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martedì 07 aprile 2020
 
 

"Oggi vittime del mare, domani i nostri eroi"

07/07/2013  Ventimila morti, che saranno ricordati come dei pionieri. Degli avventurieri, certo, ma che con il loro rifiuto della frontiera, hanno costituito il più grande movimento di massa di disobbedienza civile alle leggi sulla frontiera di cui l'Europa si è dotata e che a queste stragi hanno portato.

Lampedusa, Tunisi, Tripoli, Agadez. E in tasca sempre una biro e un diario. Per sette lunghi anni ho viaggiato come un avventuriero in tutto il Mediterraneo, alla ricerca del significato più profondo delle stragi in mare, sulle rotte percorse contro ogni corrente da chi ha il passaporto sbagliato per i suoi desideri. Eppure, soltanto un mese fa ho capito per la prima volta. È stato in sala parto, quando ho preso in braccio mia figlia, appena nata. Ricordo il suo odore, i suoi occhi, le dita delle mani. Quel giorno ho sentito davvero, e per la prima volta, le lacrime delle decine di padri e di madri che in questi sette lunghi anni ho incontrato in tutto il Mediterraneo.

Padri e madri di figli che non ci sono più, perché se li è mangiati il mare. Quel che resta dei loro corpi è sepolto per sempre in quella tomba a cielo aperto che è diventato il Canale di Sicilia, dove negli ultimi vent'anni sono morti a migliaia. Esiste una mappa approssimativa di questa tragedia a lungo negata.

A conoscerla sono i pescatori di Mazara del Vallo. C'è chi usa il triangolo, chi la x, chi il teschio, ma il disegno sulla schermata dei navigatori a bordo è lo stesso. Ed è una scia di luoghi, a sud di Lampedusa, dove non calare le reti allo strascico. Perché lì le reti si schiantano contro i relitti delle barche naufragate. Perché lì con il pesce, nella rete finiscono i fantasmi dei naufraghi. E allora meglio tenersi alla larga. Dai morti e dalla nostra coscienza, che come un mostro rischia di risvegliarsi in qualsiasi momento.

Rischiamo, banalmente, di identificarci in quei ragazzi, o di capire il dolore dei loro padri. Rischiamo di riconoscere la nostra comune umanità, così prepotentemente e grettamente negata dal discorso egemone sulla frontiera. Un discorso criminalizzante, costruito dai politicanti dell'ultimo ventennio, di destra e di sinistra, e riprodotto fedelmente dai giornalisti. Un discorso che ha fatto del viaggio un crimine, del razzismo una regola, e del controllo una mania. Un discorso che ha ridotto quelle migliaia di ragazzi a numeri.

Così Lampedusa è diventata un pallottoliere. Cento arrivati, dieci morti, venti respinti. Solo numeri. Pensate soltanto al fatto che non conosciamo i nomi dei ventimila morti di questi ultimi vent'anni di politiche di frontiera nel Mediterraneo. Nessuno si è mai preoccupato di raccoglierli. Come se non fossimo di fronte ad una delle più grandi tragedie del mondo. Immaginate per un attimo se quei ventimila morti del Mediterraneo fossero stati italiani. Cosa ha reso così ostili i nostri cuori?

Attenzione però a parlarne soltanto come di vittime. Perché sono molto di più. Personalmente sono convinto che quei ventimila morti saranno un giorno i nostri eroi. Il mondo va in una direzione precisa. E prima o poi, nel villaggio globale interconnesso e interdipendente, la libera circolazione non sarà più un privilegio di pochi ricchi turisti, ma un diritto fondamentale di cittadinanza globale, per tutti.

Allora, quei morti saranno ricordati come dei pionieri. Degli avventurieri, certo, ma che con il loro rifiuto della frontiera, hanno di fatto costituito in tutti questi anni il più grande movimento di massa di disobbedienza civile alle leggi sulla frontiera di cui l'Europa si è dotata e che a queste stragi hanno portato.

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