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Nazzareno Gabrielli: «Le reliquie? Il segno dei santi nella storia»

29/06/2017  Il bagno di folla in Russia per l’arrivo di una costola di san Nicola e il furto con ritrovamento del cervello di san Giovanni Bosco dimostrano l’interesse mai sopito per questo fenomeno. Ne parliamo con un esperto dei Musei vaticani

Padre Ottavio Laino, il postulatore dei frati Minimi, un giorno gli disse sorridendo: «Con lei si sono salvati soltanto Gesù Cristo e la Madonna!». In effetti, il professor Nazzareno Gabrielli da oltre quarant’anni si occupa dell’imbalsamazione di corpi di santi e della conservazione di reliquie, grazie anche all’incarico ricoperto per decenni nei Musei vaticani come direttore del Gabinetto chimico.

«Sono circa un centinaio i beati e i santi dei quali ho curato un intervento per impedire il deterioramento delle loro spoglie mortali o per fermarne la corruzione nel momento dell’esumazione», spiega elencando alcune tra le principali figure: dal più recente della lista, il beato don Carlo Gnocchi, fino agli apostoli Filippo e Giacomo, ai santi Giovanni XXIII, Chiara di Assisi, Giovanni della Croce, Francesca Cabrini, ai beati Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi, Pier Giorgio Frassati, al cardinale ucraino Josyp Slipyj.

Con Gabrielli parliamo del significato delle reliquie, prendendo spunto da due recenti notizie di cronaca: il furto, e il successivo ritrovamento, dell’urna con il cervello di san Giovanni Bosco e il temporaneo trasferimento in Russia di una costola di san Nicola, il patrono di Bari, per alcune celebrazioni ecumeniche a Mosca e a San Pietroburgo. Ambedue, riflette, «segnali di interesse per qualcosa che rimanda immediatamente al soprannaturale e che ci fa sentire in qualche modo più vicini e presenti quei modelli di vita cristiana che la Chiesa ha ufficialmente proposto alla devozione dei fedeli».

LA GRAZIA TOCCATA CON MANO

Per sintetizzarne il valore, il professore ama proporre due citazioni durante i corsi che tiene ogni anno nello Studium della Congregazione delle cause dei santi. Una è di monsignor Slawomir Oder, il postulatore di san Giovanni Paolo II: «Le reliquie sono da inserire nella logica dell’incarnazione, della concretezza storica. Esse sono il segno della presenza di un santo nella storia». L’altra di monsignor Marco Frisina, direttore dell’Ufficio liturgico del Vicariato di Roma: «Quando noi tocchiamo il corpo di un santo, tocchiamo il tempio dello Spirito Santo; quando noi tocchiamo un oggetto che apparteneva a un santo, tocchiamo il monumento della presenza della grazia e della misericordia di Dio nella vita di quella persona». È proprio in questo modo, commenta Gabrielli, che dobbiamo considerare le reliquie, «cioè le memorie, le cose che rimangono della vita del santo: le realtà che rimandano all’opera della grazia nella sua esistenza».

Durante l’esperienza professionale si è trovato spesso a trascorrere lunghi periodi in compagnia di corpi di santi «e quel lavoro si è trasformato realmente in preghiera: in particolare durante la ricognizione e la sistemazione di san Pio da Pietrelcina è stato un continuo pormi dinanzi a lui con spirito di raccoglimento e di ringraziamento a Dio».

NESSUN POTERE MAGICO

  

Sono tanti i ricordi che prorompono nel suo racconto. Quando stava lavorando sul corpo di papa Giovanni XXIII, «una signora mi riconobbe mentre entravo in Vaticano e mi raccomandò, con le lacrime agli occhi: “Per cortesia, gli restituisca con affetto quella carezza che lui ci donò tanti anni fa, durante il famoso Discorso della luna”». E quante volte mi è capitato di sentir dire dalle suore di congregazioni delle quali stavo sistemando il corpo della fondatrice: «Madre mia, in vita così tanta pomata non te la sei messa mai, e ora ti fanno la cosmetica...». L’importante, per Gabrielli, «è non dimenticare mai che le reliquie non sono talismani, non hanno un potere taumaturgico diretto, ma sono un mezzo che può aiutare la devozione, indicandoci la strada verso Gesù Cristo. Negli ultimi anni ho visto affievolirsi, da parte dei predicatori, l’attenzione verso questo aspetto. Non ne comprendo il motivo: a me piace tanto quando, nell’omelia della Messa, viene fatto riferimento al santo del giorno».

UN AIUTO DAL CIELO

Ma le è mai capitato, gli chiediamo in conclusione, di percepire un aiuto da qualcuno dei santi dei quali si è occupato? «Ho un certo pudore a raccontarlo, ma penso proprio di sì. Nel 1992 ero a Segovia per i resti di san Giovanni della Croce e, proprio in quel tempo, mia figlia venne ricoverata in ospedale e gli specialisti non riuscivano a fare una diagnosi certa. Dopo qualche giorno di penosa attesa di notizie tranquillizzanti, mi decisi a rivolgermi al santo, dicendogli in sostanza: “Io mi sto occupando di te, adesso devi occuparti tu di me!”. Lo ricordo come fosse ieri: erano le cinque del pomeriggio. Dopo neanche mezz’ora mi chiamò mia moglie per dirmi che una particolare eruzione cutanea, avvenuta soltanto pochi minuti prima, aveva consentito ai medici di comprendere quale fosse il virus che aveva colpito la ragazza, così da poterle dare il farmaco adeguato. Dopo pochi giorni venne dimessa perfettamente guarita. Certo, avrei potuto pregare il santo anche in assenza dei suoi resti mortali: però non posso negare che la presenza delle sue spoglie dinanzi a me mi ha dato lo spunto per farlo con maggior forza».

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