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"Non si può essere cristiani se si inseguono interessi personali e ideologie"

08/09/2019  Nell'omelia pronunciata durante la messa nel Campo diocesano di Soamandrakizay, ad Antananarivo, il Papa ha ricordato ai malgasci che essere discepoli di Cristo significa guardare l'altro come un fratello, tendere le braccia ai poveri, abbandonare le logiche della "parentela" che alimentano favoritismi, clientelismi, corruzione e giustificano atti di esclusione.

(Foto Reuters)

Un milione di fedeli malgasci si sono radunati sul campo diocesano di Soamandrakizay, nella periferia di Antananarivo, per partecipare alla messa celebrata da papa Francesco. Sull'altare sono state esposte le reliquie del beato Rafael Luis Rafiringa, lasalliano malgascio, catechista, educatore e mediatore di pace, beatificato nel 2009. «Il Vangelo ci ha detto che "una folla numerosa andava con Gesù". Come quelle folle che si accalcavano lungo il percorso di Gesù, siete venuti in gran numero per accogliere il suo messaggio e per mettervi alla sua sequela». Con queste parole Francesco ha cominciato la sua omelia. «Ma voi sapete bene che camminare al seguito di Gesù non è molto riposante!». Essere cristiani, discepoli di Cristo, spiega il Pontefice, è un percorso difficile, che richiede impegno, responsabilità, dedizione. «Il Vangelo di Luca oggi ricorda le esigenze di questo impegno. È importante notare che queste prescrizioni sono date nel quadro della salita di Gesù a Gerusalemme, tra la parabola del banchetto in cui l’invito è aperto a tutti (specialmente alle persone rifiutate che vivono nelle strade e nelle piazze, nei crocevia) e le tre parabole chiamate della misericordia, dove si organizza la festa quando ciò che è perduto viene trovato, quando colui che sembrava morto è accolto, festeggiato e restituito alla vita nella possibilità di un nuovo inizio. Ogni rinuncia cristiana ha significato solo alla luce della gioia e della festa dell’incontro con Gesù Cristo».

Il Papa passa a spiegare quali sono in particolare le esigenze che la vita cristiana, alla sequela di Cristo, richiede. «La prima esigenza ci invita a guardare alle nostre relazioni familiari. La vita nuova che il Signore ci propone sembra scomoda e si trasforma in scandalosa ingiustizia per coloro che credono che l'accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente ai legami di sangue, all’appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare. Quando la “parentela” diventa la chiave decisiva e determinante di tutto ciò che è giusto e buono, si finisce per giustificare e persino “consacrare” alcuni comportamenti che portano alla cultura del privilegio e dell’esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione). L’esigenza posta dal Maestro ci porta ad alzare lo sguardo e ci dice: chiunque non è in grado di vedere l’altro come un fratello, di commuoversi per la sua vita e la sua situazione, al di là della sua provenienza familiare, culturale, sociale, «non può essere mio discepolo» (Lc 14,26). Il suo amore e la sua dedizione sono un dono gratuito a motivo di tutti e per tutti».

La seconda esigenza enunciata da Francesco chiama in causa la tendenza all'egoismo, la ricerca del proprio tornaconto. Diventa difficile essere dei veri cristiani «quando si vuole identificare il Regno dei Cieli con i propri interessi personali o con il fascino di qualche ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione. L’esigenza del Maestro ci incoraggia a non manipolare il Vangelo con tristi riduzionismi, bensì a costruire la storia in fraternità e solidarietà, nel rispetto gratuito della terra e dei suoi doni contro qualsiasi forma di sfruttamento».

E l'ultima esigenza: «Come può essere difficile condividere la nuova vita che il Signore ci dona quando siamo continuamente spinti a giustificare noi stessi, credendo che tutto provenga esclusivamente dalle nostre forze e da ciò che possediamo; quando la corsa ad accumulare diventa assillante e opprimente – come abbiamo ascoltato nella prima Lettura – esacerbando l’egoismo e l’uso di mezzi immorali!». Con queste esigenze, spiega il Papa, il Signore liberare gli uomoni da quella che, in defintiva, è la schiavitù peggiore di tutte: «Il vivere per sé stessi. È la tentazione di chiudersi nel proprio piccolo mondo che finisce per lasciare poco spazio agli altri: i poveri non entrano più, la voce di Dio non è più ascoltata, non si gode più la dolce gioia del suo amore, non palpita più l’entusiasmo di fare il bene... Molti, in questo rinchiudersi, possono sentirsi apparentemente sicuri, ma alla fine diventano persone risentite, lamentose, senza vita. Questa non è la scelta di un’esistenza dignitosa e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, non è la vita nello Spirito che scaturisce dal cuore di Cristo risorto».

Fissando queste esigenze, Dio «ci invita ad alzare lo sguardo, ad aggiustare le priorità e soprattutto creare spazi affinché Dio sia il centro e il cardine della nostra vita. Guardiamoci intorno: quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi di tutto! Questo non fa parte del piano di Dio. Quanto è urgente questo invito di Gesù a morire alle nostre chiusure, ai nostri orgogliosi individualismi per lasciare che lo spirito di fraternità – che promana dal costato aperto di Cristo, da dove nasciamo come famiglia di Dio – trionfi, e ciascuno possa sentirsi amato, perché compreso, accettato e apprezzato nella sua dignità». 

La Parola di Dio, aggiunge Francesco, invita a adottare la «saggezza del distacco personale come base per la giustizia e per la vita di ognuno di noi: perché insieme possiamo combattere tutte quelle idolatrie che ci portano a focalizzare la nostra attenzione sulle ingannevoli sicurezze del potere, della carriera e del denaro e sulla ricerca di glorie umane. Le esigenze che Gesù indica cessano di essere pesanti quando iniziamo a gustare la gioia della vita nuova che Egli stesso ci propone: la gioia che nasce dal sapere che Lui è il primo a venirci a cercare agli incroci delle strade, anche quando ci siamo persi come quella pecora o quel figlio prodigo». E la conclusione con un invito e un augurio alla popolazione del Madagascar: «Possa questo umile realismo spingerci ad affrontare grandi sfide, e dia a voi il desiderio di rendere il vostro bel Paese un luogo in cui il Vangelo possa diventare vita, e la vita sia per la maggior gloria di Dio».

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