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lunedì 23 luglio 2018
 
il discorso
 

Il rigore d'altri tempi di Sergio Mattarella

13/05/2018  Nelle parole pronunciate in ricordo di Einaudi il Presidente della Repubblica ha tracciato un percorso di continuità con il presente e ricordato a italiani e interlocutori le prerogative del proprio ruolo.

Sergio Mattarella è un tipo d’uomo e di presidente della Repubblica di cui anche il camaleontico Crozza fatica a disegnare la caricatura: troppo sobrio per dare appigli. Ma la sua storia di uomo delle istituzioni e le pieghe dei suoi discorsi, mai involuti, dicono che non bisogna lasciarsi ingannare dall’apparente basso profilo: le parole, mai fuori dalle righe, rivelano chiarezza espositiva e di intenti e, quando serve, prontezza nell’assumere le decisioni consone al ruolo.

L’aveva lasciato intendere nel discorso di insediamento, breve ma chiarissimo, in cui Sergio Mattarella nulla aveva concesso a ridondanze formali e sconfinamenti, ma in cui aveva disegnato un’idea di Presidente della Repubblica, intenzionato a occupare con precisione e rigore lo spazio istituzionale che la Costituzione assegna al ruolo di garanzia, senza uscire dalle righe ma anche senza concedere ad altri lo spazio che la Carta cuce sulla figura Capo dello Stato. Parole precise cui quando le circostanze lo hanno richiesto è seguita rapidità d'azione: come il giorno dell’attentato in tribunale a Milano, in cui morirono un giudice, un avvocato e un testimone, quando convocò un plenum straordinario del Csm all’impronta – pur non obbligato dalle procedure - per far sentire la propria vicinanza alla giustizia ferita.

Qualcosa di simile ha fatto il 12 maggio. L'occasione era il ricordo di Luigi Einaudi, l'ha colta pronunciando un discorso che, tra le righe della commemorazione, è servito a ribadire i contorni della funzione presidenziale, del proprio margine di manovra in questa delicata fase del suo mandato e, probabilmente anche a mandare un messaggio rassicurante a chi, in Italia e fuori, si preoccupa per l'avvento in seno all’Unione di un governo con potenziali spinte “antisistema”.

Mattarella ha esordito delineando il contesto in cui operò Einaudi nell’Italia uscita dalle elezioni del 48: « Era, quella italiana, una democrazia in bilico. Erano avvenute scelte divaricanti, con la formazione di governi che avevano lasciato alle spalle la straordinaria condizione di unità tra le forze politiche rappresentata dal Comitato di Liberazione Nazionale. (…). E la democrazia uscì vincente dalla prova. Difatti, la divaricazione tra le forze politiche chiamate a guidare il Paese e le forze politiche alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole».

Poi, a partire da quel complicato momento storico del passato, Mattarella ha cominciato a descrivere, attraverso Einaudi, le prerogative che la Costituzione giovanissima assegnava (e assegna) alla funzione presidenziale: prerogative che Mattarella, da professore di diritto parlamentare ha sviscerato da studioso ben prima che un momento drammatico della vita lo portasse alla politica attiva: «Riferendosi alla prerogativa del sovrano (e, vien da pensare, interrogandosi implicitamente sul ruolo del Presidente della Repubblica), (Einaudi ndr.) osservava che essa: "Può e deve rimanere dormiente per lunghi decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi a risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé, non sono capaci di affrontare, o per ristabilire l'osservanza della legge fondamentale, violata nella sostanza anche se ossequiata nell'apparenza"».

Mattarella che potrebbe essere padre dei propri attuali interlocutori istituzionali, nei cui programmi deve aver intravisto promesse economicamente “impegnative”, non ha certo ricordato a caso che: «Einaudi rinviò due leggi approvate dal Parlamento, perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell'art.81 della Costituzione. Una presidenza tutt'altro che "notarile”». E ancora: «Cercando sempre leale sintonia con il governo e il Parlamento, Luigi Einaudi si servì in pieno delle prerogative attribuite al suo ufficio ogni volta che lo ritenne necessario. Fu il caso illuminante del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo le elezioni del 1953. Nomina per la quale non ritenne di avvalersi delle indicazioni espresse dal principale gruppo parlamentare, quello della Democrazia Cristiana».

Sembra storia, ma non lo è, non soltanto almeno. E infatti Mattarella chiosa: «Parole straordinariamente e perennemente attuali». Di Einaudi Mattarella ha ricordato l’assemblearismo, cioè la propensione a lasciare spazio alla dialettica democratica senza scorciatoie, per poi delinearne la, precoce per i tempi, prospettiva europea: «Europeista e federalista,  il presidente avvertì fortemente il senso dell'autonomia dell'Europa rispetto al conflitto che opponeva le due superpotenze dell'epoca: non concepiva l'idea che potesse bastare la protezione degli Stati Uniti d'America a garantire ciò che, a suo giudizio, gli Stati nazionali non erano più in grado di assicurare ai loro cittadini, ciascuno da solo: sicurezza, libertà e benessere. La civiltà europea avrebbe potuto salvarsi dall'autodistruzione soltanto collocandosi nella prospettiva dell'integrazione e perseguendo la via degli Stati Uniti d'Europa" Un testo che, conserva un'incredibile freschezza, a sessant'anni di distanza».

Un discorso in cui sarebbe ingenuo non ravvisare, tra le righe misurate, riferimenti all'attualità delle ore e dei giorni a venire, nonché l'impegno ad assumersi come presidente in carica la responsabilità delle prerogative del ruolo fino in fondo, nel solco di quel passato delineato con parole precise, compreso forse il rischio di incassare qualche accusa di pedanteria.

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