un'impresa così straordinaria, purtroppo funestata dalla morte di cinque persone.

«Un po' ve la tirate, voi élite dell'arrampicata», dico scherzando. Ma questo grandissimo himalaysta vicentino, guida alpina perennemente alla ricerca del “momento perfetto”, parla delle sue imprese con la stessa naturalezza di chi racconta di aver vinto una partitella di tennis. «Non faccio questo, perché gli altri non lo fanno». Racconta quasi con pudore delle sue scalate. «Arrampico per non precipitare». Dietro c'è la riflessione di una vita, che non è facile trasmettere agli altri.

Mi parla di passione, di ricerca di emozioni, di volontà ferrea: «Se vuoi, puoi», dice quando incontra i ragazzi delle scuole. «Ma attenzione, mai perdere di vista l'obiettivo. Vincere costa fatica, trovare la strada costa fatica». E la strada quando sei a 8.000 metri di altitudine, e a 35 gradi sotto lo zero, la devi saper trovare per forza. Ne va della tua vita. Ma, quando ce la fai, «ti senti libero, sereno. Testa, cuore e anima finalmente in pace. Attorno, lo spazio immenso, tutto è più grande. Le montagne sono giganti, grattacieli di pietra e di ghiaccio. Provi rispetto per questa natura al cui cospetto ti senti piccolo, piccolo».

Le spedizioni durano un paio di mesi, perché c'è tutto il periodo dell'acclimatamento, poi bisogna considerare le condizioni atmosferiche. Quando si decide che è arrivato il momento per conquistare la vetta?

«Devi sentirti pronto, devi essere al massimo, dal punto di vista fisico e psicologico. Conoscere il proprio corpo è importante, ma conoscere la propria mente lo è ancora di più, perché è lì che alberga la paura. Servono anni di esperienza, perché quello mentale è un mondo difficile da conoscere, perché può cambiare, anche repentinamente. Siamo fragili, anche se magari siamo fortissimi fisicamente. Devi sapere che puoi essere vulnerabile in qualsiasi momento».

Mai stato preso dal panico?

«Panico mai, paura tanta. Capita che ci si trova in situazioni in cui la natura reagisce in maniera imprevista. Una valanga, un temporale improvviso, pietre che si staccano. Non tutto si può prevedere. Confrontarsi con le forze della natura, significa confrontarsi con sé stessi. Senza la paura, non sarebbe avventura, ma follia. Il panico, invece, è nemico, perché ti porta a fare cose insensate, irrazionali, ti sconnette dalla realtà, quasi come se un'altra forza ti guidasse e tu non fossi più padrone di te stesso. Se sei in panico, significa che hai già superato la soglia. Perdere il controllo è mortale. Stare concentrato è l'unica carta che ti puoi giocare. Ho rischiato spesso la pelle. Mi scatta un meccanismo di autodifesa stranissimo, quasi paradossale. È come se mi sentissi invulnerabile, come se fossi in grado di vincere le forze che mi si oppongono. La verità è che sono stato fortunato o che qualche angelo mi ha assistito».

Per quale delle due ipotesi propendi?

«Per l'angelo. Se una valanga ti viene addosso e, quando passa, sei ancora incollato alla parete, probabilmente hai un angelo custode. Il giorno prima della salita in vetta al Kangchenjunga, un immenso seracco si è staccato da una parete e ha fatto completamente sparire il campo 2. Se qualcuno si fosse trovato nelle tende, sarebbe stato spazzato via. Fortunatamente, quel giorno, tutte le spedizioni erano altrove. Caso? Coincidenza? Contro la natura, non c'è molto da fare. Quel campo l'abbiamo sempre piantato lì. Ma anche dove sembra apparentemente sicuro, in realtà non si può mai sapere».

Ma anche stavolta la montagna ha fatto le sue vittime: tre alpinisti e due sherpa, tra cui il tuo amico nepalese Bibash. Qual è il tuo rapporto con la morte?

«Bibash è voluto salire con me. Ci teneva tantissimo e in vetta era davvero felice. Al ritorno, mentre camminava a una cinquantina di metri davanti a me, è rotolato nel vuoto. Subito dopo, il corpo di un altro alpinista mi è passato vicino ed è scomparso. Non c'è tempo per lasciarsi andare al dolore, sarebbe la fine. Devi guidarti verso la salvezza. Ho abituato il mio cervello a rilassarsi solo quando arrivo al campo base».

Tu scali senza ossigeno.

«È una questione di sicurezza. Se il tuo corpo è abituato all'ossigeno, sarebbe traumatico che, per qualsiasi motivo, gli venisse a mancare. E di etica. Uno che scala gli ottomila, deve accettare le regole della montagna. La prima difficoltà è proprio confrontarsi con l'altezza. Io arrampico per respirare quell'aria sottile».

 

Qual è il rapporto con le popolazioni locali?

«Meraviglioso. Con Annalisa Fioretti (la dottoressa che ha condiviso la salita con Vielmo fino a 8.300 metri, prima donna italiana a raggiungere quell'altezza sul Kangchenjunga), ci siamo impegnati ad aiutare la famiglia di Bibash. Aveva 24 anni, un ragazzo gentile, in gamba, era il capofamiglia, con la mamma e 5, 6 fratelli a carico. A Kathmandu abbiamo partecipato alla puja, la preghiera in suo onore. Raccoglieremo fondi organizzando alcune serate culturali».

Alle spalle ci sono il Dhalaugiri (8.167) nel 1998, il Manaslu (8.163), nel 2000, il Cho Oyu (8.201) nel 2001 (in solitaria), l'Everest (8.848) nel 2003 (unico con l'ossigeno), il Shisha Pangma (8.013) nel 2004. Nel 2005, il Gasherbrum 2 (8.035); nel 2006, il Makalu (8.436). Il K2, la seconda vetta del pianeta (8.621), è stata raggiunta nel 2007. Nel 2008, un nuovo tentativo sull'Everest, dal versante sud, raggiungendo quota 8.650. Nel 2011, partecipa a una spedizione internazionale diretta al Gasherbrum 1 (8.068 m), ma deve mollare a soli 200 metri dalla vetta per l'arrivo improvviso di una bufera. Alla rosa dei 14, mancano Annapurna, Lhotse, Broad Peak (tentato ma non conquistato), Gasherbrum 1 e Nanga Parbat.

Qual è il prossimo step?

«Non mi sono prefissato una meta. Non è che per forza voglio chiudere tutti gli ottomila. Casomai, lo saprò quando avrò conquistato il tredicesimo. Ma se domani mi sveglio con un'idea, cercherò di realizzarla. Se sento che mi manca qualcosa, non starò bene finché non l'avrò raggiunta».

Una cosa semplice, come camminare sopra le nuvole.

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