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venerdì 03 aprile 2020
 
Cinema
 

Oscar 2016, l'edizione dei "finalmente premiati"

29/02/2016  Il nostro Morricone, ma anche Leonardo DiCaprio. Per il resto, si è trattato di premi giusti e coraggiosi: assegnati a degli outsider, invece che ai grandi nomi favoriti, le altre statuette per le migliori interpretazioni. Attrice protagonista, la semisconosciuta Brie Larson di Room. Attrice non protagonista Alicia Vikander, bravissima in The danish girl. Su tutti, sorprendente l’Oscar per il miglior attore non protagonista andato al maturo Mark Rylance per l’interpretazione dell’agente russo Rudolph Abel ne Il ponte delle spie di Steven Spielberg.

Un Oscar giusto e coraggioso. E’ stato questo il tono della 88° edizione degli Academy Awards, la notte delle stelle officiata per un miliardo di spettatori dal comico Chris Rock e trasmessa in diretta in 84 paesi.

Giusto perché a cerimonia inoltrata, quando in Italia ormai quasi albeggiava, l’immensa platea di star presenti al Dolby Theatre di Los Angeles si è alzata in piedi per applaudire l’Oscar al maestro Ennio Morricone: la sua seconda statuetta dopo quella onoraria alla carriera ricevuta nel 2007. La prima, finalmente, per le musiche di un film: The Hateful Eight di Quentin Tarantino che, senza l’apporto del nostro compositore, sarebbe altrimenti rimasto a bocca asciutta. “Dedico la musica e questo premio a mia moglie Maria”, ha detto Morricone commosso, facendo eco alla nostra intervista di giorni fa, mentre suo figlio Giovanni traduceva in inglese per poi sostenerlo nei passi incerti.

Giusto anche perché Leonardo DiCaprio ha finalmente ricevuto il suo Oscar, dopo tante nomination andate inopinatamente a vuoto. La sua interpretazione del trapper protagonista di Revenant – Redivivo è la prova attoriale migliore della stagione ma, viste fisime e antipatie dei membri dell’Academy, non era certo detta l’ultima parola. “Questo film parla della relazione tra uomo e ambiente”, ha detto DiCaprio. “Il mutamento climatico è il vero problema di oggi. Pensiamo ai nativi, ai figli dei nostri figli: non diamo per scontato il nostro pianeta. Come io non davo per scontata questa serata”. Applausi. E a consacrare quello che, a nostro giudizio e di tanti critici, è il miglior film del 2015 sono arrivati altri due premi importanti: l’Oscar per la regia ad Alejandro Gonzales Inarrìtu (il quarto in due anni dopo quelli vinti per Birdman) e la statuetta per la miglior fotografia a Emmanuel Lubezki, detentore ora di un primato assoluto: il primo a vincere per tre anni consecutivi l’Oscar di una specifica categoria. Il premio per il film con DiCaprio gli è infatti arrivato dopo quelli per Gravity e Birdman. Record!

Meritate anche le sei statuette di Mad Max: Fury Road, il film fantasy di George Miller che, a settant’anni, si è portato dietro nel deserto della Namibia una troupe spericolata di australiani, sudafricani e neozelandesi per girare la pellicola più scatenata e divertente della stagione. Oggi anche la più premiata. Invenzioni visive e tecniche che hanno fruttato gli Oscar per costumi, scenografia, sonoro, trucco, mix sonoro e montaggio (a Margaret Sixel, moglie del regista, che ha dato al film un ritmo vertiginoso grazie a oltre 2700 tagli d’inquadratura). Sacrosanti pure gli Oscar andati a Pete Docter della Pixar per Inside Out, miglior film d’animazione e all’ungherese Laszlo Nemes per Il figlio di Saul, originale e durissima storia sulla deportazione nazista, premiata come miglior film straniero dopo il trampolino di Cannes.

Ma arriviamo all’aspetto coraggioso della serata. C’è voluta infatti sfacciataggine per assegnare a degli outsider, invece che ai grandi nomi favoriti, le altre statuette per le migliori interpretazioni. Attrice protagonista, la semisconosciuta Brie Larson di Room: aspra vicenda su una giovane mamma che sopravvive col suo bambino, malgrado venga segregata per anni dal convivente. Attrice non protagonista Alicia Vikander, bravissima in The danish girl e invidiatissima per il bacio in diretta datole dal fidanzato, l’attore Michael Fassbender. Su tutti, sorprendente l’Oscar per il miglior attore non protagonista andato (con merito) al maturo Mark Rylance per l’interpretazione dell’agente russo Rudolph Abel ne Il ponte delle spie di Steven Spielberg. Tutti davano per vincente Sylvester Stallone per Creed, invece il vecchio e palestrato Rocky è dovuto rimanere sprofondato nella sua poltrona. 

Tutt’altro che coraggiosa, invece, la conduzione della serata. Attore e comico di colore, chiamato a tenere alto il vessillo degli artisti neri in una edizione dominata dai candidati bianchi, Chris Rock ha battuto il tasto dolente così a lungo e in così tante gag da risultare, alla fine, stucchevole. Per fortuna ci ha pensato un altro comico, il bianco e corrosivo Sacha Baron Cohen chiamato a consegnare una statuetta, che ha scaldato la platea apostrofando il conduttore. “Vero, troppi pochi neri su questo palco”, ha esordito alzando il pugno guantato come gli atleti Usa alle Olimpiadi di Città del Messico, per poi aggiungere: “Ma ci sono altre minoranze penalizzate. Pensiamo a tutti quei gialli piccoli col cosino piccolo”. Imbarazzo per la prevedibile reazione indignata della comunità cinese. Gelo in platea che però si è sciolto in risata quando ha aggiunto: “Parlo dei Minions, naturalmente”. 

Coraggiosa, infine, la scelta dell’Academy di attribuire l’Oscar per la sceneggiatura originale e quello del miglior film a Il caso Spotlight di Tom McCarthy. Sorta di Tutti gli uomini del presidente aggiornato ai giorni nostri, la pellicola è un classico che esalta la forza e la dignità del giornalismo investigativo ricostruendo l’inchiesta di tre reporter del Boston Globe sugli scottanti casi di pedofilia, venuti a galla nella città più cattolica d’America. Con rigore e onestà intellettuale, senza inseguire fanatismi anti religiosi. E se non può esserci assoluzione per una Chiesa omertosa non c’è neppure per una società indifferente e una stampa connivente. Un monito morale: “Questo film ha dato voce alle vittime. E sono certo che questa voce arriverà fino in Vaticano”,  le parole del regista. “Al Papa dico che è ora di proteggere i bambini”. Qualcuno, magari, dovrebbe spiegare a McCarthy che papa Francesco ha già preso di petto questa piaga. Senza sconti e senza omissioni. 

Insomma, un Oscar dal sapore civile e politico annunciato dalla partecipazione alla serata del vicepresidente Usa Joe Biden, venuto per sostenere la campagna nazionale contro le molestie sessuali e per introdurre il brano sul tema, cantato dal vivo da Lady Gaga. Una partecipazione, la sua, che non è andata però oltre la pura coreografia visto che l’Oscar per la miglior canzone è andato a Sam Smith perWriting’s on the wall, tema di 007 Spectre. Sul piano della coreografia, ammiratissimi l’abito rosso carminio con strascico di Charlize Theron e quello azzurro pervinca della neo premiata Brie Larson: una nuvola di voile e organza. Sberleffi invece per Cate Blanchett, in genere assai  elegante ma stavolta fasciata da un abitino color lavanda tempestato di petali e fiori adolescenziali. Emozione vera poi quando, nel consueto omaggio agli artisti scomparsi nel corso dell’anno, si è vista la foto del nostro Ettore Scola. Un grande che mancherà anche a Hollywood.

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