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sabato 22 febbraio 2020
 
 

Moretti, un cinema sempre contropelo

19/08/2013  La carriera del regista è costellata di film che, anziché assecondare le mode del momento, esercitano un'incessante critica dei luoghi comuni. Fra i bersagli preferiti, la politica e le consuetudini di un Paese in cui stenta a identificarsi.

Una scena di "La stanza del figlio"; in alto, "Caro diario".
Una scena di "La stanza del figlio"; in alto, "Caro diario".

Per tante cose si può criticare Nanni Moretti. A cominciare dalla sua idiosincrasia nei confronti di qualsiasi gesto o atteggiamento possa renderlo simpatico. Una sincerità quasi brutale la sua, sia nei film sia nelle pubbliche prese di posizione (ne sanno qualcosa gli amati/odiati “compagni” del Pd), da essere facilmente scambiata per sicumera. Di certo, però, non lo si può accusare di essersi fatto strada nel mondo del cinema cavalcando l’onda delle mode. Come cineasta e intellettuale, lui dà solo carezze contropelo.

Uno stile personalissimo (fatto, davanti e dietro le schermo, di titubanze, di inceppamenti e di slanci improvvisi) capace di mettere ben in chiaro il rapporto col pubblico fin dagli esordi. E’ il dicembre 1976 quando, nella storica sala romana del Filmstudio, esce Io sono un autarchico, il suo primo lungometraggio girato con una cinepresa Super 8 che si era procurato vendendo la collezione di francobolli. Protagonista naturalmente è lui nel ruolo di Michele Apicella, “alter ego” di cui si servirà in altre quattro pellicole il cui cognome è ispirato a quello della amatissima mamma Agata, professoressa di Lettere al ginnasio (papà Luigi è professore universitario). Il film è così originale da reggere in sala per settimane: ristampato in 16 mm, viene proiettato ai festival di Parigi e Berlino fino a suscitare l’interesse di Alberto Moravia.

Nel 1978, Moretti rilancia con Ecce Bombo: costata 180 milioni di lire, la pellicola alla fine incasserà oltre 2 miliardi. Un successo di pubblico guadagnato ironizzando su luoghi comuni e problematiche di una certa gioventù di sinistra, messa alla berlina quando certi atteggiamenti erano invece dati per vincenti. A colpi di “io guardo, giro, sento persone, faccio cose”, Nanni si rivela ipercritico nei confronti di quelli che sarebbero dalla sua stessa parte. Non solo, osa prendersela anche con un’icona del cinema e della romanità come Alberto Sordi, accusandolo (non a torto) di essersi fatto alfiere sullo schermo dell’italico qualunquismo. Cosa che l’attore romano non gli perdonerà neppure quando, parecchi anni dopo, si ritroveranno fianco e fianco in occasione della premiazione per i David di Donatello. Per Nanni imbarazzo, certo, ma niente passi indietro.

Al filone in bilico tra biografia, autocritica e sguardo disincantato sulla realtà appartengono pure Sogni d’oro, Bianca, La messa è finita, Palombella rossa. L’apice nel 1993 con Caro Diario, film quasi documentaristico diviso in tre episodi nel quale Moretti sfoga tutta la sua invettiva, sarcastica eppure affettuosa, nei confronti di un Paese e di una comunità in cui (come tanti) fatica sempre più a riconoscersi. Presentato al Festival di Cannes, il titolo gli vale il suo primo vero premio internazionale: quello per la miglior regia.

La sorpresa della "Stanza del figlio"

Gli anni ’90 sono per lui quelli dell’impegno politico. Il Berlusconismo avanza e lui critica la sinistra e il disciolto Partito comunista che non sanno offrire alla gente risposte adeguate al fenomeno. Celebre la frase “D’Alema dì una cosa di sinistra” che diventa il tormentone di Aprile, il film del 1998 in cui Nanni prende spunto dalla nascita del figlio Pietro per raccontare al piccino e a sé stesso tutto quello che non va in Italia. Come appagato dall’aver sferzato per anni una Destra e una Sinistra comunque non all’altezza delle aspettative del Paese, nel 2001 Moretti sorprende tutti e presenta al Festival di Cannes La stanza del figlio, in cui racconta e interpreta lo smarrimento di una famiglia borghese di fronte alla morte accidentale del primogenito.

Il tema, intimo, forte, lacerante eppure trattato con ruvida umanità, conquista la giuria internazionale e gli vale la Palma d’oro che lo scorbutico Nanni (sovente così critico nei confronti di baracconi e istituzioni) è ben felice di accettare sul palco del Grand Théatre Lumière di Cannes, abbigliato in un inappuntabile smoking. E’ finalmente la consacrazione internazionale. I francesi ormai lo chiamano “maestro”. Nel 2006, firma il suo film allo stesso tempo più politicamente impegnato e artisticamente maturo: Il caimano, pur senza mai nominarlo, è chiaramente Berlusconi che egli stesso s’impegna a interpretare facendone una figura ambigua, pericolosa eppure immanente. La conclusione, con il personaggio condannato dalla magistratura che evoca sollevazioni di massa, è incredibilmente profetica rispetto alla cronaca italiana di questi giorni.

Una sorta di “veggenza” mediatica che si conferma con la pellicola successiva: è il 15 aprile del 2011 quando nelle sale esce Habemus papam in cui Moretti (complice una straordinaria interpretazione del vecchio Michel Piccoli) narra la titubanza, non solo umana ma anche spirituale, di un anziano cardinale che esce inaspettatamente pontefice dal Conclave. Fino al gran rifiuto. Moretti è ateo, non ne ha mai fatto mistero, eppure il suo approccio non è sarcastico o sferzante, piuttosto naif e affettuoso. Come di chi chieda di non essere deluso. La Chiesa ha bisogno di dare risposte ai quesiti della modernità e perciò ha bisogno di un papa forte, capace di non chiudersi tra le mura vaticane ma di lanciarsi alla conquista delle coscienze: questo il tema di fondo della storia. E non è quanto accaduto con le dimissioni di Benedetto XVI e l’avvento al soglio pontificio di Papa Bergoglio?

Il sessantesimo compleanno Nanni lo festeggia in totale discrezione, com’è suo costume,
mentre è impegnato a dare gli ultimi ritocchi alla sceneggiatura del suo dodicesimo lungometraggio, Margherita, che si dice sarà rivolto soprattutto ai giovani. Vedremo. A tirare a indovinare si rischia sempre la brutta figura. Cosa che invece a lui, spesso, riesce benissimo. Buon compleanno, allora, intelligente rompiscatole! Non sarai più uno “splendido quarantenne” (come finivi per esclamare in Caro diario di fronte allo spietato incalzare dell’età) ma speriamo che i tuoi sessant’anni siano almeno sereni. Anche perché li dovremo vivere assieme nell’Italia che verrà.

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