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giovedì 21 novembre 2019
 
 

Mia Mamma è (anche) una Donna

06/05/2013  Presentata la nuova campagna di Intervita onlus ispirata dai desideri che i bambini hanno per le loro mamme

Mamme nella crisi: lavorano, si fanno carico della famiglia, tengono fede ai loro doveri ma godono di pochi, pochissimi, diritti. A volte neanche quelli più elementari. Il Rapporto presentato da Intervita onlus traccia un quadro impietoso dell'universo femminile in Italia, specchio fedele di un Paese che fatica a crescere perché dà per scontate, invece di valorizzare, le proprie risorse. Cominciando proprio dalle dalle mamme, che, come raccontano i 1.500 bambini di Milano, Napoli e Palermo coinvolti nel progetto Frequenza200, network nazionale contro l'abbandono scolastico, non possono permettersi il lusso di essere fragili.


La campagna "Mia Mamma è (anche) una Donna" parla proprio di questo: di come il concetto di madre sia, nella percezione dei figli e, in generale, del mondo che le circonda, assolutamente totalizzante rispetto a quello di donna. Questa sovrapposizione diventa pericolosa nel momento in cui porta con sé una sorta di privazione di quei diritti inalienabili che invece, con maggiore facilità, vengono riconosciuti alle altre donne che non siano la mamma. Perché questa disparità?

La scelta di partire dal punto di vista dei figli, chiamati a descrivere cosa piace ma anche cosa non piace alle loro mamme, si trasforma così in uno straordinario strumento di verità: "Vorrei che potesse spendere 50 euro tutti per sé"; "Vorrei che potesse non lavorare più e andare in vacanza"; "Desidero volerle sempre bene per tutta la mia vita"; "Vorrei che avesse figli con 7 in tutte le materie". E ancora: "La mia mamma è felice quando pensa alla propria famiglia"; "La mia mamma è felice quando io e mio fratello non litighiamo"; "La mia mamma è felice quando cucina". Bisogni solo apparentemente semplici che celano una complessità non solo concettuale ma anche strutturale, di sistema, consentendo di entrare dalla porta principale nelle case degli italiani.


Già, perché in una società in cui si chiede alle mamme di lavorare il più delle volte per necessità e nello stesso tempo di gestire le incombenze domestiche e familiare, è impensabile, come invece accade in Italia, che i servizi per la prima infanzia siano così poco diffusi rispetto alla media europea (20% contro 33%). Nei quartieri coinvolti dal progetto, le mamme sono risultate "il punto più fragile della dimensione famigliare: bassa scolarizzazione, difficile autonomia economica e lavorativa e, nel caso di provenienza extracomunitaria, problemi di carattere linguistico e culturale".

  

Dal Rapporto emergono alcune differenze tra una realtà e l'altra, non tanto nella sostanza della problematica, quanto, piuttosto, nella sua manifestazione che dipende dal contesto socio-culturale. "A Milano, i bambini convivono con le problematiche di una grande metropoli, avanzata dal punto di vista culturale ed economico che ha attratto nel tempo varie ondate migratorie. Nei quartieri Vigentino, Morivione, Fatima, Cermenate dove è presente il centro Zero5 di Intervita, i principali problemi riguardano la difficoltà diffusa delle famiglie nel sostenere i propri figli nel percorso formativo, la crescente presenza di figli di immigrati scolarizzati solo parzialmente in Italia, l’isolamento della popolazione straniera - in particolare delle donne-mamme - e la difficoltà diffusa di comunicazione scuola-famiglia".


"A Napoli il centro I.A.M.M.E. si trova nel quartiere San Lorenzo-Vicaria una delle zone in cui l’emarginazione sociale risulta maggiormente elevata, a causa dei forti tassi di disoccupazione e sottoccupazione. La fitta presenza della criminalità organizzata rappresenta una ghiotta alternativa di vita per una buona parte degli adolescenti che abbandonano la scuola. Inoltre i giovani spesso vivono all’interno di famiglie molto numerose e a basso reddito, dove sovente le madri rappresentano il punto più fragile: giovanissima età, bassa scolarizzazione, difficile autonomia economica e lavorativa"

"A Palermo, infine, il centro Arteca si trova nel quartiere di Borgo Vecchio, uno dei più problematici dal punto di vista sociale. Qui abbiamo un quartiere-ghetto con scarsa incidenza di servizi sociali dove si registra un livello socio-culturale basso e una scarsa scolarizzazione degli adulti. I ragazzi in obbligo scolastico sono spesso impegnati in precoci attività lavorative (lavoro in nero) o ingaggiati in attività criminali e diversi studi hanno sottolineato il legame tra dispersione scolastica e devianza minorile. La diffusa povertà e disoccupazione contribuiscono all’aumento dei fenomeni di criminalità e devianza, rinforzando una già diffusa cultura dell’illegalità e indebolendo la fiducia nelle istituzioni".

Tra i sentimenti che ricorrono con maggiore frequenza spicca il senso di impotenza di fronte alle difficoltà scolastiche dei figli: per le mamme, su cui grave interamente questo compito, si tratta di un insuccesso personale. Di una sfida persa, se non in partenza, poco dopo. Nel momento in cui gli sforzi profusi per dedicarsi al percorso formativo dei bambini non danno i risultati auspicati, si passa alla fase dell'auto-colpevolizzazione. Con conseguenze dirette e negative sull'autostima. Oppure, viceversa, si innesca un meccanismo "perverso" di difesa strenua dell' "ignoranza" dei figli: per ogni insufficienza c'è una giustificazione, per ogni critica c'è una contro-accusa.


Grazie ai laboratori proposti, soprattutto le ragazze iniziano a cogliere la fatica di alcune mamme a nascondere sentimenti negativi come malessere, tristezza, nervosismo al solo fine di tutelarle. Vivere più liberamente la propria emotività, come mamme e come donne, sarebbe un segno di emancipazione non indifferente nella lunga strada verso la conquista dei propri diritti.

In Italia 6 milioni 743 mila donne hanno subito violenza (31,9% della classe di età tra i 16 e i 70 anni) e 3 milioni 961 mila donne hanno subito violenze fisiche. Sono 120 le vittime di femminicidio solo del 2012. A rendere singolare la situazione italiana è un dato sconcertante: solo il 18,2% delle donne che hanno subito violenze li considera reati e solo il 7,2% li denuncia. Addirittura il 33,9% non ne parla con nessuno. Dati desolanti se si pensa che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità a livello mondiale, la violenza tra le mura domestiche è considerata la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne (14 - 50 anni).

Simbolo della campagna di sensibilizzazione è Maya, una sagoma femminile contrassegnata dal cuore arancio di Intervita scaricabile via web e personalizzabile con un messaggio dedicato alla propria mamma. Il contributo raccolto permetterà all'associazione di realizzare azioni concrete per offrire a tante donne italiane la possibilità di crearsi un futuro migliore attraverso tre filoni di intervento: sostegno psicologico alle mamme in difficoltà, coinvolgimento in attività di scolarizzazione e sostegno all'autonomia economica attraverso corsi di formazione. 

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