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venerdì 03 luglio 2020
 
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Mascherine, guanti e crocifisso: i cappellani d'ospedale, oggi

20/03/2020  Da Alessandria a Torino, nelle strutture specializzate nel combattere il Covid. Le preoccupazioni, le paure proprie e altrui, la fedeltà agli imperativi evangelici.

Mascherina e guanti, disinfettante per mani all’uscita di ogni stanza,  attenzione assoluta per le distanze di sicurezza. Nelle ore più dure dell’emergenza Coronavirus il lavoro dei cappellani negli ospedali non si interrompe. Anzi, è proprio ora che i malati, terrorizzati e smarriti, hanno più bisogno di una presenza cristiana e di una parola buona. Da Torino ad Alessandria (come del resto in tutte le province del Nord) le diocesi si organizzano per fronteggiare una situazione che non ha precedenti. Ci sono, ovviamente, norme strettissime da rispettare: i cappellani devono proteggersi, anche per evitare di farsi vettori del virus. Ma questo non impedisce loro di intensificare l’attività. I reparti dove vengono ricoverate le persone contagiate sono accessibili esclusivamente al personale sanitario.

«E’ difficile anche incontrare i parenti, perché in ospedale possono sostare pochissimo tempo, come impongono i protocolli sanitari in questa situazione di emergenza»  racconta don Stefano Tessaglia (38 anni), cappellano dell'Azienda Ospedaliera di Alessandria e responsabile dell’ufficio diocesano di pastorale della salute. «Ma in questi giorni duri, per noi c’è molto da fare. Cerchiamo anche di dare conforto e sostegno al personale sanitario. Vedo medici e infermieri arrivare in cappella per un istante di preghiera, magari stremati dal turno. Alla domanda “Come va?” spesso neppure rispondono, ma si stringono solo nelle spalle. Cerco, come posso, di esser loro vicino». Pur in una situazione di minor gravità rispetto alla vicina Lombardia, la provincia di Alessandria è stata sensibilmente interessata dal contagio: al momento sono una sessantina i casi (ma i numeri sono instabili). «Si va avanti, anche se con fatica» dice don Tessaglia, che ogni giorno, pur a distanza di sicurezza, continua a incontrare malati e anziani in corsia, consapevole che l’emergenza si somma alle situazioni ordinarie, senza cancellarle. «Quasi tutti i pazienti hanno la tv in camera o lo smartphone vicino al letto. Sono bombardati di informazioni. Sono angosciati. Nessuna parola è davvero risolutiva. Però, ora più che mai serve una presenza che dia speranza».

Concorda Eduard Mariut, 49 anni, originario della Romania, in Italia da oltre vent’anni, cappellano dell’ospedale Amedeo di Savoia di Torino, struttura sanitaria specializzata in malattie infettive, uno tra i primi centri a fronteggiare l’epidemia di Coronavirus in Piemonte. Eduard non è un sacerdote, ma un diacono (sposato, è padre di un figlio). «Cerco di dare un messaggio di serenità a tutte le persone che incontro». E aggiunge: «Perfino una disgrazia come quella che stiamo vivendo può trasformarsi in occasione di grazia. Può essere un’opportunità per riscoprire chi siamo veramente, per tornare a fidarci di qualcuno. Ecco perché ora noi cristiani dobbiamo rendere più viva la nostra testimonianza».   

Difficoltà e imprevisti non mancano, ma anche così «continuiamo a stare accanto a chi soffre e, dove possibile, a portare i sacramenti ai malati» dice don Paolo Fini, 62 anni, responsabile pastorale salute e area sociale della Diocesi di Torino, che mette in campo circa 90 persone tra religiosi e volontari attivi negli ospedali e nelle case di riposo. All’emergenza la Diocesi torinese risponde anche accelerando un percorso di riorganizzazione: «Il nuovo modello prevede 5 cappellanie interospedaliere, capaci di una costante interazione. Il punto di forza sarà proprio il lavoro di rete». E se raggiungere chi è isolato diventa più difficile con le attuali restrizioni, nel capoluogo piemontese la Chiesa potenzia anche le possibilità di pastorale a distanza. «Da tempo, attraverso l’emittente Radio Nichelino, proponiamo esercizi spirituali radiofonici, usando un mezzo cui tutti, anche i meno avvezzi alla tecnologia, possono accedere» spiega ancora don Fini. «Ovviamente quest’anno l’iniziativa avrà un valore speciale».

 

 

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