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«Nomadelfia, la nostra grande famiglia»

09/05/2018  Silvia e Zeno vivono con i loro sei figli nella comunità tra le colline della Maremma fondata su fraternità e accoglienza: «Qui vediamo gente felice»

Silvia e Zeno hanno sei figli, ma non possiedono una casa. Lavorano, ma non percepiscono uno stipendio. Sono laici, ma vivono in una comunità religiosa. Tutto questo è possibile a Nomadelfia, il villaggio adagiato sulle colline di Grosseto fondato 70 anni fa da don Zeno Saltini. Il nome Nomadelfia, inventato dallo stesso fondatore, significa «la fraternità è legge» perché qui tutto è pensato come un mondo alternativo, «una nuova civiltà», «basata su accordi sociali che permettono di vivere il Vangelo».

La famiglia di Zeno e Silvia, come tutte quelle di Nomadelfia, è aperta all’accoglienza: oggi hanno cinque figli naturali e uno in affido. «Ma qui», sorride Silvia, «tutti sono chiamati solo figli» e, per evitare di marcare differenze, non si usano i cognomi. I loro bambini hanno dai 2 ai 14 anni e tutti insieme vivono in uno degli 11 «gruppi familiari» di Nomadelfia sparsi nei casali sui 120 ettari della tenuta. «Ogni gruppo», spiega Zeno, «è formato da quattro o cinque famiglie che vivono insieme». Il loro si chiama “Bruciata Belvedere”, dal nome della località dove si trovano le loro abitazioni. Oltre alla famiglia di Zeno e Silvia ne fanno parte anche Matteo e Joanna con i loro due figli piccoli, arrivati di recente dalla Svizzera. E poi due coppie più mature: Carlo e Maria e Giordano e Annamaria, e infine Ada, un’anziana di 94 anni, «mamma per vocazione», cioè una donna nubile che per tutta la sua vita ha fatto da madre a bambini abbandonati.

INSIEME IN FRATERNITÀ 
«Nel gruppo familiare si conduce vita in comune», racconta Zeno, «abbiamo un edificio centrale con la cucina, la sala da pranzo, il soggiorno, la stireria e poi altre casette individuali dove ogni famiglia ha le camere per la notte». Ogni tre anni il presidente di Nomadelfia, eletto dai membri, cambia gli abbinamenti tra le famiglie. «Ci sosteniamo a vicenda, preghiamo insieme, anche l’educazione dei bambini è condivisa e questo ci permette di averne tanti e di essere aperti a chi ha bisogno», chiarisce Silvia.

La storia che ha portato Silvia e Zeno a diventare una coppia di sposi di Nomadelfia inizia nel 1999 quando lei, giovane studentessa di Scienze dell’educazione cresciuta a Vicenza, arriva qui in Maremma per un tirocinio universitario. «Mi incuriosiva la scelta di vita di queste persone e io stessa ero in profonda ricerca: desideravo dedicarmi agli altri». Presto il tirocinio diventa anche una tesi di laurea su Nomadelfia e poi si trasforma in vocazione: «Decisi di entrare e feci domanda di poter svolgere il “postulantato”», i tre anni di formazione per diventare «effettivi». Una scelta definitiva, anche se non costituita da veri e propri voti religiosi. Zeno invece, come si intuisce dal suo nome di Battesimo, era nato all’interno della comunità: il padre, Gianni, era stato uno degli orfani accolti dal fondatore e, dopo il matrimonio con Mina, aveva formato una famiglia di nove figli, tra naturali e accolti. «Sono cresciuto qui con la convinzione che don Zeno è un profeta», dice Zeno. «Dopo gli studi superiori e il servizio militare, decisi di rimanere a Nomadelfia e quindi anche io chiesi l’ammissione al postulantato». È lì che le loro due vite, così diverse, si incrociano. «Ci siamo fidanzati e nel 2003 ci siamo sposati. In giro incontriamo gente che rischia di perdere la speranza. Noi qui proponiamo una vita diversa, una vita semplice e tra di noi vediamo gente contenta. Rinunciamo a molto, ma molto riceviamo».

ECONOMIA ALTERNATIVA 
A Nomadelfia non circola denaro: il ricavato del lavoro di tutti, che si svolge solo all’interno della comunità, finisce in una cassa comune, come le pensioni degli anziani e le rette dai Servizi sociali per i figli in affido. A ciascuno viene dato ciò di cui ha bisogno, «con uno stile di grande sobrietà». «Nel nucleo familiare prepariamo una “lista della spesa”», spiega Silvia, «e, compatibilmente con ciò che è disponibile, il magazzino centrale, che fa acquisti all’ingrosso, ci rifornisce». «Per vestirci», aggiunge Zeno, «utilizziamo quasi esclusivamente abiti usati». Nessuno possiede mezzi di trasporto, ma la comunità mette a disposizione, quando servono, auto e motorini.

I due coniugi lavorano per la scuola di Nomadelfia dove, dalla materna alle superiori, sono gli stessi membri della comunità che collettivamente si occupano dell’istruzione dei ragazzi. Zeno coordina l’intera scuola, che conta 83 studenti, e insegna nelle classi delle superiori. Silvia è responsabile delle elementari. «Il metodo è basato sull’esperienza, valorizza i talenti di ciascuno e serve per trasmettere valori e preparare alla vita, non per trasmettere nozioni».

Silvia ha un passato da giocatrice di pallavolo in serie A2 e nel tempo che le resta allena anche la squadra delle ragazze del villaggio. Ma in queste settimane è impegnata nella preparazione dell’accoglienza al Papa, cui verrà proposto uno spezzone dello spettacolo itinerante. A Nomadelfia tutti non vedono l’ora di accogliere Francesco: «Ai nostri bambini», raccontano Silvia e Zeno, «abbiamo annunciato che il Papa arriverà a Nomadelfia in volo e Francesco, il bimbo più piccolo, ogni volta che vede passare un elicottero grida: “Arriva il Papa! Arriva il Papa!”». Presto sarà accontentato.

LA STORIA. I 70 ANNI DELL’UTOPIA DI DON ZENO 
Don Zeno Saltini, nato nel 1900 a Carpi, in Emilia, era un prete che non sopportava il cristianesimo annacquato e le diseguaglianze sociali. Appena ordinato presbitero prende con sé come figlio un ragazzo di 17 anni uscito dal carcere e presto apre la sua casa a molti altri orfani. Terminata la Seconda guerra mondiale, occupa l’ex campo di concentramento di Fossoli e, insieme ad alcune famiglie e a ragazze nubili disponibili ad accogliere bambini abbandonati, nel febbraio 1948 fonda Nomadelfia. Dopo varie vicissitudini che portano don Zeno a chiedere la rinuncia all’esercizio del sacerdozio, nel 1952 Nomadelfia si trasferisce a Grosseto. Lì, dopo inizi durissimi, si organizza una comunità alternativa per vivere radicalmente i valori della fede. Nel 1962 don Zeno ottiene da papa Giovanni XXIII di tornare a esercitare il ministero. Morirà nel 1981, un anno dopo l’incontro con Giovanni Paolo II che incoraggiò Nomadelfia a proseguire il proprio cammino ecclesiale. Sin dalle origini, a Nomadelfia le proprietà sono messe in comune, tutti lavorano ma non ci sono “padroni” e “dipendenti”, le famiglie sono aperte all’accoglienza, le decisioni si prendono con metodo democratico ma senza creare divisioni. Si diventa membri di Nomadelfia «per vocazione», sottoscrivendone la “Costituzione” durante una celebrazione in chiesa. Nomadelfia si mantiene con i proventi dei prodotti agricoli e dell’allevamento nella tenuta, «ma prima di tutto con la Provvidenza», dicono i responsabili. Oggi ne fanno parte 307 persone, di cui 90 minori e tre preti.

LA VISITA DI FRANCESCO 
Il 10 maggio papa Francesco andrà in visita a Nomadelfia (Grosseto) e a Loppiano (Firenze), la cittadella dei Focolari. Sarà una giornata dedicata alle due opere fondate rispettivamente da don Zeno Saltini (1900-1981) e da Chiara Lubich (1920-2008).Il Pontefice arriverà a Nomadelfia alle 8 e alle 10 si trasferirà a Loppiano, dove rimarrà fino a mezzogiorno.

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