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8 marzo
 

Monica Contrafatto, soldatessa in Afghanistan e atleta paralimpica: «Nella corsa ho ritrovato la forza»

07/03/2019  Da caporal maggiore scelto dei bersaglieri a campionessa. Dopo aver perso una gamba in missione si è dedicata all’atletica con ottimi risultati. «Dentro di noi c’è un’energia innata pronta a esplodere e a spingerci»

Anche chi è abituato a combattere potrebbe arrendersi di fronte a un colpo avverso del destino. La soldatessa Monica Contrafatto, invece, ha saputo reagire alla grande, facendo di una menomazione il punto di partenza per il suo rilancio. La incontriamo al Centro sportivo dell’Esercito a Roma, dove lavora e si allena. Fa ancora parte delle forze armate ma non può più fare quello che lei adorava: le missioni sul campo. Perché un giorno di sette anni fa, mentre era in Afghanistan, un colpo di mortaio le ha fatto perdere una gamba. «Ma non voglio parlare dell’incidente. Ormai è una cosa passata, è più interessante parlare del presente, ovvero del mio impegno come atleta paralimpica».

Tutto è iniziato quando Monica era ancora sul letto d’ospedale: vide in Tv la gara dei 100 metri piani delle Paralimpiadi di Londra, in cui gareggiava e vinceva Martina Caironi. «Voglio essere come lei», si disse Monica. E da quando ha potuto indossare la protesi adatta per la corsa, ha cominciato ad allenarsi con la guida di Nadia Checchini. Dalla sua prima discesa in pista alla partecipazione alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 è trascorso solo un anno e mezzo. In quella gara è arrivata terza, e al primo posto c’era il suo idolo, Martina, di dieci anni più giovane di lei.

«E dire che non avevo mai corso prima», ricorda Monica. «Lo sport mi è sempre piaciuto, in gioventù avevo giocato a pallamano fino ai Campionati regionali, ho frequentato Scienze motorie, fermandomi a pochi esami dalla laurea per inseguire il mio sogno di entrare nell’Esercito. Non ci avrebbe scommesso nessuno che mi sarei adattata alla ferrea disciplina militare. Da piccola e anche da adolescente ero tremenda, aliena alle regole, ho fatto letteralmente impazzire i miei genitori. Però mi ha sempre attirato la divisa, e poi mi piaceva l’idea di aiutare le persone in difficoltà. Ho sempre avuto un forte spirito patriottico, mi inorgoglivo quando a scuola cantavamo l’inno di Mameli».

Dopo l’incidente in Afghanistan e la lunga riabilitazione era stata congedata e poi è stata richiamata in un ruolo d’onore. «Certo, ora sono confinata in ufficio, al lavoro non indosso più la divisa bensì la tuta, ma so di essere ancora importante. Malgrado quello che mi è successo, se potessi tornerei in Afghanistan. Di quella terra ricordo il cielo stellato nel deserto: non ci sono luci artificiali e le stelle risaltano in modo impressionante, alcune sono così intense da sembrare una luna. E poi ricordo i bambini: se davamo loro una penna o una merendina ci ringraziavano come se avessero ricevuto il più grande dei tesori. In mezzo a quella popolazione mi sono arricchita dentro e ho capito che con poco si può essere felici».

In una situazione estrema come quella sembra inevitabile avere paura: «Prima di partire ci raccontano i vari pericoli a cui possiamo andare incontro e ci si prepara anche al peggio. Però quando fai un lavoro che ti piace non pensi che possa succederti qualcosa di brutto. La vita di tutti i giorni diventa una routine e così sono più le famiglie a casa, in Italia, a vivere nella preoccupazione».

Monica è spigliata e sorridente, porta con disinvoltura la sua protesi. «L’unica cosa che non posso fare è indossare i tacchi, ma quelli tanto non mi piacevano neanche prima». Sul braccio ha un tatuaggio che ironizza sull’incidente che gli ha portato via una gamba: una bomba fumettosa con Super Mario e la data dell’attentato. E tra gli altri tatuaggi c’è anche la frase che dà il titolo alla sua autobiografia pubblicata da Mondadori: Non sai quanto sei forte. «Perché davvero solo nelle difficoltà ti accorgi quanto sei in grado di reagire. A chi si lascia abbattere dalla piccole contrarietà dico che dentro di noi c’è una forza innata, pronta a esplodere e a spingerci avanti. Io ho trovato la mia forza nell’atletica, è stata la mia luce in fondo al tunnel e per me è anche un modo per tenere alta la bandiera italiana che io rappresento».

Nella vita di Monica un ruolo importante lo riveste anche la fede: «La mia famiglia è molto religiosa. Mio padre mi ha insegnato da piccola ad andare a dormire dopo aver recitato le preghiere, e questa è rimasta anche oggi una mia abitudine».

E dopo il secondo posto agli Europei di Berlino, la medaglia d’oro agli Invictus game, giochi militari per disabili a Sydney, la aspettano i Mondiali di Dubai nel 2019 e le Paralimpiadi di Tokyo nel 2020. «Non sono più una ragazzina, ma in fondo credo di avere ancora tanto da dare all’atletica. E chissà mai che non riesca a battere Martina. Io penso sempre positivo!».

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