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Nunzia Ciardi, una madre a capo della Polizia postale: "Contro il bullismo chiedete aiuto"

18/05/2017  Incontro con il capo della Polizia postale e delle comunicazioni: madre di due figli, è la prima donna in quel ruolo: «la rete è un’opportunità, ma sta complicando il mondo: la cybersicurezza è la sfida del nostro tempo»

Nel palazzo di vetro della Polizia postale e delle comunicazioni, affacciato sulla periferia romana lungo la Tuscolana all’altezza di Cinecittà, Nunzia Ciardi da qualche mese è il capo, la prima donna in questo ruolo. Nell’ufficio ordinatissimo e luminoso le insegne sono ridotte all’essenziale, giusto un cappello della Polizia. Del ruolo lasciano intendere lo smartphone, di cui approfitta per mandare disposizioni tra un appuntamento e l’altro, e l’orologio intelligente, che funziona come uno smartphone, al polso. In Polizia dal 1987, madre di due figli, un ragazzo di 23 anni e una ragazza di 20, ha un marito veterinario che definisce eccezionale: «Mai una volta che si sia lamentato perché ho fatto tardi al lavoro, mai una volta che mi abbia fatto mancare il suo supporto. Mi sento davvero una privilegiata».

È complicato trovarsi da donna in questo ruolo?

«Direi di no, non mi pare che l’essere donna mi abbia penalizzato nelle opportunità professionali: nella Polizia di Stato ci sono tantissime donne molto brave, non trovo che si possa parlare di difficoltà. Dopodiché, fermo restando che si può essere più o meno buoni dirigenti da uomini o da donne, credo che esista il declinarsi al femminile e al maschile nei ruoli: in certi campi il femminile aggiunge, in altri toglie, il bilancio è in pareggio. Penso, però, che da donne si porti un punto di vista leggermente differente».

Riuscirebbe a descriverlo?

«Credo ci sia del vero nel luogo comune che vuole le donne più capaci di fare più cose contemporaneamente, abilità che ha un prezzo in termini di investimento emotivo e nervoso, dal momento che le donne continuano poi a svolgere anche ruoli importanti nel privato mentre gli uomini, che forse sono più bravi a concentrarsi in una cosa, si consentono uno spazio maggiore di libertà se hanno un lavoro impegnativo. Credo che l’essere donna in questo ruolo abbatta un po’ il pregiudizio secondo cui la tecnologia sarebbe maschile e questo mi fa piacere».

Che rapporto ha con la tecnologia?

«Ne sono da sempre curiosa, se esce una nuova App la provo, sono fortunata, mi diverto pure, ma non potrei esimermi dall’aggiornamento costante neanche se fosse solo lavoro: l’evoluzione in questo campo è così accelerata e convulsa da non consentire di sedersi su una conoscenza acquisita».

In Polizia la tecnologia di solito è uno strumento. E per voi?

«Uno strumento e un campo d’azione: lavoriamo nel mondo della Rete, il nostro lavoro ha mille sfaccettature: dal cyberbullismo alla pedopornografia, dal terrorismo on line allo spionaggio industriale, fino alla protezione delle infrastrutture critiche nazionali dove un attacco ai sistemi informatici potrebbe paralizzare un Paese: gas, luce, trasporti, reati che chiedono un costante coordinamento con forze di Polizia internazionali, perché nella nostra materia i confini sono stati sbriciolati dalla tecnologia».

Quanto è complicato farlo con legislazioni nazionali per definizione?

«Molto, dovremo aprirci sempre di più perché la Rete ha complicato il nostro mondo e la complessità non può avere risposte semplici».

Tra i vostri campi d’azione c’è il cyberbullismo: quanto è difficile per gli adulti, formati su strumenti tradizionali, educare figli nativi digitali?

«È vero che i ragazzi nativi digitali capiscono in due secondi come funziona e come si imposta l’ultima diavoleria tecnologica, ma tendiamo a sopravvalutarli: davanti alle implicazioni sociali e psicologiche connesse a strumenti così potenti sono sprovveduti in proporzione alla loro età. Il fatto, però, che diano l’idea di dominare il mezzo spiazza gli adulti, che sentono aumentare lo scarto generazionale: il ragazzino, infatti, tende a non ritenere interlocutore credibile il genitore che gli dà un consiglio, magari saggio, ma non sa usare Facebook».

Come se ne esce?

«Cercando di capire, adulti e ragazzi insieme, che la Rete è una grande opportunità, ma che serve consapevolezza per starci senza rischiare troppo. Per questo da agenti della Polizia postale andiamo molto nelle scuole. Quando vai da un ragazzo e dici: “Questa foto che hai pubblicato uscendo ubriaco da una festa tra dieci anni rimarrà qui: quando presenterai un curriculum cercando lavoro vorrai ancora che ti si veda così? Ripeteresti quello che stai scrivendo ora su Facebook in un locale con 50 persone?”. La sensazione è che molti di loro non lo rifarebbero, riflettendoci e che, invece, quando hanno agito in Rete in quel modo, non avessero chiare le conseguenze del gesto».

Che cosa li inganna?

«La fisicità della situazione: ci sentiamo al sicuro tra le pareti della nostra stanza e perdiamo la percezione di essere tra mura trasparenti, affacciati su un mondo potenzialmente vastissimo. Se pubblichiamo in Rete una frase che viene condivisa e ha successo, va in mano a milioni di persone, ma noi siamo fuorviati dall’apparente protezione dello schermo che ci disinibisce, abbassa i nostri naturali sensori di pericolo, ci fa dire e fare cose che non diremmo e faremmo mai di fronte a una moltitudine di persone».

Come reagiscono quando capiscono di aver già sbagliato?

«Spesso adolescenti denunciati perché hanno bullizzato, diffamato, ingiuriato, minacciato, restano stupiti: “Io denunciato? Ma io ho solo insultato uno su Facebook, che sarà mai?” Non hanno consapevolezza del male che si fanno e di quello che rischiano e poi perdono l’empatia: non si rendono conto del male che infliggono agli altri. Ho visto ragazzi soffrire enormemente per un linciaggio gratuito attraverso i “mi piace”. Una ragazza testimonial di una nostra campagna racconta di aver vissuto tre anni in completa solitudine».

Si può prevenire?

«È possibile, se una scuola ci chiama al primo segnale di disagio».

È vero che spesso sono gli adulti i primi sprovveduti?

«Sì, basta vedere persone importanti che twittano frasi di cui si pentono. Per non dire di chi lascia lo smartphone in mano al bambino in passeggino per chiacchierare in pace».

E quando la frittata del cyberbullismo ormai è fatta?

«Una vittima deve sentire che i genitori le sono vicini e non la colpevolizzano, deve capire che non ci si difende da soli contro un branco di sconosciuti. Bisogna chiedere aiuto: andare alla Polizia postale con i genitori, chiedere l’intervento di qualcuno che parli alla classe se il problema è lì, chiedere la rimozione dei contenuti offensivi, denunciare se è il caso».

L’attrezzatura datale dalla professione l’ha aiutata come mamma?

«Sì e no, da un lato aiuta conoscere il mondo in cui ci si muove, dall’altro saperne gli aspetti negativi mi rende più ansiosa di altri genitori. Ho sempre cercato con i figli un confronto aperto mettendo in campo anche l’esperienza professionale, ma poi è ovvio che ti vedano sempre come mamma... ed è quello che devo essere per loro».

Dal suo punto di vista serve una legge ad hoc sul cyberbullismo?

«Non vorrei invadere campi altrui. Possono tornare utili strumenti presenti nella legge, e già in uso per lo stalking, come la diffida del Questore: un avviso formale può dissuadere i ragazzi senza arrivare alla denuncia. Ma non è che si fosse scoperti, scoperti, senza una legge specifica: ingiuria, diffamazione, minaccia erano reati coperti dalle leggi esistenti».

RAGAZZI IN RETE: DIECI REGOLE PER I GENITORI

Abbiamo chiesto a Nunzia Ciardi di aiutarci a estrapolare qualche consiglio per nonni, genitori, insegnanti (e ragazzi) alle prese con il cyberbullismo.

1. Il divieto puro e semplice non è molto efficace: la tecnologia non si ferma. Meglio porsi nella prospettiva di educare attraverso il dialogo.

2. Mai lasciare un bambino solo con la Rete: bisogna accompagnarlo durante la navigazione e proteggersi con tutti gli strumenti: filtri, parental control.

3. Serve realismo, a un quindicenne non si può dire: «Navigo con te», occorre educare i ragazzi man mano in modo che si arrivi all’età per navigare da soli conoscendo già i rischi e sapendo già che cosa si può e non si può fare.

4. Per i genitori non è facile, bisogna stare con le antenne dritte, senza essere inutilmente repressivi perché non aiuta: spesso i ragazzi cui a casa si impediscono troppe cose reagiscono facendole fuori senza controllo.

5. Le vittime del cyberbullismo vanno aiutate a uscire dall’angolo, va detto loro che non sono giudicate, perché spesso entrano in un meccanismo psicologico perverso, si vergognano.

6. Il branco va fatto ragionare. Poi quando necessario si adottano anche strumenti repressivi, ma si parte sempre dal ragionamento.

7. A venire aggredita è soprattutto la diversità, che si declina in mille modi.

8. Non si può combattere da soli contro un branco, ma la denuncia non è necessariamente il primo strumento. Alla Polizia postale si può andare anche per consigli e informazioni tecniche.

9. Facciamo anche corsi di formazione per insegnanti: spesso è difficile stare vicino a un ragazzo se mancano i rudimenti per capire che cosa succede.

10. Per saperne di più: www.facebook.com/commissariatodips/ e www.facebook.com/unavitadasocial/

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