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mercoledì 11 dicembre 2019
 
tra storia e fiction
 

Omicidio e abuso d'ufficio, Ponzio Pilato a processo

15/05/2019  Alla Società Umanitaria di Milano il dibattimento nei confronti del procuratore di Giudea organizzato dal circolo di cultura e scienza “Piri Piri”. Tra i testimoni ascoltati Giuda Iscariota e la moglie Claudia Procula mentre il collegio giudicante era presieduto dal presidente della Corte d’appello di Milano Oscar Magi. E la sentenza finale svela un paradosso

«Uomo per natura inflessibile e, in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate». Così Filone, filosofo ebreo di Alessandria d’Egitto, dipingeva Ponzio Pilato, il prefetto romano di Giudea, il cui nome è venuto alla luce anche su un masso di calcare ritrovato a Cesarea Marittina, la sua residenza ufficiale, durante gli scavi condotti tra il 1959 e il 1964. Figura complessa, per certi versi drammatica, quella del procuratore dell’impero di Roma la cui presenza resta centrale nel processo a Gesù di Nazareth e ha varcato i secoli perché ogni domenica nel culto cristiano il suo nome è ripetuto nel Credo («patì sotto Ponzio Pilato…»). Ma Pilato ha conquistato anche la letteratura, la musica, il cinema, l’arte. Come non ricordare, per esempio, il romanzo-gioiello di Anatole France Il Procuratore di Giudea? Impossibile dare conto delle opere che di lui si sono occupate o a lui si sono ispirate.

Ma come agì, dal punto di vista strettamente giuridico, nel processo a Gesù di Nazareth? Riuscì a resistere alle pressioni della parte accusatrice o se ne lasciò travolgere? Corrisponde a verità l’episodio nel quale si lavò le mani divenuto nei secoli simbolo supremo e universale di abdicazione, pusillanimità e vigliaccheria? E ancora: con il suo comportamento ondivago e contradditorio Pilato assicurò a Gesù di Nazareth un giusto processo, principio cardine della civiltà giuridica occidentale? E davvero restò infastidito da quell’Imputato che davanti a lui proclamò di essere la verità, come racconta il Vangelo di Giovanni? Inoltre, credeva davvero nell’innocenza di Gesù? E se è così, perché chiamò il popolo di Gerusalemme a decidere se liberare lui o un pregiudicato come Barabba? E che ruolo ebbe il Sinedrio, la massima magistratura ebraica dell’epoca, nell’istruire nottetempo il dibattimento?

Per rispondere a queste domande, l’associazione culturale Piri Piri ha imbastito un processo a Ponzio Pilato, sia pure nella forma di una rappresentazione “teatrale” ma rigorosamente sulla falsariga di un processo penale vero e proprio. Il dibattimento si è celebrato lunedì scorso nel Salone degli affreschi della Società Umanitaria di Milano, proprio alle spalle, ironia del caso, del Palazzo di giustizia.

Un'immagine del processo a Ponzio Pilato che si è celebrato lunedì 13 maggio nel Salone degli affreschi della Società Umanitaria di Milano
Un'immagine del processo a Ponzio Pilato che si è celebrato lunedì 13 maggio nel Salone degli affreschi della Società Umanitaria di Milano

Tra i testimoni anche Giuda Iscariota e il sommo sacerdote Caifa

Tra fiction, ricostruzione storica e l’escussione di diversi testimoni, uno dei quali in costume d’epoca, la Corte presieduta dal magistrato Oscar Magi, presidente della Corte d’appello di Milano, a latere i consiglieri Angela Scalise e Jole Milanesi, è stata chiamata a giudicare l’imputato «Pontius Pilatus, nato nel Sannio, nel dicembre del 12 avanti Cristo, morto nel 38 dopo Cristo, quinto Procuratore della Giudea», per i reati di omicidio e concorso in omicidio (ex articoli 110 e 575 del Codice penale) e abuso d’ufficio (ex articolo 323 del Codice penale) riguardo ai fatti accaduti «in Gerusalemme, la sera di giovedì 6 aprile ed il pomeriggio del venerdì 7 aprile – mese di Nisan, secondo il calendario ebraico - del 30 secondo l’era cristiana (o meno probabilmente tra il 2 e il 3 aprile del 33)».

A interpretare l’accusa Raffaele Martorelli, magistrato della Corte di Cassazione, mentre a difendere l’imputato c’era l’avvocato Franz Sarno. Quattro i testimoni ascoltati durante il dibattimento: Giuda Iscariota (rappresentato da Massimo Ruggiero, magistrato della Corte di Cassazione), il sommo sacerdote Caifa (rappresentato dall’avvocato Paolo Grande), il governatore della Siria Lucio Vitellio (rappresentato da Mario Furlan, Presidente dei City Angels), la moglie di Pilato Claudia Procula (rappresentata da Isabella Merzagora, professore ordinario di Criminologia). Nei panni dell’imputato, il notaio e storico Giorgio Verola.

Il processo del Sinedrio fu svolto con procedure sommaria

  

Il collegio giudicante, chiamato a esprimersi sulla condotta di Pilato, nella sentenza offre un excursus storico dei fatti e soprattutto descrive, comparandole, le procedure processuali secondo il rito giudaico e quello romano e individua i poteri del Sinedrio e del procuratore imperiale. «La procedura ebraica del I secolo dopo Cristo», scrivono i magistrati, «è materia alquanto complessa anche perché in parte modificata dagli occupanti romani. Vedeva nel Sinedrio, composto da settantuno elementi, l’organo deputato a tutte le cause civili, penali e religiose. Per i reati più gravi però, ivi compreso quello di sedizione, comportanti la pena capitale vi era la competenza dell’autorità romana».

Per i magistrati, inoltre, «viene difficile valutare positivamente l’indagine condotta nei confronti di Gesù da parte del Sinedrio posto che il pronunciamento di responsabilità di Caifa nei suoi confronti finiva per basarsi unicamente sulle dichiarazioni dello stesso imputato, circostanza questa non legittima secondo la procedura in oggetto. E altrettanto illegittima risultava essere la circostanza che la procedura, quantomeno nella parte iniziale, aveva luogo di notte, pur essendo vietato, così come era vietato ogni giudizio il sabato, nei giorni di festa e durante tutta la settimana pasquale ebraica, dal 14 al 21 del mese di Nisan». D’altra parte, Gesù «non avrebbe mai potuto essere processato secondo il rito romano in quanto non era cittadino romano e nemmeno un notabile provinciale che meritasse di un trattamento di riguardo. Era un predicatore, un profeta diventato estremamente pericoloso agli occhi dei sacerdoti del Sinedrio che non poteva invocare alcuna garanzia né di status né di census».

La sentenza passa al setaccio i momenti salienti dell’arresto di Gesù, nella notte tra giovedì e venerdì, dell’interrogatorio davanti al Sinedrio che chiede la condanna a morte per bestemmia e del successivo interrogatorio di Pilato. Per i giudici, inoltre, se il processo nei confronti di Gesù imbastito da Caifa e dal Sinedrio si svolse con «procedure sommarie», Pilato dal canto suo, pur non essendo convinto della colpevolezza di Gesù, «si limitava a porre in essere una strategia: Barabba, fustigazione, lavaggio delle mani, per sottrarsi al suo compito di giudicante» e alla fine finì «per mandare a morte un uomo che riteneva innocente, per paura che le sue azioni potessero essere criticate dall’Imperatore, per non avere compiuto il suo dovere di proteggere la sicurezza dei territori oltremare di Roma e anche per paura di opporsi al Sinedrio, che rappresentava l’autorità della Giudea che potevano dare luogo a possibili sommosse del popolo contro di lui e contro i romani».

Il paradosso di Pilato: condannare Gesù per salvare se stesso

In conclusione, «appare indubbio», secondo i giudici, «che Ponzio Pilato rivestendo la carica di “pubblico ufficiale nel pieno esercizio delle sue funzioni” ometteva intenzionalmente di astenersi dal comminare la pena di morte mediante crocifissione di Gesù per evitare che la sua autorità e la sua posizione potesse essere messa a rischio sia per una possibile rimozione dall’incarico di Procuratore della Giudea da parte dell’Imperatore per mala gestio della vicenda in oggetto, sia per la possibilità di ribellioni del popolo della Giudea nei confronti delle autorità romane occupanti».

Alla fine il processo si è concluso con la condanna di Ponzio Pilato per i reati di omicidio e abuso d’ufficio «alla pena dell’eterna memoria del suo gesto infamante».

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